House of Palazzo Marino. Albertini ci ripensa e si prende 48 ore per decidere sulla candidatura a Milano

L’ex sindaco racconta della telefonata di Giorgia Meloni, in cui la leader di Fratelli d’Italia gli ha chiesto di candidarsi. Domani, anniversario del suo primo giuramento davanti al prefetto, scioglierà la riserva.

Tutto il centrodestra, compresi Fratelli d’Italia, ha chiesto a Gabriele Albertini di candidarsi a sindaco di Milano contro Beppe Sala. È arrivata anche la telefonata di Giorgia Meloni. E ora l’ex sindaco sembra volerci ripensare e si è dato tempo fino a sabato per decidere.

«Devo dire che ero già a conoscenza della decisione di Fratelli d’Italia perché surrettiziamente La Russa, Santanché e Fidanza si erano fatti vivi spiegandomi che non dovevo equivocare, che FdI non ce l’aveva con me, ma era una questione di dialettica tra i partiti del centrodestra. Quindi, per me non è stata una novità. La novità è stata la telefonata di Giorgia Meloni», racconta al Corriere. «Mi ha rassicurato che non c’era nulla contro di me. Io l’ho ringraziata. È stato un colloquio cordiale».

Albertini ammette che «naturalmente se i tre leader di partito avessero deciso di fare subito il loro vertice per chiudere la partita delle candidature non avrei procrastinato la mia decisione. Ho comunque detto che avrei gradito aspettare fino a sabato (domani, ndr), che è l’anniversario del mio primo giuramento da sindaco davanti al prefetto. Correva l’anno 1997».

E Meloni gli ha detto che «l’incontro è previsto per la settimana prossima. Siamo d’accordo che ci risentiamo sabato quando le comunicherò la mia decisione. Faccio però una considerazione: è il quadro esterno che è cambiato, il quadro interno, descritto nella lettera per cui ho detto no alla candidatura, è rimasto lo stesso».

Perché allora prendersi qualche giorno in più? «Perché voglio essere sicuro che ci sia tutta la convinzione possibile e che tutto ciò che sarà deciso sarà deciso in armonia con mia moglie Giovanna. Forse c’è bisogno di qualche parola in più, di qualche sguardo in più. Se le circostanze mi avessero obbligato avrei preso la decisione in tempi più rapidi, ma mi sono state concesse 48 ore». E spiega: «Qualunque sarà la decisione, sarà una decisione di coppia».

Al momento, dice, «sono più per il no. Ieri sono state rimosse delle situazioni esterne, ma l’argomento di passare gli ultimi anni della vita insieme, in serenità e possibilmente in buona salute non è cambiato. È un conforto sapere che la decisione ora è solo nostra mentre prima c’erano delle questioni aperte che poi sono state chiarite come quelle frasi riportate su Berlusconi che avrebbe preferito Lupi e non avrebbe contribuito economicamente alla mia campagna elettorale. Il miglior tempo in qualifica resta quello del vecchio Albertini…».

Berlusconi, spiega, «ha smentito nella maniera più categorica di aver pronunciato quella frase e ha anche minimizzato l’episodio del mio cosiddetto tradimento quando per lealtà a Monti rifiutai la nomina a ministro. Perché non avrei dovuto crederci? Parola di gentiluomo».

E poi conclude: «Confesso e non posso negare che il prolungamento degli elogi funebri da vivo è qualcosa a cui non si può sfuggire. Ma non è l’argomento prevalente. Quello vero è che sono rimasto molto combattuto per le manifestazioni di incoraggiamento, per quello che ho ascoltato, che ho letto. Mi ha fatto perdere il contatto con la realtà tanto che stavo per mettere la testa sul ceppo. Quanta fatica ha fatto Giovanna ad afferrarmi per i capelli!».

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Comunismo è dove non mi siedo io.Draghi impari il senso del capitalismo da D’Alema

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 2 persone e il seguente testo "#PARLATECIDIDALEMA Fondazione dei socialisti europei, l'accusa a D'Alema da Bruxelles: "Deve restituire 500mila euro" @MatteoRenziNews laRepubblica"Pur non vantandosene, il Presidente del Consiglio ha rinunciato allo stipendio pubblico in ottemperanza allo spirito del tempo populista. Meglio il modello Max: chiedere soldi secondo le proprie capacità intellettuali e anzi pretenderne di più.

Perché non possiamo non dirci dalemiani. Dico a lei, presidente Draghi: perché non impara da Massimo D’Alema, e da quella frase di ieri a Repubblica, frase che nel mio prontuario di aforismi dalemiani supera «Capotavola è dove mi siedo io». Presidente Draghi, dia retta: da quel «Le mie prestazioni intellettuali valgono più di quel che mi hanno dato» con cui D’Alema non solo si rifiuta di restituire i soldi ricevuti, ma fa presente, un po’ stizzito, che erano pure pochi, da quell’approccio al capitalismo, lei, già banchiere, ha tutto da imparare da un già comunista.

Il rapporto malato dell’Italia col capitalismo lo capii molti anni fa, quando un’anziana giornalista iniziò a dire in giro che, se un certo giornale aveva dovuto tagliare il budget per i collaboratori, era colpa mia, che ero strapagata.

L’esemplare situazione era questa. La signora e io avevamo due contratti per scrivere quaranta pezzi all’anno per quel certo giornale. Io ne scrivevo centocinquanta, quindi oltre al minimo garantito venivo pagata molti altri soldi; in cambio non dico che facessi il giornale da sola, ma poco ci mancava. La signora non ha mai, nel corso di questi suoi contratti annualmente rinnovati, scritto il numero minimo di articoli che le venivano comunque pagati.

In un sistema capitalista, io mi guadagnavo il mio ricco bonifico mensile, e la signora era una truffatrice. Nel sistema dell’«un po’ per uno a prescindere dai meriti», io ero una stronza, e la signora era una che comunque di soldi ne prendeva pochi e quindi non era il caso di cavillare se non se li guadagnava.

Anzi, ora che ci penso il rapporto malato dell’Italia col capitalismo l’avevo capito alcuni anni prima, quando avevo iniziato a lavorare in radio e avevo scoperto che, a parità di durata e d’impegno e di resa, un programma settimanale veniva pagato molto più di uno quotidiano. Come mai poter preparare un programma con più calma veniva retribuito meglio? Perché mica si retribuiva il lavoro (figuriamoci il risultato): l’ufficio del personale mi spiegò che con quei soldi bisognava camparci. Stabilivano una cifra campabile, e qualunque numero di puntate tu facessi ti davano quella: per campare io di certo non avevo bisogno di cinque volte quel che prendeva la tizia che andava in onda solo una volta a settimana. Allora ditelo che rivolete il comunismo.

Ma più di tutto, il rapporto malato dell’Italia col capitalismo l’ho capito quando Maria De Filippi ha condotto Sanremo. E non si è fatta pagare. Certo: non aveva bisogno del cachet sanremese, come io non avevo bisogno di guadagnare dieci volte l’anziana giornalista o cinque volte la tizia della radio del sabato.

Ma, a meno che non rivogliamo il comunismo, non è così che funziona il rapporto tra prestazioni e retribuzioni. I soldi non li dai ai bisognosi: li dai a chi se li è guadagnati. Se Maria De Filippi va a condurre una serata gratis per la Croce Rossa, ha un senso; se conduce gratis il varietà televisivo più visto (e con più budget) d’Italia, il messaggio che mi arriva è: quelli bravi non si fanno pagare, se ti fai pagare sei avido e immorale.

So bene che il Sanremo di Maria De Filippi è del 2017, e a quel punto c’è già nelle istituzioni un intero partito politico la cui principale scelta programmatica è tagliarsi gli stipendi, restituire i rimborsi, rammentarci ogni giorno che considera immeritato sterco del demonio i propri emolumenti. Ma quel partito politico è un mucchio di scappati di casa che, quando dice queste cose, al massimo ci fa pensare: beh, in effetti son proprio soldi immeritati. Non si tratta dei migliori professionisti del loro settore, com’è invece per Maria De Filippi.

Epperò il clima ormai è quello, e la De Filippi non può fare altro, se non vuole che le sfrantumino le gonadi rinfacciandole qualsivoglia compenso, lusso, plutocrazia, e persino alberghi rimborsati dalla Rai: ecco, conduce Sanremo e non solo si fa pagare ma ha preteso più d’una singola alla pensione Miramare.

Solo che qualcuno, quando lo spirito del tempo è particolarmente scemo, deve trovare la forza d’andare contro lo spirito del tempo. Di dire: non solo dovete pagarmi, ma anche bene.

Molti anni fa, un noto direttore di giornale doveva diventare presidente del consiglio d’amministrazione della Rai. Rinunciò, la presidenza del cda andò a qualcun altro. All’epoca seguivo le vicende Rai per un giornale, e scrissi che il rinunciatario voleva più soldi di quelli che erano disposti a dargli (era prima che la Rai avesse per legge un bassissimo tetto massimo ai compensi dei dirigenti, cosa che ha fatto sì che nessun dirigente qualificato voglia più andare a lavorare lì, guadagnando una frazione di quel che prenderà in analoga azienda privata; ma già allora il consiglio d’amministrazione era considerato un incarico ripagato dal prestigio e non dai bonifici).

Il mio direttore mi convocò e mi annunciò d’avermi tagliato quel passaggio dall’articolo: il rinunciatario era ebreo, sembrava un’accusa antisemita. Sono passati diciott’anni e ancora non ho capito come attribuire a qualcuno l’idea «se mi volete, dovete pagarmi quel che valgo» possa essere un’accusa e non una lode. Possibile che nessuno in Italia abbia visto Wall Street e imparato da Gordon Gekko che l’avidità è una buona cosa?

Qualcuno, quando lo spirito del tempo è particolarmente scemo, deve trovare la forza d’andare contro lo spirito del tempo. Non ci era riuscita Maria De Filippi, non ci è riuscito Mario Draghi. Che, si è saputo ieri, non si fa pagare per fare il presidente del consiglio (spero abbia rinunciato al denaro solo per poterci, in quanto volontario, eventualmente mollare ai nostri destini da un giorno all’altro, senza la settimana di preavviso che ti devono le colf retribuite).

Per fortuna che Massimo D’Alema c’è, tratta privatamente per farsi pagare per un ruolo che in genere s’intende retribuito dal prestigio (non il presidente della Rai, ma il presidente della Fondazione Europea degli Studi Progressisti), e – quando anni dopo gli chiedono i soldi indietro – si rifiuta di restituirli, di transare fuori dai tribunali, e soprattutto di contrirsi: avrebbero dovuto pagarmi di più.

Lo pensano di sé, ne sono certa, sia Maria De Filippi sia Mario Draghi, gente ben consapevole del proprio valore. Ma solo D’Alema, dio o chi per lui ce ne conservi l’arroganza, se ne fotte dello spirito populista del tempo abbastanza da dirlo. Mica rivuole il comunismo, lui.

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Primi timidi segnali di risveglio nel Pd dopo l’ennesima fregatura grillina

Oggi la direzione discuterà la strategia da seguire alle amministrative, ma la verità è che l’unica di cui disponevano, affidata alla sapiente sponda di Conte, è finita nel nulla (cioè dov’era cominciata)

È ragionevole pensare che alla direzione di oggi tutti i principali esponenti del Partito democratico confermeranno la loro piena fiducia nel segretario e nella linea seguita fin qui, dopo avergli fatto garbatamente intendere che è il caso di cambiarla.

Non sembra alle porte un’insurrezione e tanto meno una rivoluzione, ma qualche timido segnale di risveglio comincia a cogliersi, dopo il lungo sonno della ragione che ha accompagnato l’interminabile e sfortunatissimo corteggiamento dei grillini. Ieri persino il sempre felpatissimo Gianni Cuperlo, in un articolo su Domani, si è lasciato scappare una frase piuttosto netta: «Conviene prendere atto che una linea politica si è consumata e una svolta è doverosa». 

Da parte sua Enrico Letta – o qualcuno della sua cerchia – fa sapere che non intende subire «il trattamento Zingaretti», mentre i soliti dirigenti «a lui vicini», scrive Repubblica, spiegano che «ci si confronta, anche animatamente, ma negli organi di partito, non sui giornali». Una tipica posa da leader passivo-aggressivo che finora non ha mai portato bene a nessuno, e che stavolta appare particolarmente ingiustificata, anche perché il primo a scartare, aggirando gli organi di partito in favore di giornali e tv, per mettere tutti davanti al fatto compiuto, è stato proprio Letta. Sulle alleanze e ancor più sulla legge elettorale, tema su cui ha rovesciato la linea del Pd – passando dal proporzionale al Mattarellum – in un’intervista a «Che tempo che fa», poche ore dopo essere stato eletto segretario dall’Assemblea nazionale sulla base di un discorso in cui dell’argomento non aveva fatto alcun cenno.

L’ultima goccia che ha fatto perdere la pazienza alle tanto vituperate correnti, fin qui mute testimoni delle decisioni prese dal leader, è stata ovviamente il clamoroso due di picche che il Pd ha rimediato da Giuseppe Conte sulle amministrative. Uno smacco difficile da accettare, perché giunto al termine di un corteggiamento tanto insistito quanto spericolato, da parte di Letta, come se non fossero bastate le fregature già più volte incassate dal suo predecessore. 

Di qui il malumore diffuso che cominciava a tracimare sui giornali. Ad esempio nelle opinioni riportate ieri da Giovanna Vitale su Repubblica da parte di esponenti di tutte le maggiori correnti, da Andrea Orlando («Io sono sempre più convinto che il proporzionale sia la soluzione migliore, anche alla luce delle difficoltà che stiamo incontrando nei comuni») a Andrea Romano («il Mattarellum sarebbe una catastrofe»). A testimonianza di un clima di generale preoccupazione, per una volta in linea con il giudizio prevalente tra osservatori e commentatori. 

E non solo perché una porta in faccia è una porta in faccia, ed è difficile raccontarla come un’accoglienza trionfale. Ma anche perché, all’entusiasmo con cui aveva deciso di rilanciare la scommessa bettiniana sulla periclitante leadership dell’Avvocato del popolo, Letta aveva aggiunto di sua iniziativa, e contro il parere dello stesso Goffredo Bettini, la proposta di un ritorno al Mattarellum, o ad altro sistema elettorale compatibile con le coalizioni del bipolarismo maggioritario. 

Il che, alla luce della porta in faccia di cui sopra, comincia ora a suonare un po’ come la proposta di restarsene piantati sulla soglia fino al 2023, bussando col naso. E siccome, nel caso concreto delle liste elettorali per le prossime politiche, i nasi sarebbero perlopiù quelli dei componenti della direzione, è immaginabile lo spirito con cui oggi l’ipotesi sarà da loro presa in considerazione.

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Servizio pubblico.Draghi è pronto a usare il metodo Figliuolo/Belloni alla Rai

Dopo Vecchione (Dis), Arcuri (Commissario per il Covid) e Parisi (Anpal), il premier sta cercando i manager per sostituire Foa e Salini e iniziare quella nuova stagione che in Viale Mazzini si attende da decenni. Resta da capire se la politica è diposta a fare un passo indietro.

Metodo-Figliuolo o se volete metodo-Belloni in Rai. Non è un sogno. Nell’éra di Draghi è possibile. Dopo la cacciata di Gennaro Vecchione (amico di Giuseppe Conte) dal Dis e prima ancora quella di Domenico Arcuri (amico di Massimo D’Alema) dal commissariato per la lotta al Covid – per non dire del comico Mimmo Parisi, amico di Luigi di Maio e rispedito back to Mississippi – toccherà presto all’ineffabile presidente della Rai Marcello Foa, amico di Matteo Salvini, fare le valigie: l’importante non è solo che lui se ne vada ma che che possa iniziare quella nuova stagione a viale Mazzini che si aspetta da sempre, una stagione nella quale siano premiate le professionalità e non le amicizie politiche. Utopia, si dirà. Ma se non ora quando?

Perché c’è un fatto nuovo che consente di sperare: Draghi, cioè l’uomo che si sta mostrando tranquillamente in grado di infischiarsene delle convulsioni dei partiti e delle loro partite a flipper, e probabilmente l’unico capace di sanificare i meandri intossicati di viale Mazzini.

Se non ce la fa lui non ce la può fare nessuno. Probabile che il presidente del Consiglio, che pure è – come detto – politicamente fortissimo, più di ogni altro suo recente predecessore, non riuscirà a fare della Rai il “villaggio di vetro” immaginato da Walter Veltroni in un lontanissimo convegno del 1987 (35 anni fa!) ma almeno lui e il ministro per l’Economia Daniele Franco stanno già pensando a come costruire una governance degna di questo nome. Senza passare per le forche caudine partitiche.

Non ha chiesto a nessuno se potesse mandare a casa Arcuri per far posto a Figliuolo, e lo stesso dicasi per la sostituzione di Vecchione con Belloni: il presidente del Consiglio si dà carta bianca e sta cercando soluzioni – come si dice delle persone non lottizzate – di alto profilo.

È infatti in corso una “procedura selettiva” per le due figure apicali, ovvero il Presidente e l’Amministratore Delegato della Rai di cui è stata incaricata la società specializzata Egon Zehnder, “cacciatori di teste” che dovrebbero incontrare in questi giorni alcuni potenziali candidati, sia interni alla Rai sia esterni.

Non se ne sa molto ma, secondo alcune fonti, Mario Draghi vorrebbe puntare su una figura molto competente come Amministratore Delegato, un professionista in grado di mettere ordine nei conti dell’azienda al riparo da pressioni di qualsiasi tipo.

Insomma, un Draghi per la Rai, un esperto di conti che conosca un’azienda che si avvia ad avere i conti in rosso per circa 750 milioni: un nome che ha preso a circolare è quello di Raffaele Agrusti, già collaboratore dell’ex dg Antonio Campo Dall’Orto ed ex dirigente di Generali; mentre per la presidenza si penserebbe a una donna, forse un’intellettuale di prestigio, chiaramente al di sopra delle parti e beneficiaria di stima generale.

Draghi insomma ha tutte le condizioni per aprire il dopo Foa-Salini, il tandem nominato nella stagione gialloverde (2018) e giunto dunque a scadenza naturale senza un alito di rimpianto da parte di nessuno, anche perché i risultati sono molto discutibili sia dal punto di vista della qualità del prodotto generale (informativo in particolare) che da quello finanziario, ed è destinato a passare alla storia come la coppia maggiormente supina agli interessi dei due partiti di riferimento – Lega per Foa, Movimento cinque stelle per Salini – persino peggio della Rai berlusconiana o quella del pentapartito.

Inutile e troppo lungo sarebbe l’elenco di scelte sbagliate, occasioni perdute, episodi di servilismo. Alla fine persino il pubblico si è stancato. Come ha scritto Paolo Festuccia sulla Stampa – facendo arrabbiare Salini – Rai Uno ha perso in sei mesi 3,5 punti di share e Rai Due addirittura l’11,7.

Da parte sua, in una surreale intervista al Corriere della Sera, il presidente Foa, che deve tutto all’amicizia con la Lega di Salvini, ha chiesto che «la politica non condizioni la Rai».

Proprio lui, chiacchierato cantore del sovranismo putinian-salviniano: «I sovranisti avevano ragione – scriveva per esempio nel giugno del 2018 – e non c’è insulto che riuscirà a fermarci, per una ragione tanto semplice quanto inaspettata: gli elettori stanno distruggendo scheda dopo scheda quel costrutto neoglobalista e transnazionale che anni di incessante propaganda hanno tentato di trasformare in un Destino ineludibile». Qualche settimana dopo l’alato scritto, il Foa venne nominato presidente della Rai.

Adesso bisogna capire se i partiti saranno davvero disposti a fare un passo indietro, seppure obtorto collo.

Probabile che i medesimi partiti, che non sono scemi, non intendano fare da spettatori, non foss’altro perché quattro consiglieri saranno nominati dal Parlamento (a scrutinio segreto!), ed ecco dunque che già si ipotizzano accordi e disaccordi sui nomi.

Ma intanto c’è da far sloggiare il tandem gialloverde dal settimo piano di viale Mazzini giacché molti sospettando che Foa e Salini vogliano tirarla per le lunghe, per esempio stiracchiando i tempi della approvazione definitiva del bilancio che è stato sì approvato dal Cda ma ha bisogno dell’imprimatur dell’Assemblea dei soci di cui il deputato di Italia viva Michele Anzaldi, instancabile spina nel fianco dei capi del servizio pubblico, reclama la convocazione, spalleggiato (e non è che accada sempre) dal segretario dell’Usigrai Vittorio Di Trapani.

Mentre il deputato democratico Andrea Romano, membro della Commissione parlamentare di Vigilanza, trova che sia «un pretesto» per allungare il brodo il fatto che «il Cda scaduto si occupi dei palinsesti autunnali del servizio pubblico».

Per Mario Draghi potrebbe essere la grande occasione per far capire ai partiti che anche a Viale Mazzini l’aria è cambiata.

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D’Alema.SI E FATTO CONOSCERE ANCHE IN EUROPA.NON GLI BASTAVANO I DANNI CHE HA FATTO IN ITALIA.

La Fondazione dei socialisti europei accusa D'Alema: "Deve restituire 500mila euro" - Il Riformista

Massimo D’Alema, il Grande, è stato citato in giudizio presso il Tribunale Civile di Bruxelles dalla FEPS, la Fondazione degli Studi Progressisti Europei, che chiede la restituzione di CINQUANTA MENSILITÀ DI 10.000 € L’UNA PER COMPLESSIVI 500.000 €, a loro dire percepiti impropriamente. Fantastico Grande. Comunque lui ha già snocciolato i nomi di tutti i suoi calunniatori europei: il portoghese Renzao, lo spagnolo Renzos, il francese Rencie, l’olandese Van Reenzen, il britannico Renzies, lo svedese Renzsson, il danese Renzesen, il tedesco Rentzsch, il greco Renzopoulos, il croato Renzic, il bulgaro Renzov, il romeno Renzescu, il polacco Renziewicz e il lituano Renzauskas. Comunque si sbaglia, come sempre. È stato Matteo Renzi.

Orrendo vedere ancora la faccia di D’Alema. Uomo di grande intelligenza. MA USATA MALE E PER I PROPPI INTERESSI, che non ha mai apprezzato i giovani e non è stato capace di allevare una classe dirigente vera che potesse ereditarne il ruolo. Ricordo con orrore la guerra che fece contro Renzi solo per impedirne il successo. Il risultato è stato affondare la sinistra e ridurla alla comica alleanza PD-M5S. Assurdo che abbia ancora spazio anche per eventuali scandali. Basta.

La Fondazione dei socialisti europei accusa D’Alema: “Deve restituire 500mila euro”

Massimo D’Alema portato in tribunale, quello civile di Bruxelles, dalla Feps, la Fondazione degli studi progressisti, ossia la Fondazione dei Socialisti europei, che l’ex presidente del Consiglio ha guidato dal 2010 al 2017.

Una settimana fa, scrive oggi Repubblica, la Fondazione ha infatti depositato una citazione in giudizio per una causa sulla restituzione di circa mezzo milione di euro che D’Alema, ex segretario dei DS, avrebbe intascato illegittimamente.

La conferma arriva dall’attuale segretario generale della Fondazione dei Socialisti europei, Laszlo Andor: “Abbiamo presentato l’azione legale venerdì scorso”. Ma l’ex presidente del Consiglio, ascoltato al telefono, risponde: “Iniziativa immotivata. Andremo in giudizio e poi sarò io a chiedere i danni. Di certo è una vicenda che davvero mi amareggia”.

La storia non è semplice: D’Alema viene eletto presidente della Fondazione legata al Pse nel giugno del 2010 e per tre anni svolge l’incarico senza ricevere alcuna remunerazione, così come avevano fatto i suoi predecessori e l’attuale presidente, la portoghese Maria Joao Rodrigues.

Nel 2013  per D’Alema, non più parlamentare in Italia, e fino al 2017, quando lascia la Fondazione dopo uno scontro col segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, viene introdotta una novità. D’Alema firma un contratto assieme all’allora segretario generale della Fondazione, il tedesco Ernst Stetter, per circa 120mila euro l’anno.

Un contratto ‘fantasma’, di cui nessuno sapeva niente perché mai sottoposto all’attenzione degli organismi dirigenti della Fondazione.  Quei pagamenti, scrive Repubblica, non vengono mai effettuati con i canali digitali. 

La circostanza del contratto a D’Alema emerge con l’inizio del mandato di Andor. Facendo un controllo sui conti della Fondazione, da lì a poco sarebbe arrivata una richiesta ordinaria dal Parlamento europeo a tutte le Fondazioni che ricevono contributi dall’Europa, l’economista ungherese scopre che negli anni successivi al 2017 emerge un consistente risparmio nel costo del lavoro, non dovuto a licenziamenti del personale ma a quel contratto tra D’Alema e Stetter. 

I nuovi vertici chiedono dunque all’ex premier Italiano di restituire i pagamenti, D’Alema dice ‘no’ e si affida allo studio legale Grimaldi che fa valutare sua prestazione intellettuale da una società ad hoc, che ovviamente dà ragione al politico italiano.

Si arriva dunque a un voto: la Fondazione riunisce il suo board, di cui fanno parte 25 fondazioni europee (tra cui 4 italiane, comprese la Fondazione Gramsci e ItalianiEuropei, quella presieduta da D’Alema). Ben 23 sono favorevole alla causa, due si astengono. Venerdì quindi viene depositato l’incartamento al tribunale civile di Bruxelles: può iniziare la causa dei Socialisti contro D’Alema.

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MA. Sembra che a nessuno interessi fermare questo massacro mediatico.

Visualizza immagine di origineVista la disonestà intellettuale, la faziosità, la scorrettezza nell’informazione, le ripetute violazioni del pluralismo sanzionate dall’Agcom con una multa senza precedenti di questa Rai, che si è rivelata la peggiore degli ultimi decenni anche per il mancato rispetto della semplice deontologia giornalistica, sarebbe davvero grave se a questi vertici venisse consentito di decidere i palinsesti anche per il prossimo anno, ipotecando le decisioni del nuovo Cda che sta per essere nominato. Sarebbe un grave affronto alle prerogative del Parlamento e del Governo.
Questa è la Rai che ha fatto toccare il fondo al livello dell’informazione pubblica in termini di qualità e di spazi, cedendo il primato su notizie e approfondimenti alla tv commerciale, ed è la Rai del buco di bilancio ripianato con il regalo da 85 milioni del Governo Conte, soldi dei cittadini in aggiunta ai quasi 2 miliardi di euro del canone.
Il Governo Draghi chieda ufficialmente al Cda, attraverso il ministero dell’Economia, di astenersi dal votare sulla programmazione del prossimo anno. L’ultima parola deve spettare all’amministratore delegato e al consiglio che si insedieranno nelle prossime settimane. Basta danni e violazioni a spese dei contribuenti.
Mi auguro che la questione venga posta in maniera ufficiale nella cabina di regia tra partiti e governo.MA. Sembra che a nessuno interessi fermare questo massacro mediatico. Continueranno fino ad annientare Renzi e Italia Viva. Le elezioni di Roma sono la motivazione di questo accanimento.

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Un premier a costo zero. Mario Draghi non riceve alcun compenso per la sua carica da presidente del Consiglio. È quanto emerge dai dati pubblicati sul sito della presidenza del Consiglio e relativi agli adempimenti sulla trasparenza amministrativa.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "Mario Draghi rinuncia allo stipendio da Presidente del Consiglio"“Il PRIMO MINISTRO Mario Draghi dichiara di non percepire alcun compenso, di qualsiasi natura, connesso all’assunzione della carica di primo ministro”.
Ebbene sì, avete capito bene: Mario Draghi non percepisce alcuno stipendio per la sua funziona di presidente del Consiglio.Ne valeva la pena? Sì, assolutamente sì! Avete strombazzato ai 4 venti che l’avvocato del popolo, da premier, si era tagliato il 20% dello stipendio e ora nemmeno un “bravo” a Draghi che, lo stipendio, non lo prende proprio?

Che non prenda lo stipendio da Presidente del consiglio è fuori dal comune, ma ci sta. Guadagna tanto e può farlo. Quello che mi ha colpito di Mario Draghi è la riservatezza, non averne fatto un vanto, non averlo sbandierato ai quattro venti, lo si è appreso soltanto esaminando la sua situazione patrimoniale.

Non ha ceduto al populismo, non ha utilizzato questa scelta per migliorare la sua immagine. Lontano anni luce dalla propaganda grillina, ad ogni euro destinato ad una finalità diversa dall’essere messo in tasca, inondate le redazioni dei giornali e delle tv di comunicati stampa, le pagine Facebook di post. Nel totale rispetto del principio espresso dal grande Gino Bartali: “Il bene si fa ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca.” Certo ha fatto una scelta, tanto di cappello. Sicuramente, a monte del suo lavoro svolto e della sua eta’ pensionabilissima, non ha assolutamente problemi economici ne’ avidita’ di accumolare per gi eredi, Pensiamo ai cumuli di emolumeti di Amato e Dini (chissa’ quanti altri) che non rinunciano ai vitalizi ma dicono genericamente di destinarli in beneficienza, mentre sarebbe meglio specificassero a qule ente li destinano

Naturalmente ciò che hanno propagandato per tanti anni, oggi è il simbolo del tramonto, il paradosso di un movimento che non fa che litigare, espellere, scindersi, per un bonifico non fatto, per uno stipendio trattenuto.

Ma che idioti coloro che su questa notizia ci fanno della ridicola ironia. Apprezzo molto invece coloro che per la Comunità, in qualunque settore, si rendono disponibili “pro-bono” senza per questo costruircisi una beata immagine. Grazie Pres. Draghi per averci dimostrato anche la Sua grandezza umana.

Ma quanto rosicano ancora le vedovelle di Giuseppi? Giuseppi i suoi ministri, arcuri etc. sono stati una parentesi, peraltro imbarazzante, della nostra storia nazionale che fortunatamente nn si ripeterà. Draghi è il presente e spero anche il futuro del paese x favore nn lo paragonate a quella pletora di incapaci.

Tanto di cappello !Se penso allo scroccone scaldapoltrona ed assenteista al consiglio europeo che in tutta la sua carriera non ha concluso un fico secco….
Mi si rizzano i peli a pensare che ancora gli si da credito.Mah !

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QUANDO I BAMBINI FANNO OOH

Visualizza immagine di origineUn POST tragicomico che illustra la realtà che questo paese vive oggi con questo personaggio, é tutto il degrado che questa gente, oggi arreca alla politica, ne dovrà rendere conto chi gli ha dato manforte e ciò il fu PCI-PD. E della pochezza di Giuseppi s’è già detto tanto, insistere è come sparare sulla Croce Rossa. Il problema sono i media, che danno ancora spazio alle sue cervellotiche esternazioni, la cui attendibilità è pari a ZERO! E. Leggendo commenti delle vedove e orfani di Conte. Lui si che è un signore, lui si che sa parlare al popolo, lui si che…Le sirene grilline ammaliano ancora col loro canto. POPOLO BIMBO ITALICO CERCHIAMO DI NON FARE PIU OOH, E MATURIAMO, I BIMBI LO FANNO,IL POPOLO BIMBO NO.

QUANDO I BAMBINI FANNO OH
Dunque sotto quella maschera da Pinocchio invecchiato batte un cuore da Capitan Fracassa, braghe grandi e cervello piccolo, che intima all’avversario “parati fellone che mo ti ammazzo”.
Conte, il rappresentante della ditta Poltrone & Falsità col campionario perennemente stampato in faccia, riemerge dallo stagno limaccioso del suo quasi partito, che rincorre facendo finta di esserne rincorso, e galleggia tra le pagine del giornalino di famiglia con una lunga conversazione tra sodali.
Sapere che odore abbia la bile non rientra nelle mie competenze, ma gli amanti della politica splatter possono goderne l’olezzo leggendo l’intervista, volgarmente sussiegosa nelle risposte su Renzi, di questo senorito andaluz senza requisiti, ma pieno di servitù.
Il sedicente capofila di una fitta schiera di geni della politica, carichi di consensi e di etica di servizio, e dei Servizi, sembra che goda a darsi dell’incapace dicendo che si è fatto fregare come un pollo da un senatore senza consenso, un uomo senza qualità, senza nulla che non sia la sua malvagia perspicacia.
Insomma, più che la vittoria del male sul bene, il malconcio di Volturara racconta la sua sconfitta come il trionfo dell’irrilevanza politica del suo avversario contro la propria dabbenaggine. Continua, dopo mesi, a darsi dello scemo.
Niente paura, come al solito arriva in soccorso la cavalleria leggera e corregge il tiro. Il loro eroe è stato travolto da una forza soverchiante che ha ordito un complotto, probabilmente internazionale, organizzato dal senatore “versatile” sull’asse Fiano – Riano, in combutta con qualche potenza demoplutogiudaica, miscela arabica. Galeotta fu la toilette e chi la scrisse.
Ovviamente non è una cosa seria, se non per il linciaggio politico del senatore “versatile” che, avendo chiesto, ma essendogli stato negato, di replicare vis a vis con l’investigatore capo della Tv di Stato, lo farà nei prossimi giorni parlando al Copasir.
Meglio che niente in attesa di essere ascoltato dalla Securitate televisiva.
Il Copasir, lo stesso organo di controllo parlamentare sui servizi segreti che interrogherà anche la violamammola appula su alcuni aspetti particolari dei suoi, assai discussi, rapporti con l’amministrazione Trump.
Roba seria, quella sì, viste le evoluzioni dell’ex PdC passato indifferentemente dalla leadership dei populisti – sovranisti di destra, confidenti con Putin, a quella di punto di riferimento dei progressisti, armi, bagagli e informazioni appresso su ambi i fronti.
Doppio salto mortale con atterraggio carpiato sull’alluce del piede destro o sinistro secondo giorni del nowerman che fu Re.
E i bambini fanno ooooooh! 

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CONFLITTO ISRAELO PALESTINESE

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Non voglio entrare, in questa riflessione, su chi ha ragione e chi torto, anche se ho una mia precisa opinione in merito.
Di fondo, non sono mai riuscito a trovare una ragione in nessuna guerra. MAI.
Voglio, oggi, solo chiedere chi ha fornito questi 1.500 razzi, quanto costa ogni razzo, chi ha pagato e perché, e perché così tanti.
Luisa Morgantini, già Vice Presidente del Parlamento Europeo, ha dichiarato che i razzi sono di fabbricazione, o comunque di provenienza, iraniana (via Iraq e Siria, e forse Giordania).
Fonti attendibili, dopo aver analizzato i dati (necessità di gittata e di risultato), dichiarano:
1. La quantità è data dal fatto che solo un così alto numero di razzi può mettere in difficoltà lo schermo difensivo israeliano, l’Iron Dome, la ‘Cupola d’acciaio’.
2. I razzi utilizzati non vanno più di moda, da quando è sceso il prezzo di altri a più lunga gittata, ma non costano meno di 100 mila USD cadauno.

E pertanto 150 milioni di USD.
Pagati da Hamas? Il 2% del PIL della Palestina, una settimana di lavoro di tutti i Palestinesi, bruciato in una notte?
Improbabile, ma tutto può essere.
Ribadisco: non sono mai riuscito a trovare la ragione di esistere delle guerre.
MAI.

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Finisce l’era Conte-Casalino, si torna lentamente alla normalità.

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Decenni di populismo – prima strisciante, poi proclamato – ci hanno fatto credere che le “nomine” fossero vezzosi e pomposi rituali della Casta, volti unicamente a trovare uno stipendio ai propri amici.

Anche se, occorre ammetterlo, non mancano molteplici esempi in cui le nomine sono state esattamente esclusivamente questo, occorre anche su questo riportare la barra al centro: nominare le persone giuste nei posti giusti è condizione necessaria per poter realizzare buone politiche, ottenere risultati e governare con efficienza.
Le idee, come si suol dire, camminano sulle gambe degli uomini e delle donne. E nominare una persona invece che un’altra fa spesso la differenza tra il successo e il fallimento.

Per questo le due scelte fatte ieri (la nomina di Elisabetta Belloni a capo della struttura di vertice della nostra intelligence e l’allontanamento dall’Anpal di Mimmo Parisi, una delle figure più imbarazzanti della scena pubblica italiana) sono il segno non solo della radicale discontinuità del governo Draghi da quello precedente, ma anche che siamo decisamente, e finalmente, sulla strada giusta.

Viva il presidente del Consiglio, un vero fuoriclasse della potatura artistica, come nel film di Tim Burton. Ieri in un attimo, senza parlare, ha tagliato Mimmo Parisi dall’Anpal, e Vecchione dal Dis. Prima era toccato ad Arcuri, a Borrelli, a tutto il Cts. Ora resterebbe Tridico all’Inps. Facci sognare.

Un pezzo dopo l’altro, Draghi sta smontando la struttura messa in piedi da Conte… alla faccia di chi insiste nel dire che Draghi sta ricalcando le orme dell’Avvogado del Bobolo.
E qualcuno non la sta prendendo affatto bene! Il prossimo step è la RAI che, oltre ad essere diventata un organo di propaganda dei populisti e dei sovranisti, ha i bilanci disastrosi. Un vero e proprio pozzo a perdere!

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