Non convegni, ma scelteIl Partito democratico deve essere il perno di una costituente progressista, dice Maurizio Martina

L’ex segretario del Pd, che partecipa al dibattito nato dopo la lettera di Goffredo Bettini: «Rivendico la decisione di costruire l’attuale maggioranza per rispondere ai rischi della deriva del Papeete. A distanza di un anno da quel passaggio, vede bene i limiti di questa esperienza ma ne riconosco anche i pregi per l’Italia»

Il dibattito sulla prospettiva del Partito Democratico  merita di essere seguito perché ricco di spunti, cercherò anch’io di offrire qualche ulteriore riflessione. Dico subito che non mi convincono i ragionamenti “piegati” esclusivamente sulla manovra tattica delle alleanze. Non che non serva anche questo, ci mancherebbe. Ma manca davvero qualcosa. Innanzitutto io penso che dovremmo domandarci se, dopo tutto quello che è successo in questi mesi che hanno sconvolto letteralmente il mondo, le ragioni fondative del Partito Democratico siano più urgenti e necessarie oppure no.

E la mia risposta non può che essere affermativa. Dopo la pandemia e nel pieno di una cambiamento radicale come quello che stiamo vivendo, le ragioni che hanno portato alla fondazione di questo partito come soggetto unitario dei progressisti e dei riformisti italiani sono più necessarie che mai. Anziché discutere di coalizione a due o tre gambe, sentirei il bisogno di ripartire innanzitutto da questa consapevolezza. Perché proprio ora il Paese ha bisogno di una grande forza unitaria del centrosinistra, capace di caricarsi sulle spalle le responsabilità dei cambiamenti che gli italiani dovranno affrontare nel nuovo tempo che viviamo, con la crisi più pesante dal dopoguerra e le tre grandi transizioni – demografica, tecnologica e ambientale – che stanno già modificando la nostra vita. È troppo? Beh, io dico che sarebbe davvero troppo poco non riflettere a partire da qui.

Tocca al Partito democratico aprire questa discussione anche per gli altri, perché così si misura la differenza tra un grande partito e altre formazioni. Servirebbe un rilancio ora sul terreno del progetto politico. Chiamatela come volete, costituente o cantiere, ma ciò che conta è la capacità di portare fuori dagli anfratti difficili delle forze del centrosinistra per come le conosciamo, una proposta di partecipazione e impegno che si rivolga ai tanti che stanno aspettando la possibilità di poter dare una mano a costruire un nuovo impegno dei progressisti e dei riformisti. Il contrario dell’autosufficienza. Un passo che rimetta in discussione gli attuali assetti cristallizzati, che spiazzi tutta la politica, anche a destra, e che diventi “la novità” come ce ne sono state altre nella nostra storia, quando abbiamo avuto il coraggio di muovere in avanti le scelte e di non fermarci a fotografare gli equilibri dati.

Questo è quello che servirebbe oggi. “Se non ora, quando” mi viene da dire. E non si pensi che sia un parlar d’altro rispetto al paese reale. Perché se non vogliamo che la crisi sanitaria si traduca automaticamente in crisi economica e sociale e magari poi anche in crisi democratica, l’idea di una forte novità dal lato del progetto politico può spezzare questa catena rischiosa e restituire al centrosinistra la capacità di guidare i processi.

Io rivendico la scelta di un anno fa di costruire l’attuale maggioranza per rispondere ai rischi della deriva del Papeete spaccando l’asse che aveva dato vita alla prima esperienza giallo-verde. A distanza di un anno da quel passaggio, vedo bene i limiti di questa esperienza ma ne riconosco anche i pregi per l’Italia, prima di tutto nel quadro del confronto europeo. Perché sarebbe andata molto diversamente poche settimane fa a Bruxelles se al posto di questo Governo ci fosse stata ancora l’opzione giallo-verde. E la differenza non è certo di poco conto. Ciò detto, vedo anch’io che il percorso di cambiamento del Movimento Cinque Stelle non si è ancora completato e fa fatica a muoversi. Allo stato attuale delle cose questa maggioranza è un cartello di forze ma non è una coalizione e questo rende tutto più difficile e faticoso. Ma è anche per questo che dico che il Partito democratico dovrebbe muovere dal lato di una sua forte riprogettazione politica. E alzare l’asticella innanzitutto a partire da sé.

Anche perché pure noi non bastiamo di fronte a ciò che è accaduto. Troppo spesso siamo autoreferenziali. Ancora oggi ci facciamo dettare le scelte da logiche correntizie fini a se stesse, che spesso fanno scomparire il merito e il ragionamento politico. Non va bene. Siamo anche troppo romanocentrici, pensiamo che quasi tutto inizi e finisca nei palazzi dentro il Raccordo Anulare quando invece, specie al nord, servirebbe ora un grande impegno in particolare verso le forze produttive del lavoro e dell’impresa. Quello dovrebbe essere il cuore della nostra iniziativa insieme al più importante investimento in sapere e formazione permanente mai realizzato nella storia del Paese.

Non convegni, ma scelte. Come quella avanzata qualche giorno fa da Ruffini e rivolta al lavoro autonomo per superare definitivamente il meccanismo degli acconti e dei saldi d’imposta per pagare effettivamente su quello che si incassa. Come il taglio strutturale del costo del lavoro per chi assume stabilmente donne e giovani. Come la proposta di un salario di formazione universale per supportare chiunque perda il lavoro insieme a un pacchetto di servizi garantiti per la propria riqualificazione.

O come la traduzione pratica del nostro sostegno all’utilizzo del Mes per farci capire e non rimanere appesi a ragionamenti astratti: quelle risorse devono servire, ad esempio, per realizzare in tutti i tremila piccoli e medi comuni troppo distanti dagli ospedali una rete tecnologica avanzata di telemedicina mai realizzata fino a qui. Insomma, per discutere della nostra prospettiva bisogna tenere i piedi per terra ma occorre anche alzare le sguardo. Proviamoci sul serio. Perché meno di questo sarebbe davvero troppo poco.

Share

Pd, caccia al nuovo segretario. Per Zingaretti, Viminale o sindaco di Roma

Pd, caccia al nuovo segretario. Per Zingaretti, Viminale o sindaco di RomaIl segretario dei Dem si sente escluso dalle decisioni, da una parte c’è chi lo spinge ad entrare nell’Esecutivo dall’altra chi lo vorrebbe in Campidoglio.

Pd, caccia al nuovo segretario. Per Zingaretti, Viminale o sindaco di Roma

Il Pd medita sul suo futuro. Paradossamente è il segretario Nicola Zingaretti, che è anche il presidente della Regione Lazio a cercare una poltrona. Il leader dei Dem paga – si legge sul Fatto Quotidiano – il non avere un ruolo centrale nell’Esecutivo e di non avere il controllo sui suoi parlamentari, perchè i gruppi non rispondono a lui. Raccontano, inoltre, che Zingaretti abbia preso particolarmente male la classifica stilata dal Sole 24 Ore a inizio luglio, nella quale è ultimo nell’indice di gradimento dei presidenti di Regione.

Fosse per lui, il voto sarebbe la soluzione migliore. Tanto è vero che, dicono i suoi, in caso di elezioni anticipate lascerebbe la presidenza della Regione Lazio, candidandosi in Parlamento. Lo scenario, però, non è a disposizione. L’opzione di andare al governo è sul tavolo. Lo spingono non solo quelli che vogliono rafforzarlo, ma anche chi – a cominciare dal suo vice, Andrea Orlando – immagina un futuro alla guida dei Dem. Tra le varie collocazioni che si studiano per Zingaretti – prosegue il Fatto Quotidiano – c’è pure quella a sindaco di Roma: lui in passato ha sempre detto no. E i vertici del Nazareno stanno ancora cercando di convincere Franco Gabrielli (che sinora ha rifiutato, anche pubblicamente). Ma le situazioni sono in evoluzione e la gestione è complessa.

Share

Il Comitato del No.La battaglia contro la disinformazione dei cittadini sul taglio dei parlamentari

«Se si chiede a un cittadino per strada cosa voterà a settembre, la risposta sarà un’altra domanda: perché si vota? Oggi l’antipolitica è salita di rango ed è diventata riforma costituzionale», dice il deputato di Forza Italia Simone Baldelli, autore del libro “Il coraggio di dire no al taglio della nostra democrazia”

«Un referendum tra politica e demagogia». Descrive così il senatore di Forza Italia Andrea Cangini il referendum sul taglio del numero dei parlamentari in programma il 20 e 21 Settembre. Il forzista è intervenuto nella conferenza stampa organizzata da Simone Baldelli, deputato di Forza Italia e autore del libro “Il coraggio di dire no al taglio della nostra democrazia”, a margine di un incontro tenuto con la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Il tema dell’incontro è stato proprio il discusso taglio dei parlamentari. «Fondamentalmente abbiamo presentato alla presidente del Senato, così come faremo con il presidente della Camera, un problema che riguarda tutti: il diritto dei cittadini ad essere adeguatamente informati su una consultazione referendaria che ha a che fare con la dignità della politica in senso lato e con il futuro delle istituzioni e della democrazia rappresentativa» spiega Cangini. Come il collega Riccardo Magi di +Europa, presente all’incontro, Cangini e Baldelli fanno parte del Comitato del no (assieme a Tommaso Nannicini del Partito democratico) che in questi mesi si è impegnato a sensibilizzare, partiti e cittadini, sul voto referendario di settembre.

«Del merito del referendum non si parla in maniera assoluta, e il nostro obiettivo, oltre alla speranza che prevalga il no, è che si possa svolgere una campagna referendaria completa, per informare i cittadini. Sappiamo che questa riforma è stata voluta esclusivamente da un partito: il Movimento 5 stelle. Gli altri lo hanno accettato più o meno per debolezza politica» continua Cangini. «Nessuno è riuscito a giustificarla nel merito – aggiunge il forzista -, e non si è sentito un costituzionalista sostenere che a taglio avvenuto il parlamento funzionerà meglio. La politica nonostante tutto è una cosa seria, e siamo di fronte a un attacco delle istituzioni e a una sistematica deligittimazione della politica».

Il focus dell’appuntamento di ieri, oltre a rimarcare le posizioni di molti deputati e senatori contrari al taglio, è stata anche la tempistica del voto. Troppo a ridosso dell’emergenza sanitaria e soprattutto quasi per niente pubblicizzata. «Se si chiede a un cittadino per strada cosa voterà a settembre, la risposta sarà un’altra domanda: perché si vota? Oggi l’antipolitica è salita di rango ed è diventata riforma costituzionale» aggiunge Baldelli. Che conclude con un appello: «Salite a bordo!» dice rivolgendosi ai colleghi parlamentari.

Rispetto al dibattito degli ultimi giorni, in merito ai rischi sollevati dal Partito democratico che corre la Costituzione, Magi aggiunge ironico: «Dopo essersi reso responsabile in buona parte di questa situazione ora dibatte sui rischi che correrebbe la Costituzione. Così passa ad essere il “Partito dei correttivi”: si inseguono i danni delle scelte politiche fatte cercando dei correttivi che non possono esserci».

È poi la volta di Nazario Pagano, senatore di Forza Italia e vice Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato. «Può apparire semplicisticamente che i parlamentari che sono qui e stanno difendendo il ruolo e l’importanza del parlamento lo stiano facendo per conservare la loro poltrona. È follia pura. La vera ragione è quella che stiamo combattendo una battaglia simbolica contro l’antipolitica. Una battaglia di civiltà e per la rappresentanza dei territorio, nella quale dobbiamo chiedere ai cittadini di non pensare allo stipendio del parlamentare e di capire che meno esponenti ci sono peggio è, non il contrario» assicura Pagano.

Quanto al risparmio economico che secondo i promotori del referendum si andrebbe a ottenere con il taglio dei rappresentati, il comitato del no ricorda: «Questo non è un provvedimento contro la casta, come qualcuno osa affermare – dice Pagano -, ma contro gli italiani. Perché proposto solo per risparmio economico, non per la funzionalità dell’ente». Anche Cangini sottolinea la mancanza dell’ipotetico risparmio che sta alla base del referendum: «I costi sono stati stimati da Carlo Cottarelli nello 0,007 per cento di risparmio della spesa pubblica, l’equivalente di un caffè all’anno per ciascuno italiano».

Share

Il pedaggio.Di Maio e Conte faranno pagare agli italiani il pasticcio sulle autostrade

Secondo Atlantia, il valore di Autostrade deve essere deciso dal mercato, non da bizantini aumenti di capitale dettati dal governo, ed ecco perché la società che gestisce la rete autostradale intende metterla all’asta e guadagnare molto di più. Se lo Stato vorrà andare fino in fondo e rilevarla difficilmente riuscirà a farlo con soli 3 miliardi, come promesso.

Si complica il pasticciaccio brutto di Autostrade e non per colpa dei Benetton, ma di quel mercato che l’ineffabile ministro degli Esteri Luigi Di Maio è convinto di avere beffato. Sono i tanti soci esteri di Atlantia e Autostrade per l’Italia (Aspi) a bloccare l’esproprio della rete autostradale auspicato dal trio Conte-Di Maio-De Micheli il 14 luglio scorso. Il punto del contendere è semplice: secondo Atlantia, il valore di Autostrade deve essere deciso dal mercato, non da bizantini aumenti di capitale dettati dal governo. Mentre i Benetton se ne stanno defilati, i soci esteri di Atlantia e Aspi (Allianz, HSBC, fondo Glc di Singapore, TCI) si sono imposti e ora propongono al governo due strade per determinare il valore di Autostrade: una vendita attraverso un processo competitivo internazionale, con advisor neutrale, o una scissione fino all’88 per cento di Aspi mediante la creazione di un veicolo beneficiario da quotare in Borsa. Procedimenti limpidi, logici, inattaccabili sotto il profilo giuridico dinnanzi a qualsiasi Corte.

Il non piccolo problema è che se il valore di Autostrade viene determinato dal mercato e non dalle veline di Rocco Casalino, l’operazione porterebbe nelle tasche dei Benetton e dei soci stranieri non i 3-4 miliardi ipotizzati dal governo, ma molti miliardi in più. Miliardi che dovrebbero essere pagati da Cassa Depositi e Prestiti, che è del Tesoro, quindi dagli italiani.

Un capolavoro!

Ripetiamo: la pretesa di Atlantia di far valutare il valore di Autostrade dal mercato è inattaccabile e vincerebbe davanti a qualsiasi tribunale italiano o comunitario. Ma il problema drammatico è che la posizione del governo prescinde, anzi è opposta a questo dato di fatto. La sintesi della posizione dell’esecutivo giallorosso è stata enunciata da Di Maio la notte del 14 luglio: «Abbiamo sottratto un bene pubblico alla logica del mercato». È il bis di «abbiamo sconfitto la povertà», la summa del Di Maio-pensiero. Non populismo sociale, come si illude l’ottimo Goffredo Bettini, ma totale inadeguatezza. 

Solo un sprovveduto, pericoloso per sé e per gli altri, può pensare che un sistema colossale come quello delle autostrade italiane possa essere gestito, comprato o venduto fuori dalle regole del mercato. Ma così è.

In questo modo, la caparbia volontà dei 5 Stelle e di Conte – i «keynesiani de noantri», secondo la definizione di Angelo Panebianco – di farla pagare ai Benetton prima del giudizio della magistratura sul crollo del ponte Morandi avrà un esito scontato: riempirà di miliardi, miliardi nostri, degli italiani, le tasche dei Benetton e dei loro soci.

Share

Verso un’area di centro.Perché Calenda preoccupa, e non poco, Berlusconi

Visualizza immagine di origineLa scelta di Enrico Costa, che ha aderito al movimento dell’ex ministro dello Sviluppo economico, mostra che una parte della classe dirigente di Forza Italia è spaesata e a disagio nella coalizione monopolizzata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni

Sei punti di distacco tra centrodestra e alleanza Partito democratico-Movimento Cinque Stelle (a favore dei primi) e un terzetto di partiti centristi che tutto insieme vale il 9 per cento, più o meno. L’infinito gioco dell’oca della politica italiana è tornato lì, agli equilibri del 2008, senza che nessuno sappia bene come sottrarsi al déjà vu infernale di una politica che non combina niente perché costretta ad alleanze innaturali pur di non far vincere “gli altri”. 

E tuttavia tra i padroni del gioco sta avanzando una preoccupazione nuova. Specialmente a destra sale il timore che le prossime Regionali, con un’ulteriore caduta di Forza Italia,  disarticolino il tracciato che regge da un ventennio e rende facile la vita ai suoi protagonisti. Ieri Silvio Berlusconi, parlando ai deputati campani, ha dedicato larga parte del discorso a sanzionare la scelta di Enrico Costa (pur senza nominarlo), l’ex-ministro per gli Affari Regionali passato da Forza Italia ad Azione, il partito di Carlo Calenda. Un’intemerata fuori tempo massimo. Una stranezza. 

Sono mesi che FI subisce emorragie a livello nazionale e sui territori senza preoccuparsene più di tanto, anzi benedicendole: l’addio dell’ultimo pezzo da novanta, il governatore Giovanni Toti, fu addirittura promosso dalla classe dirigente che non vedeva l’ora di togliersi dai piedi quel controcantista e brindò quando prese la porta. Ma Toti se ne andava in direzione Matteo Salvini. Le sue valigie – per così dire – restavano in famiglia: una scelta accettabile. 

La fuga fuori dal perimetro della coalizione è percepita con maggiore allarme, perché hai voglia a ricordare i fallimenti di precedenti esperienze (Casini, Fini, Monti, Alfano, Passera, Parisi, eccetera): tutti sanno che adesso, a differenza che in passato, c’è un pezzo di elettorato forzista preoccupato, confuso, spaventato dal salto nel buio del voto in favore di una coalizione guidata dai dioscuri della protesta e della resistenza anti-europea, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. 

Berlusconi è consapevole di questo stato d’animo, sa che il Covid ha cambiato le percezioni dell’opinione pubblica a lui amica e ha azzerato ogni voglia di avventure. Ai suoi ha raccomandato di smarcarsi dagli estremismi, di cercare voti in nome della differenza: «Gli italiani devono capire che votare per Forza Italia significa votare qualcosa di profondamente diverso dai nostri avversari ma anche dai nostri alleati». Vasto e improbabile programma. La diversità forzista non si avverte più da molto tempo, inghiottita da troppi atti di vassallaggio ai soci di maggioranza della coalizione. Ed è ovvio a tutti che gli aggettivi di cui si fregia Forza Italia – liberale, moderato, garantista – avrebbero ben scarsa cittadinanza in un futuribile governo di centrodestra, da chiunque guidato. 

Magari il voto moderato non esiste più. Ma di sicuro esiste ancora in Italia un ceto medio che non ha nessuna voglia di affidare il suo futuro o quello dei suoi figli alle teorie economiche di Claudio Borghi o di giocarsi l’ultimo treno della ripresa aiutando i sovranisti a portare l’Italia nell’asse di Visegrad. Quel mondo è rimasto scettico davanti all’offerta di Matteo Renzi – uno che è pur sempre un ex-segretario dell’odiato Partito democratico e, magari scalpitando, governa insieme al partito di Vito Crimi e Alessandro Di Battista – ma potrebbe ascoltare Calenda, che ha dalla sua un pedigree centrista e un’ostentata opposizione a entrambi i governi a guida Cinque Stelle. 

Sarà lui, come scrive su Libero la fedelissima di Arcore Licia Ronzulli, «il pifferaio magico dei topini azzurri»? Il fatto stesso che si esorcizzi l’ipotesi la rende degna di attenzione, e persino la scelta delle parole rivela un timore inconfessato: quello che, esattamente come accadde nel lontanissimo ’94, nello schema bloccato della politica italiana, sia imminente l’arrivo di un nuovo incantatore, di un altro outsider capace di convincere e ammaliare il ceto medio nel momento di massima incertezza sul futuro. All’epoca fu un imprenditore della tv e del mattone, adesso chi si aggiudicherà la parte? 

Share

Il silenzio di Franceschini: L’alleanza strategica è alle corde, Franceschini prova a cancellare le tracce

Visualizza immagine di origineIl ministro della Cultura è stato tra i principali sostenitori del patto con il Movimento 5 stelle, ma da molto tempo non parla più di politica. Precisamente da gennaio, quando si espresse a favore di una legge elettorale proporzionale. È il più esperto di tutti e capisce che il governo giallorosso vive una fase di grande difficoltà.

Che fine ha fatto baby Dario? L’assenza di Dario Franceschini dalle ultime baruffe politiche, dall’immigrazione al Mes al referendum sul taglio del numero dei parlamentari si fa sentire più di cento interviste, ed è strano che l’uomo che tutti considerano il vero uomo forte del Partito democratico (il “SegreDario”, si ironizza) non parli di politica da tempo. Secondo la rassegna stampa del gruppo dei deputati dem addirittura l’ultima uscita politica sui giornali è di gennaio, quando il Covid non aveva ancora cambiato il mondo e Dario in ogni caso propugnava il ritorno al proporzionale in vista di un “bipolarismo light” (questa ci era passata di mente) fra Partito democratico e Lega – una previsione come un’altra. 

L’ultima “dottrina Franceschini” invece è della tarda primavera, è in quel momento che il ministro mette giù per bene la teoria dell’AS (“Alleanza strategica”, detta anche “permanente” come la Rivoluzione per Trotskij). Siccome, in ogni caso, quando parla Franceschini è sempre bene apprezzare orecchie ne scrivemmo su Linkiesta il 30 maggio (e ci si perdoni l’autocitazione): «La scommessa su un patto politico di lunga durata che sconterebbe la rottura con Renzi (e al Partito democratico ne sarebbero entusiasti) probabilmente mette in conto una possibile spaccatura dei grillini, puntando a fare della “parte buona” un nuovo pezzo del Partito democratico che verrà. Una novità strategica, quella del ministro della Cultura, che meriterebbe una discussione interna. Di cui però non si vede l’ombra».

E in effetti prima della discussione interna, che non ci fu mai, vennero i fatti a smorzare gli entusiasmi sulla AS e soprattutto adesso, prima che la baracca chiuda per ferie, si staglia all’orizzonte la sagoma incagliata di questa nave a due alberi che secondo il ministro della Cultura avrebbe solcato gli oceani a vele spiegate che nemmeno Soldini: ebbene i due alberi non stanno funzionando a dovere, si litiga, non ci si capisce, si nicchia, ci si tradisce. Scene da un matrimonio appena cominciato e già finito, parrebbe. Se n’è accorto infatti Goffredo Bettini, l’Achab del Partito democratico, che di AS non parla più e al massimo derubrica l’alleanza coi grillini a formula dettata dalla necessità, come quando si apre l’ombrello appena piove.

È molto probabile che se ne stia rendendo conto anche il capodelegazione dem al governo, che proprio grazie a  questo suo ruolo vede tutti i giorni affastellarsi le polemiche col dirimpettaio Di Maio, dalla sicurezza ai non-accordi alle Regionali (tranne l’orlandiana Liguria), allo strano referendum sul taglio dei parlamentari fino all’imbarazzo per un sottosegretario agli Esteri del Movimento che confonde Libano con Libia, e si potrebbe continuare

Ecco, è possibile che Franceschini, il più esperto di tutti, il cavallo di razza margheritino e democratici, abbia sottovalutato la contraddizione che c’è fra un partito riformista e uno a-democratico, intimamente antiparlamentare, populista e refrattario alla trasparenza.

Di certo, sono ore che richiederebbero un elevato tasso di professionismo politico per quadrare cerchi impossibili. Guardiamo la vicenda del referendum. Forse – e sottolineiamo forse – ci sarebbe voluta l’esperienza istituzionale di cui il ministro della Cultura dispone per evitare di infilarsi in un tunnel senza uscita, a parte l’umiliazione di venire avanti con le mani alzate. Cosa pensa, “Dario” di questa vicenda che sta toccando un nervo profondo del Partito democratico, le regole, il Parlamento, la rappresentanza?

Ieri per esempio il Nazareno ha tirato fuori uno zuccherino per indorare la pillola ai renziani (i quali non ne sembrano molto turbati) e rendere un po’ più plausibile quel Sì già promesso ai grillini sull’altare del Conte bis.

Si tratterebbe di approvare presto in prima lettura un ddl costituzionale per modificare la base di elezione del Senato, rendendola circoscrizionale e quindi più rappresentativa e attenuativa degli squilibri creati nelle regioni più piccole dalla riduzione del numero senatori; e parificare l’età di elettorato attivo e passivo fra Camera e Senato. Non pare un menù particolarmente succulento.

E infatti negli ambienti del Comitato per il No l’ipotesi viene considerata “ridicola”, certo non in grado di evitare quei problemi alla democrazia italiana evocati dallo stesso Zingaretti.

Facile previsione, dunque: non cambierà nulla, il Partito democratico è sempre nel tunnel che si è scavato da solo. Anzi, glielo hanno scavato quelli del Movimento, l’altra metà dell’Alleanza strategica di Dario Franceschini. Il quale osserva, e tace, chissà se chiedendosi dove ha sbagliato.

Share

Ira M5s: dove andiamo? E Di Maio parla d’altro per nascondere i guai.

All’assemblea liti su vertici, Spadafora e doppio mandato. Caso 007, il ministro marca Conte.

Il M5s è una nebulosa informe, dove da dietro la foschia si intravede la sagoma dell’ultima bandiera rimasta: il taglio dei parlamentari. Così nel day after delle dimissioni minacciate dal ministro Vincenzo Spadafora e di un’assemblea che doveva disarcionare il capogruppo alla Camera e invece si è risolta in un altro nulla di fatto, l’ex capo politico Luigi Di Maio torna ad agitare il vessillo dell’anti-casta. «Da qualche giorno a questa parte – attacca Di Maio prendendosela con il centrodestra – si sta alzando di colpo, da parte delle opposizioni, il coro dei no a questa riforma. Ma ricordo che anche le opposizioni votarono a favore del taglio dei parlamentari. Dobbiamo rendere il nostro paese normale». Poi conclude con una frecciata sull’ostruzionismo di Italia Viva sul proporzionale: «Ovviamente serve serietà, anche nel rispettare gli accordi fatti sulla legge elettorale».

Insomma, meglio concentrarsi su ciò che avviene all’esterno, facendo finta che i guai di casa propria siano solo una pioggerellina estiva. Ma martedì sera in assemblea è scoppiato il nubifragio. Il capogruppo Andrea Crippa si è seduto sul banco degli imputati e ha ascoltato la requisitoria degli scontenti. Sugli scudi l’ex presidente della Commissione Esteri di Montecitorio Marta Grande, con un passato da fedelissima di Alessandro Di Battista: «Non si sa dove stiamo andando!», ha urlato all’indirizzo di Crippa e del vice Riccardo Ricciardi, tessitori dell’accordo che ha portato il dem Piero Fassino alla guida della stessa commissione rimpiazzando la Grande. Con lei i deputati «sovranisti» Raphael Raduzzi e Alvise Maniero. Tra i più arrabbiati anche Leonardo Donno e Azzurra Cancelleri, sorella del sottosegretario Giancarlo, vicinissimo a Di Maio. Dal vertice del gruppo sfidano la sedizione, assumendosi la responsabilità della sostituzione dei membri grillini della commissione Finanze che erano intenzionati a non votare il renziano Luigi Marattin. Alla fine resta congelata anche la richiesta di dimissioni del direttivo, come accaduto per Spadafora. «Nemmeno stavolta abbiamo deciso nulla», commenta sconsolato un deputato la mattina dopo la riunione.

Il ministro, tentato dalla rinuncia alla sola delega allo Sport, attende un incontro chiarificatore con il premier Conte. E un altro confronto con i quattro parlamentari ribelli più l’ex sottosegretario Simone Valente, artefice della lettera sullo stop alla riforma di Spadafora. Ed è ripresa la guerra a Rousseau e alle restituzioni. Dopo la mail dei probiviri che invita a mettersi in regola entro il 24 agosto, in molti subordinano l’espletamento della pratica con i bonifici a una promessa di ridurre il ruolo della piattaforma, eliminando gli odiati 300 euro mensili. Missione difficile. Però nel gruppo ostentano sicurezza: «Tanto non ci espellono». Scompiglio anche su un retroscena del Fatto che descrive un Davide Casaleggio pronto a una deroga al limite del doppio mandato per favorire la ricandidatura di Virginia Raggi e Chiara Appendino il prossimo anno. In Parlamento aspettano al varco, pronti a chiedere una deroga tombale.E sullo sfondo c’è la partita sui servizi segreti. In cui Di Maio è pronto a farsi valere per controbilanciare lo strapotere del premier Giuseppe Conte.

Share

E mo’ son cavoli.Sono gli errori in cui si inciampa quando la vista delle insperate poltrone fa perdere la bussola dei principi.

Giorgio Gori Italian journalist, entrepreneur and politician; Mayor of Bergamo; candidate from the center-left...Il Pd si è arreso al populismo, dica no al referendum. Zingaretti e Delrio si sono accorti dell’errore madornale sul taglio dei parlamentari. Da una riforma costituzionale non si torna indietro, neanche se si approva in extremis il proporzionale.

E mo’ son cavoli. Quello che dall’inizio era parso un pasticcio – votare sì ad una riforma della Costituzione a cui si era votato contro per ben tre volte, in cambio di generiche promesse – mi pare si stia trasformando per il PD in un guaio piuttosto serio.

Non parliamo infatti di una cosetta, né dal punto di vista politico né per le ricadute che potrebbe avere sulla già fragile democrazia italiana. Parliamo del provvedimento “bandiera” del populismo a 5 stelle, benedetto dal populismo di destra e infine dall’intera aula di Montecitorio – con l’unica eccezione dei deputati di +Europa – in un impeto autolesionistico in cui, per sembrare dalla parte del popolo, per non rischiare un’oncia di consenso, la casta ha pensato bene di dichiarare guerra alla casta, accettando di descriversi come una banda di poltronari privilegiati mangia-pane-a-tradimento, il male assoluto da estirpare o quantomeno da amputare – diciamo del 30% – in cambio di un risparmio che i grillini millantano superiore ai 500 milioni e l’Osservatorio Cottarelli ha quantificato in 57 milioni scarsi (lo 0,007 della spesa pubblica) e Sabino Cassese ha riportato alla sua concreta entità: parliamo di 1/7 del costo di uno solo dei novanta F35 che l’Italia si è impegnata a comprare.

Tutto questo senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze, che pure occorre ricordare: riducendo i parlamentari da 915 a 600 l’Italia diventerà il Paese con il peggior rapporto tra numero di cittadini ed eletti, allontanando ancora di più gli uni dagli altri; verrà spazzato via il principio di rappresentatività territoriale, a danno principalmente delle aree interne e meno popolate; i parlamentari saranno scelti in liste bloccate ancora più corte e totalmente nelle mani dei leader nazionali; la rappresentanza degli italiani all’estero si ridurrà ad un deputato ogni 688.000 cittadini e ad un senatore ogni 1.375.000, con un’evidente discriminazione determinata dalla residenza; il parlamento sarà più debole nei confronti del governo e basterà il trasformismo di pochi senatori per determinare cambi di equilibri e di maggioranze; il funzionamento delle commissioni sarà pregiudicato dall’esiguo numero di parlamentari; eccetera.

A questo disastro il PD si è ripetutamente e meritoriamente opposto, facendo argine. Finché non si è trovato a trattare coi 5Stelle la formazione del nuovo governo, l’estate scorsa, e lì ha calato le braghe.

Galeotti furono i correttivi, ovvero le promesse di aggiustamenti legislativi che avrebbero – si disse – reso accettabile ciò che fino al giorno prima era indigeribile: l’equiparazione dell’elettorato attivo e passivo tra Camera e Senato, l’eliminazione del principio della base regionale per il Senato – necessaria per assicurare il pluralismo territoriale -, una serie di altri piccoli interventi e, soprattutto, la nuova legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%. Fatto l’accordo il Pd ingoia il rospo (insieme a Leu e Italia Viva, va detto) e si unisce alla maggioranza bulgara che l’8 ottobre scorso approva il taglio di 345 parlamentari.

Senonché i correttivi non arrivano, neanche l’ombra. Soprattutto non si parla più di legge proporzionale. Italia Viva si sfila, i 5Stelle fanno i pesci in barile. Ed è così che il taglio a cui anche il PD ha detto sì diventa – Bettini per primo dixit – un pericolo per gli equilibri democratici. Lo segue a ruota il Segretario: senza legge elettorale il taglio è pericoloso.

Argomenta Graziano Delrio: “La riduzione dei deputati e dei senatori, abbinata all’attuale legge ipermaggioritaria, crea uno squilibrio serio per l’assetto istituzionale del Paese: può produrre maggioranze in grado di cambiare da sole la Costituzione”, senza contare che senza correttivo si rischierebbe “di non avere la rappresentanza piena di tutte le forze politiche e di tutte le Regioni, specie le più piccole”. Conclusione: “Fare il taglio dei parlamentari senza una nuova legge proporzionale sarebbe un suicidio per la democrazia”.

E dunque, la legge elettorale. Italia Viva sfugge, Forza Italia manda segnali. Fatto sta che siamo al 5 di agosto, tra pochi giorni il parlamento chiude e il 20 settembre si vota per il referendum confermativo del taglio. Che si fa? Le possibilità parrebbero due.

La prima: il pressing del PD forza gli alleati al rispetto dei patti e a stringere i tempi, e miracolosamente si arriva a votare il proporzionale – più gli altri correttivi istituzionali e le garanzie sul funzionamento delle Camere – almeno in un ramo del Parlamento; in questo caso il Partito Democratico mantiene il suo “sì ufficiale” rispetto al referendum, auspicabilmente lasciando liberi i suoi militanti di esprimersi secondo coscienza (“Ai referendum, specie se si tratta di difendere la Costituzione, la libertà di coscienza è sempre assicurata”, ha chiosato Delrio).

La seconda è che non succede nulla. Non si trova la quadra sulla legge elettorale, non ci sono i tempi, e il 20 settembre ci arriva addosso senza che sia stato possibile piantare i paletti che eviterebbero “il suicidio della democrazia”. Io credo che a quel punto il PD non possa che schierarsi per il “no”. Proprio per le ragioni ben dette da Bettini, Zingaretti e Delrio. Se quel taglio (senza correttivi) mette in discussione l’equilibrio costituzionale il Partito Democratico non se ne può in alcun modo rendere complice.

Senonché l’alternativa prospettata – riusciamo a fare i correttivi, non riusciamo a farli – è solo apparente. Se anche si riuscisse infatti a votare il proporzionale – cosa che certo mitigherebbe gli effetti nefasti dell’amputazione voluta dai populisti – nessuno può assicurare che domani, o tra due anni, o tra dieci, con una semplice legge ordinaria, lo schema elettorale non venga nuovamente modificato. Le leggi elettorali si fanno e si disfano. Solo dal 1990 è accaduto quattro volte (senza contare la legge elettorale voluta da Renzi, mai utilizzata) portandoci attraverso i vari Mattarellum, Porcellum, Consultellum e Rosatellum. Leggi più o meno proporzionali, più o meno maggioritarie. E dunque è assai facile che possa di nuovo accadere, a seconda delle convenienze del momento.

Senonché da un taglio dei parlamentari – che è invece materia costituzionale – non si torna indietro. E dunque non è questione di correttivi. Se anche si dovesse arrivare in extremis ad approvare il proporzionale: la sostanza non cambia. Al prossimo giro potrebbe benissimo tornare l’”ipermaggioritario”, con tutti i rischi del caso. La verità è che il PD ha fatto un errore madornale nel piegarsi al populismo e alla cultura antiparlamentare dei 5Stelle, e adesso l’unica dignitosa via d’uscita è ammetterlo e sperare che il 20 settembre la maggioranza dei cittadini dica di no ad una riforma che mina i fondamenti della nostra democrazia rappresentativa (e per fortuna che abbiamo almeno il referendum, mi verrebbe da dire).

Share

Ora arriva il conto da pagare…si rinvia tutto a dopo le elezioni, sperando che la gente prima voti.

The Italian deputy Roberto Gualtieri and the Italian premier Giuseppe Conte, both with surgical mask,...Decreto Agosto, blocco licenziamenti a due velocità.Dopo una giornata di tensioni il vertice di governo partorisce l’accordo: stop fino a fine anno per le aziende che usufruiranno della cassa integrazione, non per le altre. Scontro Confindustria-sindacati.Tanti i nodi ancora aperti sul decreto Agosto, Cdm di giovedì in bilico.

Assomiglia a una guerra di logoramento il pantano nel quale si è mosso per tutta la giornata il governo. Il vertice sul decreto Agosto, iniziato martedì sera, è proseguito a singhiozzo per tutto il corso della giornata. L’ultima bozza consta di 91 articoli, ed è costellata di note a margine evidenziate in giallo: “nodo politico”, “nodo politico”, “nodo politico”. Così sul testo della manovrina d’agosto sulla quale tutti dicevano di essere d’accordo fino a tarda notte non si è trovato nessun accordo.

Saranno costretti a cambiare il nome anche al Decreto Agosto.Non decideranno nulla fino a Settembre: prima delle elezioni se sono soldi a pioggia, dopo le elezioni se sono decisioni difficili.Che pena

Politiche assistenzialiste della peggior risma. Tanto poi si rientrerà andando a mettere mani nelle tasche dei cittadini. Magari con una tassa sul morto.

A settembre, la travata alle PD&M5S uniti dalle poltrone arriverà lo stesso, nonostante gli accordi notturni, salvo intese. Qualcuno mi accusa di essere pessimista, quando dico che allo stato attuale il sistema politico italiano sia incapace di pensare al futuro del paese. Ma questa è la verità, da un lato ci sono i pidini e i grillini che pensano che la soluzione del problema è quello di aggiogare l’Italia e gli italiani agli interessi europei,senza proporre nessuna riforma istituzionale ITALIANA cosi saranno costretta la EU, i tedeschi ed i francesi a far pagare il conto ai cittadini italiani, mentre loro verranno premiati e manterranno i loro privilegi, con una specie di dittatura, come collaborazionisti fedeli ed affidabili. In buona sostanza quello che hanno fatto in Grecia. Dall’altra parte ci sono i populisti ed il cane sciolto SALVINO che pensa solo ai sui interessi, il cui programma politico è un ammuffito berlusconismo, con l’obiettivo di continuare impunemente nel loro programma di malgoverno, ruberie impunite e privilegi vari. Se questi possono essere considerati politici affidabili e capaci

Share

A prescindere dai contenuti, sono certo che il primo della lista è: ASSUMERE ASSUMERE ASSUMERE tonnellate di inutile personale in più.

Covid,  firmato il protocollo sicurezza con le regole per il rientro a scuolaCovid, firmato il protocollo sicurezza con le regole per il rientro a scuola.Accordo tra ministero dell’Istruzione e i sindacati della scuola. Nel testo anche misure per eliminare il fenomeno delle “classi pollaio”

E’ stato firmato stamattina il Protocollo per la ripresa in sicurezza dell’anno scolastico. A siglarlo sono stati la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e le organizzazioni sindacali della scuola. Dall’help desk per le scuole, alle modalità di ingresso e uscita, all’igienizzazione degli spazi, il Protocollo offre regole chiare alle istituzioni scolastiche e dovrà diventare un punto di riferimento anche per gli studenti e le famiglie.

“Cambiare” avrà significato solo a fatti compiuti…per ora prevale la “tecnica (mediatica) dell’annuncio ogni due giorni”….per cervelli pigri stimolati solo dall’iphone!

La riapertura delle scuole è fondamentale per il nostro Paese ed è giusto fare il massimo sforzo per garantire ai ragazzi di tornare a scuola. Essendo le classi comunque un luogo di ritrovo comune è impossibile azzerare ogni possibilità di possibile contagio ma le misure prese almeno attenuano sensibilmente tale pericolo.Dicano però,oltre l’auspicio, come nella pratica che verrà impedito che si creino a settembre classi pollaio. come si muterà l’organico. il limite dovrebbe essere 20 studenti per classi.

Ma chi e’ che ha avuto il lampo di genio di mettere un referendum una settimana dopo l’inizio delle scuole in tempi di pandemia?Fosse poi un referendum su qualcosa che non si puo’ proprio rimandare, lo capirei, ma siamo stati per decine e decine di anni con quel numero di senatori e deputati, se ci stiamo un anno in più non cambia molto.Chiudere invece istituti che stanno facendo i salti mortali per poter riaprire, dopo solo una settimana mi pare folle.

Help desk (centralino), task force (commissione), recovery fund (fondo per la ripresa), smart work (lavoro da casa…che essendo un lavoro tanto smart non lo è, altrimenti facevo il volontario)….fino al mitico bonus (sussidio)…possiamo però anche andare oltre “sconfinando” nell’italico; clandestino (migrante), reddito (sussidio)…..MA CHE VOLETE SALVARE A FARE LA SCUOLA SE STATE UCCIDENDO L’ITALIANO? ma lasciate che i vostri figli crescano ignoranti e con lo smartphone a dirigerli che forse si salvano dagli ignoranti e falso governanti che hanno! del resto, per comandare al tempo del grillopiddini e grilloleghisti, non serve una laurea o doti particolari.

 

 

Share