Intermittenze del cuore.I migranti affogano a centinaia. «E che ci possiamo fare?». Tutto: salvarli

Una delle banalità del male è la banalità delle cose che potrebbero evitarlo. Così noi, che potremmo quasi sempre raccogliere i naufraghi, allarghiamo invece le braccia come se fossimo impotenti. In adempimento delle istanze ecologiste, l’immondizia in mare la recuperiamo, ma di armare navi per salvare “chi ci ruba il lavoro” non se ne parla.

Una delle banalità del male è la banalità delle cose che potrebbero evitarlo. L’ultima strage di migranti – i cento e passa che qualche settimana fa sono affogati nonostante la notoria premura della guardia costiera libica – poteva essere evitata non solo facendo ciò che è pressoché sempre possibile fare, se si vuole, e cioè salvando quella gente anziché aspettare che crepi: poteva essere evitata se quelle pregresse, tutte uguali, tutte avvenute davanti agli occhi chiusi della nostra presunta civiltà, non fossero state registrate nel bollettino di inevitabilità con cui il sistema dell’informazione ha raccontato tutte le puntate di questo massacro. Il prevedibile intensificarsi degli sbarchi di questi giorni dice che è questione di poco tempo la prossima tragedia. E un’altra volta non sarà evitata: in primo luogo, appunto, perché non siamo stati capaci di tenere aperti gli occhi sull’orrore di quelle che l’hanno preceduta.

I più giovani di oggi allora non c’erano, ma un Paese intero e un presidente della Repubblica furono uniti nella trepidazione sul bordo di un pozzo che aveva inghiottito un bambino: i giornali e le televisioni si accanirono nella cronaca della voce sepolta di quel poveretto, e dei tentativi inutili con cui per ore un eroe gracile, minuto abbastanza per calarsi in quel pertugio, provava a salvarlo. Fu insopportabile per la sensibilità di tutti l’atrocità dell’agonia di quel bambino che nessuno riusciva a tirar su dal buio di quel buco.

Ecco, ci sono tanti bambini con i polmoni gonfi dell’acqua di mare che li ha soffocati, e molte madri che li hanno guardati mentre affogavano, se non sono affogate con loro. Ma sono scene che solo episodicamente la cronaca ci rinfaccia: perché perlopiù si svolgono nel mare anche più vasto dell’inerzia e dell’indifferenza che non richiama telecamere.

La storia di tutte le tragedie dell’umanità, di tutti i genocidi, di tutti gli stermini, denuncia impietosamente qual è il requisito che li rende possibili e ne permette la reiterazione: che non siano “visti”, e possibilmente che non se ne sappia nemmeno. Ci arriva una volta ogni tanto, quando proprio è impossibile occultarla o presentarla come ineluttabile casualità, l’immagine di un cadavere di bambino con la faccia affondata nella sabbia; capita che l’inopinata presenza di un microfono ci rimandi l’urlo di una madre disperata per il figlio che in quel mare ha anche meno valore di un’immondizia, perché i sacchi di plastica andiamo a recuperarli nell’adempimento dell’istanza ecologista ma di armare navi per salvare i negri che portano virus e ci rubano il lavoro non se ne parla. Ma è appunto un reportage intermittente, che non revoca e anzi istiga il riflesso comune: le braccia allargate perché non ci si può fare niente. E invece sarebbe facile – banale, appunto – fare tutto: salvarli. E il primo modo è non nascondere e non nascondersi il conto di quelli che non abbiamo salvato.

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È urgente interrompere quel perverso circuito tra tribunali e informazione che è stato alimentato da una trentennale ubriacatura populista. E riaccompagnare la magistratura al ruolo previsto dalla Costituzione. Se non ci riuscirà il Parlamento, ci dovranno riuscire i cittadini con il referendum.

Dibattito sulla giustizia.Sventurata la terra che pensa ancora di aver bisogno di giudici “eroi”

Il 24 e 25 giugno sciopereranno tutte le camere penali per protestare contro la sostituzione del gip di Verbania “garantista”, che ha scarcerato i dirigenti della funivia del Mottarone, da parte del pm che non ne ha apprezzato la scelta di puntuale ossequio alla Costituzione e che evidentemente li voleva dare in pasto all’opinione pubblica, per l’ennesimo processo di piazza a dei presunti colpevoli trasformati in vittime sacrificali di quel circuito mediatico-giudiziario dominante da decenni nel nostro Paese.

Al centro della protesta degli avvocati non c’è però solo la solidarietà a un vittima del giustizialismo imperante attraverso un atto senza precedenti, ma la richiesta della separazione delle carriere tra magistrati requirenti (pm, che conducono le indagini e che costituiscono l’accusa) e la magistratura giudicante (corti e giudici di tribunali, che emettono le sentenze), per superare le disparità tra accusa e difesa, tra pm e avvocati difensori.

Una iniziativa potremmo dire di lotta che cade in un momento particolarissimo della vita politica nazionale nella quale la questione della “giustizia ingiusta” esplode come una bomba nei fragili equilibri tra i diversi poteri e livelli istituzionali su cui poggia la democrazia italiana, mettendo in evidenza l’impellente necessità di riportare nell’alveo della Costituzione il ruolo e l’agire della magistratura.

Mentre il Paese era piegato sotto i colpi terribili dell’attacco pandemico, sull’onda del processo Palamara e della scoperta di molteplici episodi di malagiustizia – dove “mala” sta per politicizzata e ideologizzata oltre che corrotta e inefficiente – si è rotto l’incantesimo che ha dominato la vita pubblica italiana da dopo Tangentopoli, fondato sul primato morale della magistratura inquirente.

Infatti, l’esercizio della giurisdizione si era progressivamente intrecciato nel sempre più esplicito controllo dell’etica pubblica, attribuitogli da un’opinione pubblica sempre più assuefatta al messaggio di un giornalismo che lucrava sulla retorica della denuncia contro “il malaffare”: una casta di burocrati statali che fornivano ai cittadini un servizio sempre peggiore, con il supporto di un’altra casta di mezzibusti televisivi alla ricerca del “marcio” che si annidava nel potere, era stata capace di trasformarsi in un “ordine” templare a difesa dell’etica pubblica.

Ovviamente, la minaccia proveniva dalla casta politica racchiusa nella “partitocrazia”, che la fine della Guerra fredda e del capitalismo fordista statalmente organizzato aveva fortemente indebolito, perché aveva fatto crollare i presupposti sistemici internazionali su cui si fondava la sua inamovibile riproducibilità. Dagli inizi degli anni Novanta, nell’era della globalizzazione e della crisi dello Stato nazione, la forza della politica doveva trovare una nuova legittimazione nella sua capacità di riformarsi per riformare lo Stato e il sistema nel suo complesso.

Il “poco di fatto” della stagione referendaria del 1991-93, le opacità crescenti nel finanziamento dei partiti scoperte dai magistrati di “Mani pulite”, l’attacco portato “al cuore dello Stato” dalla criminalità organizzata spesso collusa con il potere politico nazionale e locale, l’incapacità dei partiti di rinnovarsi profondamente, testimoniano il fallimento della politica nel guidare un passaggio di fase profondo nella storia italiana, non molto meno grave di quello del Dopoguerra.

Ma allora i partiti erano riusciti a tirare fuori il Paese dalle macerie della guerra, collocandolo nel campo della democrazia occidentale e guidando il passaggio da un Paese agromanifatturiero a una grande democrazia industriale; negli anni Novanta del secolo scorso questo non si verificò e l’affermazione della magistratura come guida morale della nazione si andò configurando come casamatta della sinistra indebolita per contrastare l’affermarsi della prima soluzione populista della crisi sistemica della democrazia italiana: un misto di etnopopulismo di stampo leghista e un neopopulismo elitista guidato dal partito personale di Silvio Berlusconi, che da liberal-liberista delle origini si trasforma rapidamente in antimercatista, antiglobalista e antieuropeista con il sovraccarico di difesa delle tradizionali oligarchie economiche e corporazioni sociali tradizionali.

Il “partito dei giudici” si rafforza man mano che la sinistra, e il Pds/Ds/Pd in particolare, gli consegna una delega politica a condurre in prima persona la battaglia contro il berlusconismo e il “forzaleghismo” impersonato da Giulio Tremonti: una delega inversamente proporzionale alla capacità di contrastare Berlusconi sul piano politico e che non viene meno nemmeno quando il centro-sinistra ottiene la guida del governo, perché la delegittimazione morale dell’avversario costituisce il fulcro dell’armamentario culturale con cui la lotta politica viene condotta.

A farne le spese è l’impianto garantista della concezione della giustizia della tradizione della sinistra democratica, che viene sacrificato man mano che la “questione morale”, che rappresentava l’ultimo lascito della tradizione comunista, assume i contorni di una chiave di lettura onnicomprensiva della storia italiana e riduce lo scontro politico nella lotta tra forze irriducibilmente diverse sul piano etico. Ai magistrati è affidato il compito di giudici di ultima istanza della legittimità politica, che li trasforma progressivamente in un corpo autonomo, svincolato persino dalla Costituzione, che sovraintende lo spazio politico e ne controlla le dinamiche.

Questo processo si muove di pari passo con l’integrazione tra azione della magistratura e affermazione di una stampa che fa della lotta alla casta politica la sua ragion d’essere e che vive di un corto circuito di illegalità, in cui dagli uffici giudiziari escono veline che riguardano i processi in corso che alcuni organi di stampa veicolano determinando così l’affermazione della piazza pubblica come effettivo tribunale, nel quale non valgono le ragioni della difesa: i politici colpevoli sono mostri da abbattere, prima ancora di sapere se le accuse abbiano qualche fondamento. Si verifica così una sorta di sospensione della giustizia come esercizio effettivo della giurisdizione: essa viene sostituita da un procedimento giustizialista, che di giudiziario ha in molti casi ben poco, nel quale magistrati-eroi insieme a giornalisti-eroi disvelano gli arcana imperi del potere in nome dell’”onestà”.

Questa spirale si trasforma in un mostro politico quando un movimento inventato da un comico in pensione e da un imprenditore visionario la pone al centro del suo progetto, facendo del populismo anticasta e dell’attacco alla democrazia parlamentare il fulcro ideologico della sua azione politica. Il populismo giudiziario è effettivamente una delle cinque stelle inserite nella bandiera del movimento e i magistrati-eroi e i giornalisti-eroi diventano consapevoli “funzionari” di questo progetto politico che non ha come avversario solo la destra berlusconiana, ma soprattutto la sinistra riformista e Matteo Renzi, che ne incarna per un decennio la sua autorappresentazione politica.

Anzi, in molti casi, essi scendono direttamente nell’agone politico per proseguire quella lotta purificatrice che avevano condotto prima nelle fila della magistratura in nome di un impasto ideologico tra radicalismo di sinistra e neopopulismo grillino, che combatte la disonestà ma anche la Tav o la Tap, che vuole decarbonizzare l’Ilva e impedire l’estrazione del petrolio in Basilicata, che vuole garantire redditi di cittadinanza ma combatte l’efficienza della pubblica amministrazione: che soprattutto ritiene che l’innocenza sia da provare, invece che il suo contrario, in un meccanismo giudiziario senza fine. Da qui una serie di processi passati alla storia, che hanno travolto la vita di amministratori e politici sulla base di indagini a senso unico che non hanno retto la prova dei fatti: il processo di piazza aveva già emesso la condanna e quindi l’innocenza provata dalla giustizia dei tribunali non aveva più nessun senso.

Ma nello spazio che separava la giustizia di piazza da quella costituzionalmente fondata sono emerse anche numerose illegalità nella costruzione del “colpevole”: prove false, intercettazioni manipolate, prove a discarico occultate, magistrati che combattono magistrati per affermare il loro giustizialismo, tribunali trasformati in associazioni a delinquere, in una indegna sarabanda nella quale si delinea l’imprescindibile necessità per il gruppo di comando della magistratura giustizialista di tenere sotto stretto controllo le nomine dei magistrati nei tribunali più importanti, attraverso la trasformazione dell’Associazione nazionale magistrati in un centro di potere svincolato da ogni controllo: il giustizialismo combinato al corporativismo politicizzato emerge come una bomba che rischia di fare esplodere tutto il sistema. La difesa dell’indipendenza della magistratura sancita dalla Costituzione, di cui l’Anm costituisce un solido presidio, si trasforma progressivamente nella tutela del potere assoluto dei magistrati al di fuori e oltre ogni equilibrio tra i poteri propri dello Stato di diritto.

Dopo le ultime vicende che hanno riempito le cronache di questi ultimi mesi a partire dal caso Palamara e dal triste declino di Piercamillo Davigo, riformare la giustizia e farla rientrare nell’alveo costituzionale diventa un tassello fondamentale per rifondare la democrazia italiana dopo l’ubriacatura populista: se non ci riuscirà il Parlamento ci dovranno riuscire i cittadini con il referendum.

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Va in scena una farsa pirandelliana in cui Lega e FdI sostengono tesi opposte sul governo, sull’Europa, sulle riforme e su ogni altra cosa e poi si presentano alleati alle elezioni. E nessuno segnala che è una truffa

Il giuoco delle parti“Con Draghi ma contro Draghi”, il nuovo show di Salvini e Meloni

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Reazione avversa.Il pasticcio su Astrazeneca è il primo vero autogol del governo Draghi

Il dietrofront sulle seconde dosi alimenta lo scetticismo no-vax e tradisce la fiducia proprio di coloro che per primi avevano raccolto gli appelli dell’esecutivo.

Il gran pasticcio combinato in questi giorni su Astrazeneca è il primo vero autogol del governo Draghi. E rischia di infliggere un colpo durissimo alla credibilità della campagna di vaccinazione, oltre che dell’esecutivo, che sarebbe il meno. Al punto in cui siamo, infatti, poco importa se questo casino vada attribuito esclusivamente a Mario Draghi, come vorrebbero alcuni, o invece prima di tutto al ministro della Sanità, Roberto Speranza, e al Comitato tecnico-scientifico, che tuttavia proprio il governo Draghi aveva largamente ridisegnato, nell’ambito di un più generale commissariamento di fatto del ministro (a cominciare dalla sostituzione del commissario all’emergenza Domenico Arcuri con il generale Francesco Paolo Figliuolo).

È insomma di secondaria importanza, rispetto ai rischi che una simile situazione presenta, se debba essere considerata la caporetto del “governo dei migliori”, come vorrebbe la solita campagna di politici e giornalisti grillini, paragrillini e pitigrillini, o se invece, come verrebbe voglia di rispondere, sia da addebitare semmai a quel che resta del governo dei peggiori.

Quello che conta è che l’esecutivo, con decisioni avventate e contraddittorie, che in conferenza stampa Draghi ha comunque coperto, ha dato un tremendo contributo alla diffusione e al rafforzamento di tutti i peggiori pregiudizi no-vax, mettendo in serio imbarazzo, per non dire di peggio, proprio coloro che per primi e più scrupolosamente avevano seguito le sue indicazioni.

È il caso, in particolare, di chi come me ha fatto la prima dose Astrazeneca in uno dei famosi open day per le persone sotto i sessant’anni, e che adesso si sente dire, da un giorno all’altro, che invece di fare la seconda dose con lo stesso vaccino dovrà farla con un altro, in base a una decisione politica presa sull’onda della commozione e delle polemiche riguardo a un singolo caso di reazione avversa, peraltro ancora tutto da chiarire, sia per quanto riguarda l’anamnesi sia per quanto riguarda la tempestività della successiva diagnosi e del relativo intervento. Reazione avversa innescata comunque dalla prima dose, non dalla seconda, su cui fino a ieri le stesse autorità ci hanno ripetuto non esserci praticamente alcun rischio.

La delicatezza del momento e lo choc per la morte di una ragazza di diciotto anni, Camilla Canepa, impongono a tutti di sorvegliare le parole. E si capisce bene, pertanto, lo spirito con cui uno dei commentatori più intelligenti e sensibili su questi temi, lo scrittore (e fisico) Paolo Giordano, ieri sul Corriere della Sera da un lato ha scritto che a suo giudizio è stato un errore non vietare Astrazeneca sotto una certa soglia di età già a marzo, invece di limitarsi a «sconsigliarlo» (ho detto che bisogna sorvegliare le parole, dunque non aggiungerò nulla sul punto), dall’altro ha osservato che a questo errore «si pone rimedio adesso, sospendendo Astrazeneca sotto i sessant’anni e sostituendo la seconda dose per coloro che sono in attesa con quella di un vaccino a mRNA». Dopodiché ha aggiunto che certo, a ogni cambio di procedura «ci rimettiamo inevitabilmente una quota di fiducia», tanto più in chi si trova «nel limbo tra la prima dose di un tipo e una seconda all’improvviso diversa», anche «perché, sebbene gli immunologi sembrino concordi sul fatto che un mix di vaccini possa essere addirittura meglio in termini di protezione, non ci sono ancora studi specifici e validati a sostegno, e il cambiamento in corsa suscita diffidenza di per sé». Ragion per cui: «A essere onesti, non è facile oggi ribattere con argomenti del tutto convincenti a chi si scopre dubbioso».

Come si vede, l’onestà intellettuale da una parte e il condivisibile sforzo di non suscitare ulteriore allarme dall’altra hanno prodotto un ragionamento quasi perfettamente circolare, in cui la conclusione dice sostanzialmente il contrario della premessa. A dimostrazione di quanto sia diventato arduo difendere il comportamento del governo, anche per i più intelligenti e meglio intenzionati. Tanto più che ieri l’Ema (Agenzia europea per i medicinali) ha denunciato la diffusa disinformazione e ribadito che Astrazeneca «rimane autorizzato per tutti».

Draghi in conferenza stampa, citando le parole di Speranza, ha detto invece che su questo «la situazione ormai è chiara». A me non sembra. E mi pare anzi difficile non sottoscrivere le parole dell’assessore alla Salute del Lazio, Alessio D’Amato, che in un’intervista a Repubblica se l’è presa ieri con le contraddizioni del Cts e con il tentativo di «scaricabarile» sulle Regioni.

Se smettessi di sorvegliare le parole, parlerei di una forma di cadornismo vaccinale con cui governo e Cts, dopo avere fornito ripetutamente indicazioni ambigue e contraddittorie, tradiscono la fiducia, in particolare, proprio di coloro che per primi avevano raccolto i loro appelli, e che adesso si sentono trattati come carne da cannone da parte di generali dalle idee confuse. E certo non parlo del generale Figliuolo, al quale anzi penso che andrebbero fatti due monumenti – a forma di primula – non appena, speriamo presto, la pandemia sarà solo un brutto ricordo: uno per tutto quello che ha fatto, salvando migliaia di vite, e l’altro per tutto quello che ha dovuto sopportare.

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Approfitta di ogni circostanza per gettare veleno. Questa è la sua vocazione. È veramente squallido fare sciacallaggio per e sulla la morte della ragazza. ce un comitato centrale sanitario che decide.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "Scuse e dimissioni di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano Nel disastro con scaricabarile degli Open Day tutt'altro che imprevedibile, anzi ampiamente annunciato dal Fatto e dall'associazione Luca Coscioni alcuni dati sono incontestabili. 1) Se il generalissimo Figliuolo, affetto da annuncite ansia da prestazione, non avesse promesso ritmi di vaccinazioni che non poteva mantenere (e infatti non ha mai mantenuto), la follia di almeno mezzo milione di persone sotto 60 anni vaccinate con Astrazeneca contro le indicazioni dell'Aifa non si sarebbe mai verificata. giornalistico Lo sciacallaggio non fa danno Travaglio al Governo Draghi, ma all'Italia. LISA NOJA #ITALIavIva"

NON LEGGETE NON COMMENTATE E TANTIMENO CONDIVIDETE le porcherie che scrive sul suo FALSO QUOTIDIANO E SE LO VEDETE IN TV, CAMBIATE CANALE, questo pennivendolo solo così gli togliereste il pane dai denti. Calunniatore patologico che fa comodo hai capobastone che lo fanno lavorare alla  RAI, e la 7, il canale di scolo dei fascio populisti grillini  ora in tandem con i fascio populisti pidini. Una rete tossica da evitare accuratamente. Dovrebbe essere radiato e silenziato, purtroppo è portavoce di biechi interessi, quando è spuntato nella neve il furgone con i primi vaccini, la peggior sceneggiata che io abbia mai visto anche tenuto conto della coglionaggine pentastellata non ha detto una parola, anzi ha applaudito con quella faccia da beota.

Solo le persone che non capiscono L’importanza e la responsabilità della competenza e o della divisa potevano attaccare la divisa a settembre saremo fuori dall’incubo dei vaccini con il marciume di prima non bastavano 3anni, il buon governo premia il paese grazie Matteo Renzi di averci dato questa opportunità insieme al PDR Sergio Mattarella Mario Draghi

Un uomo pieno di livore contro tutti…diventato ancora più cattivo dopo che l’avvocato del popolo è stato mandato a casa per incapacità manifestata. Povero Travaglio da quando è vedovo di Conte ha perso il lume della ragione (NON LO ERA ANCHE PRIME) vaneggiando il Conticidio del suo adorato Giuseppi. Ora non gli sembrava vero di potere attaccare Draghi e Figliuolo con l’open day assolutamente volontario. Con Giuseppi ed Arcuri oggi saremmo ancora impegnati nella costruzione delle primule. Grazie Draghi e Figliuolo invece per come ci state portando fuori dalla pandemia. Da una parte c’è un generale dell’esercito con tante mostrine frutto di campagne militari portate a termine, dall’altra un direttore di giornale pluricondannato per diffamazione

Il fatto più grave è che le micragnose campagne politiche di Travaglio, basate su indegno sciacallaggio giornalistico, non fanno danno al Governo Draghi, che lui tanto detesta, ma all’Italia, perché contribuiscono ad avvelenare i pozzi.

Gradirei che Travaglio spiegasse agli Italiani perché ce l ha così tanto con il governo Draghi….! Sarebbe più giusto e corretto avercela con il primo e secondo governo Conte ,che nessun beneficio ha portato al Paese ,semmai hanno causato i tanti disastri che tutti conosciamo, a partire da come è stata gestita la fase iniziale della Pandemia…! Non era una semplice influenza???? Forse perché col governo conte aveva i suoi vantaggi… Mentre con Draghi non c è niente da fare.. Manco lo conosce !!

Per me sono bastati i 120 mila morti che abbiamo avuto a causa del Covid , i banchi a rotelle, le mascherine far locche ,i respiratori cinesi e le PRIMULE di 400 mila euro ognuna per la vaccinazione che , per fortuna , l arrivo di Draghi ci ha risparmiato. Dimenticavo che Conte ha finanziato quella specie di giornale con soldi pubblici… Draghi controlli se sono stati restituiti! Poveraccio e stato per più di 2 anni quasi tre in coma e non si ricorda i disastri che ha fatto i governicchi di Contino 1 e 2 oppure dei 125000 morti oppure dei. Miliardi. Buttati dove stava il. PADRE della maestrina con la diarrea lui non lo sa perché in. Coma anche adesso dev’essere andato in coma se. No non avrebbe potuto farsi sfuggire il. Fatto che mentre Draghi sta al G 7 qualche deficiente va a baciare la pantofola all, Ambasciatore Cinese oppure deve essere. Un, altro deficiente suo amico.

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PAROLAIO INCONCLUDENTE: Il doppio mandato. O c’è o non c’è, ogni altra alternativa è solo una presa in giro. Ma, in questo, lui, Casalino & C. sono bravissimi.

Conte: “Sul limite dei due mandati mi assumerò la responsabilità di formulare una proposta, nel quadro della ragionevolezza”

Il leader M5s ancora non risponde sul quesito a “Mezz’ora in più” Premesso che da costui non mi aspetto alcuna proposta concreta per il futuro dell’Italia, non esiste una “proposta ragionevole” per il doppio mandato. O c’è o non c’è, ogni altra alternativa è solo una presa in giro. Ma, in questo, lui, Casalino & C. sono bravissimi.

Ospite di Lucia Annunziata a Mezz’ora in più su Rai 3, l’ex premier Giuseppe Conte ha parlato dei suoi progetti per il nuovo Movimento 5 Stelle: “Ci saranno nuovi organi e una sorta di Consiglio nazionale in cui siederanno persone nominate dal leader di turno ma anche rappresentanti di organi importanti come i gruppi parlamentari”. Incalzato dalla conduttrice, l’avvocato ha spiegato che la struttura finale sarà mista: “Una parte poi sarà direttamente eletta dagli iscritti sulla nuova piattaforma, che però va ancora costruita. Alla fine avremo un giusto mix tra una struttura che comunque avrà una funzionalità piramidale e una struttura con un ampio coinvolgimento degli iscritti”.Secondo Conte, infatti, non va toccata “la democrazia diretta e partecipata”. Parlando invece dell’appoggio dei grillini al governo Draghi, l’Annunziata ha ripreso un’intervista nella quale Conte diceva: “Noi abbiamo sempre lavorato per la tenuta del Paese durante la pandemia però è normale che il disagio dei cittadini si ripercuota anche sulla forza che conserva la maggioranza relativa in Parlamento”. A quel punto la conduttrice ha aggiunto: “Queste sue parole mi fanno venire in mente un partito di lotta e di governo”. “Non dia queste letture – ha replicato immediatamente Conte -. La nostra posizione sarà critica perché abbiamo la responsabilità di rappresentare una fetta ampia della popolazione”. “Quella era una cosa buona, io citavo Berlinguer”, l’ha interrotto allora l’Annunziata. Ma l’ex premier non ha voluto sentire ragioni: “Abbiamo un contesto storico diverso, dobbiamo uscire da una pandemia, non farei similitudini storiche”. E a chi si chiede cosa sarà il M5s dopo questa mini-rivoluzione interna, l’ex presidente del Consiglio ha replicato: “Se alla fine di tutto questo progetto avremo un movimento o un partito? Stiamo parlando di etichette molto astratte, bisogna vedere come le concretizziamo”. Anche se poi ha aggiunto: “Non avremo la forma partito tradizionale, quella novecentesca, quella classica”.

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La politica estera fallimentare del ministro Luigi Di Maio sta creando non pochi problemi alle aziende italiane legate al settore Difesa. Alcune imprese stanno perdendo contratti importanti.

Commesse in fumo e tensioni con gli Emirati. Ecco i danni di Di Maio al timone degli Esteri.

L’ultimo caso è quello di una realtà italiana alla quale è arrivato il diniego per una commessa da 40 milioni di euro con l’Egitto per la quale c’era già il semaforo verde della Difesa. Il titolare della Farnesina detta il bello e il cattivo tempo in questo settore. Questo perché la legge glielo consente.

Così gli amici dei 5 stelle, secondo ciò che raccontano diverse imprese, vedono portarsi avanti qualsiasi cosa. Gli altri, con la scusa della linea dura sui casi Regeni e Zaki, rimangono con un pugno di mosche in mano.

«Sulle norme che regolano l’esportazione di armamenti o materiali della Difesa – spiega l’ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Leonardo Tricarico – ci siamo espressi a livello tecnico sia io che altri 3-4 cultori della materia. Su alcune cose siamo tutti d’accordo: va sottratta a un funzionario del ministero degli Esteri di medio livello, che è colui che firma materialmente le autorizzazioni e le decisioni, come pare, di un solo ministro». Perché, prosegue il generale, «Di Maio in solitudine non si può arrogare il diritto di condizionare gli interessi nazionali che non sono solo quelli della politica estera, ma la sintesi di tutta una serie di interlocuzioni che competono anche ad altri comparti politici e del governo». Il generale chiarisce: «Abbiamo convenuto che nell’ottica di una riconsiderazione di queste norme va reintrodotto nella legge 185/90 un sodalizio che si chiama Cisd, comitato interministeriale cui devono fare capo tutte le autorizzazioni, perché è un comitato di ministri e lì sicuramente si può materializzare l’interesse nazionale più di quanto non avvenga oggi. La legge non è più attuale, è nata trent’anni fa in condizioni totalmente differenti e quindi oggi va rivista». Qual è il vero problema? «L’Italia – conclude Tricarico – sta pagando a caro prezzo il praticantato di una classe dirigente totalmente inesperta».

Intanto, la Difesa sta cercando di capire come risolvere la complessa situazione creatasi con gli Emirati arabi dopo il divieto di sorvolo dello spazio aereo imposto a un velivolo militare con a bordo 42 giornalisti diretti in Afghanistan.

L’altro ieri Dubai ha invitato gli italiani a lasciare la base logistica di al Minhad. «Ce la invidiavano tutti – spiega Salvatore Tafuro, presidente della RI di Trepuzzi che realizzò la base e la inaugurò 4 anni fa alla presenza dell’allora Capo di Stato Maggiore dell’Am, generale Enzo Vecciarelli – soprattutto per come era stata realizzata, con un occhio di riguardo all’ecologia e al verde. Costò circa 5 milioni di euro. Ora è da capire se dovremo portare via i materiali o lasciarli a chi ci ospita come facemmo per la fob di Farah, in Afghanistan». Al momento è difficile che il nodo logistico italiano possa essere trasferito in Kuwait, dove già la Difesa ha fatto confluire due basi. Le possibili soluzioni sono allo studio dei vertici. Dopo l’embargo sulle armi voluto da Di Maio, gli emiratini si sentono come un cane al quale si è pestata la coda.

Ovvio che rispondano così. Forse, oltre alle leggi, andrebbe cambiato anche ministro.

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Leggevo l’altro giorno sul Guardian l’opinione di un diplomatico che diceva “per l’Europa il problema è quello che la Cina fa, per l’America quello che la Cina è”. Meglio stare molto attenti, prima che Biden ci trascini da nottambuli in una terza guerra mondiale.

Il presidente Usa Joe Biden (S) e il premier Mario Draghi durante il G7 2021 a presidenza britannica,...Draghi sponda di Biden in Ue, accordo al G7 contro la Cina.              In Cornovaglia primo bilaterale col presidente Usa. Merkel e il premier frenano il presidente Usa su Pechino. Alla fine c’è l’intesa

Del resto, il tema è stato sviscerato nelle discussioni tra i sette leader per tutta questa seconda giornata di summit, con Angela Merkel e il premier italiano a fare la parte dei realisti sulla manovra di allontanamento occidentale da Pechino, capitanata da Washington. Della serie: siamo d’accordo, ma come si fa, visto che, soprattutto negli anni di Trump, la Cina si è infilata in tutte le economie del globo, inclusa l’Ue? A sera c’è l’intesa per un’azione del G7 contro la Cina su dumping e diritti umani. L’idea è di sfruttare il fatto che la Cina, membro dell’Organizzazione mondiale del commercio da esattamente vent’anni, ricade nella definizione di “economia non di mercato”. Questo consente ai suoi partner commerciali, compresi gli Stati Uniti, di utilizzare un quadro speciale per determinare se le esportazioni cinesi vengano vendute a prezzi ingiustamente bassi e, in caso, applicare dazi anti-dumping.

Domande:
Gli USA per disporre di tanto denaro stamperanno moneta o emetteranno titoli aumentando il già stratosferisco debito pubblico?
Per i finanziamenti e contenere il debito aumenteranno le tasse o approfitteranno che il dollaro è una valuta dominante?
Le “fonti” finanziarie private saranno disposte a “opere di bene” o,secondo logica e abitudini, si impegnaranno nellla ricostruzione per la colonizzazione economica di Paesi in difficoltà, con tanta ingiustizia sociale e forse anche autoritari ma ricchi di materie prime?
La Cina detiene, in gran parte, i titoli di debito pubblico USA, sarà disposta a riceverne altro nonostante le accuse di schiavismo e di regime non democratico?
In USA si ritiene possibile che un miliardo e 400 milioni di persone possano essere sottoposti a un regime totalitario e schiavista?
Se la Cina è tanto antidemocratica come mai ha tanta cultura tecnologica e industriale, con qualche danno ambientale che è impegnatissima a eliminare, anche con l’elettrificazione del trasporto urbano, ma un tasso di crescita della ricchezza del Paese e di quella privata che fa invidia ai capitalisti USA?
Gli americani si ricordano che lo schiavismo è nato in America con l’importazione degli africani e che non passa giorno senza una persona di colore ammazzata?

Gli americani si sono accorti che gran parte dei prodotti tecnologici che usano o impiegano per la loro produzione industriale sono importati dalla Cina?
Gli americani sanno che gran parte dei loro prodotti hanno il marchio “Made in China” perchè fabbricati in Cina?
La Cina, per cultura storica, non sarà mai un Paese con propensione alla guerra. Il sistema deve salvare,disciplinare, crescere,istruire e dare cibo e pace a un miliardo e 400 milioni di individui. Mi sembra difficile che voglia creare tensioni o danni alle incerte e fragili democrazie occidentali. Le follie sono nate nella cosiddetta “culla della civiltà dei popoli”. Ma stranamente sembra diffusa l’ipotesi di altre incombenti pandemie e che le condizioni del pianeta sono al limite della sopravvivenza. La storia dell’Homo Sapiens è piena di civiltà estinte. come effetto della competizione.

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Quei 7 schiaffi (diplomatici) a Di Maio: dal Sudan all’Uruguay, ecco come meritatamente viene trattano il ministro degli Esteri

Di Maio EsteriQuei 7 schiaffi (diplomatici) a Di Maio: dal Sudan all’Uruguay, ecco come meritatamente viene trattano il ministro degli Esteri ITALIANO per incompetenza. Meglio ignoranza.

Ormai tanti italiani sembrano rassegnati, ma giova ricordare che Luigi Di Maio alla Farnesina segna il punto più basso della storia della diplomazia d’Italia. Sette dossier sulla scrivania del ministro degli Esteri sono la certificazione di un fallimento che aspetta interventi drastici.

Di Maio agli Esteri e quella figuraccia su Chico Forti

Il ceffone più sonoro è stato inflitto dal governatore della Florida Ron DeSantis. Le origini italiane non hanno significato sconti per Chico Forti. Luigi Di Maio alla vigilia di Natale girò il video che si è rivelato ingannevole. Da ministro degli Esteri dell’allora governo Conte diede per fatta l’estradizione. Invece neanche per sogno. Sei mesi dopo. Anzi, gli Usa neanche ci rispondono, come ha rivelato il ministro della Giustizia Marta Cartabia.

La drammatica morte di Luca Ventre, il giorno di Capodanno davanti all’ambasciata italiana in Uruguay, è una altra pagina vergognosa della diplomazia italiana. Alzare la voce sarebbe doveroso, ma come hanno raccontato anche i parenti dell’italiano ammazzato dalle guardie di sicurezza, dal ministro grillino non un solo cenno.

Marco Zennaro ancora in carcere in Sudan

Il continente africano non riserva maggiori soddisfazioni a Gigino. Il Sudan non ci degna di una risposta e trattiene da mesi nelle sue patrie galere l’imprenditore italiano Marco Zennaro. Era andato in Africa per trattare un affare, ma è stato arrestato come il peggiore dei delinquenti e sballottolato da una prigione all’altra, in condizioni disumane.

Del trattamento che l’Egitto riserva al nostro governo è quasi superfuo parlare. Giulio Regeni è stato ammazzato in un modo brutale e ogni volta il Cairo ci fornisce risposte che ormai sono offensive. Di Maio che fa? Come un personaggio comico dei Brutos degli anni 70, incassa schiaffi, con l’espressione del pugile suonato.

Di Maio, il peggior ministro degli Esteri di sempre

Casi meno rilevanti e meno noti arrivano anche dall’Iran. Alla suora italiana di 75 anni che da oltre vent’anni curava un lebbrosario nel Paese, non è stato rinnovato il visto. Una pericolosa cattolica che faceva proselitismo. Qualcuno ha avuto notizie di una reazione della Farnesina?

Dei pescatori trattenuti sistematicamente in Libia quasi inutile parlarne. Dopo trattative lunghissime tornano raccontando trattamenti disumani. La stessa Libia che Di Maio cerca disperatamente di blandire per non farci arrivare nuove ondate di immigrati. Affidare tutto allo “statista” di Pomigliano d’Arco è come far pilotare un Boeing a un boy scout. C’è solo da farsi il segno della croce.

C’è poi chi, come l’ambasciatore del Pakistan, anziché chiedere scusa per la drammatica uccisione di Saman da parte della famiglia pakistana in Italia, in diretta a Porta a Porta minimizza e tira invece in ballo la morte di un’altra ragazza, la diciottenne Camilla dopo il vaccino. Una risposta strafottente che fa il paio con il silenzio del ministro grillino sulla vicenda. In Pakistan ci sono degli assassini che hanno agito impunemente sul suolo italiano. Se si vuole dare un segnale contro il femminicidio, oltre ai tweet e ai post sui social, Di Maio intervenga attraverso i canali diplomatici come ministro degli Esteri. Il resto è la solita fuffa grillina.

Anche gli Emirati Arabi umiliano Di Maio: è guerra fredda

L’ultimo sonoro ceffone è arrivato nelle ultime ore dagli Emirati Arabi. Con l’Italia è una vera e propria guerra fredda, sotto il silenzio dei nostri media.  L’8 giugno all’aereo con i giornalisti italiani che volava verso Herat per l’ammaina bandiera è stato proibito lo spazio aereo degli Emirati. Tutto ciò che è italiano non può più transitare nel Paese. L’Italia raccoglie quello che ha seminato prima nella Commissione Esteri della Camera e poi alla Farnesina. Gli emiratini sono infatti furibondi per lo stop di gennaio voluto dai grillini e dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, alle esportazioni di armi per il coinvolgimento del Paese nella guerra nello Yemen.

Come scrive Analisi Difesa, “oggi subiamo una rappresaglia che ridicolizza l’Italia ma potrebbe anche andare peggio perché Abu Dhabi, oltre a stracciare i contratti commerciali per il made in Italy in settori diversi dalla Difesa, potrebbe anche imporci di lasciare la base aerea di al-Minhad complicando non poco la logistica del ritiro dall’Afghanistan”.

Sette ceffoni al ministro degli Esteri Di Maio, ma anche all’Italia. Ieri notte, il peggior ministro degli Esteri della storia d’Italia ha postato la foto dell’Italia calcistica vittoriosa contro la Turchia. Una vittoria ottenuta a poche centinaia di metri dalla Farnesina. All’Olimpico, per fortuna, le sorti italiane non dipendono da Gigino.

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Travaglio/ “Astrazeneca? Incolpa Figliuolo, ma con Arcuri è stato zitto”

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e testoScontro a Otto e mezzo tra Sallusti e Travaglio: il direttore di Libero ha stroncato le accuse rivolte nei confronti di Figliuolo per il dramma di Camilla.

Ieri sono state annunciate le nuove linee guida per il vaccino Astrazenecala morte di Camilla Canepa ha riacceso il dibattito sul farmaco anglo-svedese ma anche sulla gestione della campagna vaccinale. A Otto e mezzo è andato in scena uno scontro tra Sallusti e Travaglio, con quest’ultimo che ha accusato il generale Figliuolo, arrivando anche a chiederne le dimissioni. Netto il direttore responsabile di Libero: «Che qualcuno abbia sbagliato è ovvio. Ci sta che Travaglio trovi subito il colpevole in quello che leggendo il suo giornale è il nemico del momento, ovvero Figliuolo. Probabilmente hanno sbagliato più persone».

Sallusti, replicando alla posizione di Travaglio ha poi sottolineato: «Innanzitutto hanno sbagliato i sanitari sul posto a non accertarsi, come dovrebbero, fare di patologie in corso o pregresse. Ha sbagliato il governo nel suo insieme e in particolare il ministro Speranza a non fare prima l’ordinanza che ha fatto oggi (ieri, ndr). Sicuramente ha sbagliato anche Figliuolo ad avallare questi Open day. Ricordo che il primo morto di Astrazeneca è accaduto sotto il regno di Arcuri e non mi risulta che Travaglio avesse chiesto le dimissioni di Arcuri».

SALLUSTI VS TRAVAGLIO A OTTO E MEZZO

Dopo l’affondo di Sallusti, Travaglio ha messo in risalto: «Non è un derby, qui stiamo parlando del fatto che si stanno vaccinando persone che non dovrebbero essere vaccinate. In Germania vaccinano solo i giovani a rischio. Aifa dice vaccinate con Astrazeneca solo gli Over 60, perché si organizzano gli Open Day per i più giovani di 60 anni ed a partire dai 18 anni». Il direttore de Il Fatto Quotidiano ha aggiunto: «Quando hai zero morti per Covid che senso ha esporli al rischio anche di pochi morti per effetti collaterali?». Questa la precisazione di Sallusti: «La decisione di vaccinare i giovani non è del generale Figliuolo, il commissario si occupa di logistica. La decisione di vaccinare i giovani è del governo e del Cts».

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