Pd-M5s: se si fa l’alleanza, i riformisti renziani devono vigilare. LE PARTI SI SONO ROVESCIATE.

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Con le dimissioni di Conte e l’inizio delle consultazioni da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si è ufficialmente aperta una crisi di governo che per diversi giorni aveva popolato solo le pagine dei giornali e vissuto nelle dichiarazioni roboanti e sovente sfacciatamente incoerenti di diversi leader. Il punto politico era però chiaro: Matteo Salvini, leader del partito che si è maggiormente rafforzato in questi mesi di esperimento politico populista, aveva nei fatti staccato la spina all’esecutivo. Le ragioni forse non le sapremo mai fino in fondo, ed in ultima analisi spettano agli storici. Ma molto probabilmente la necessità di affrontare una finanziaria estremamente onerosa (dai 20 ai 30 miliardi di Euro) sotto l’occhio vigile dei mercati e dell’Unione Europea, insieme allo stallo nella riforma per le autonomie delle regioni del Nord, hanno indotto il leader leghista a far saltare il banco.

Il riepilogo della crisi

La situazione appariva inizialmente confusa, con la Lega che chiedeva a gran voce il voto. Poco dopo la “sfiducia” mediatica a Conte, Matteo Renzi ha proposto un esecutivo a termine che affronti la difficile finanziaria, disinnescando l’aumento dell’IVA, e poi porti il Paese a votare. La proposta aveva un suo senso, soprattutto se si valutava la recente escalation di “putinismo” di Salvini: dichiarazioni aggressive da campagna elettorale permanente, linciaggio politico degli avversari, ampie zone d’ombra sui rapporti pericolosi con la Russia. Concedere a questo mix di arroganza politica nazionalista di andare ad elezioni senza freni avrebbe senz’altro precipitato al Paese in una campagna elettorale sguaiata e pericolosa, sempre sotto l’occhio inflessibile dei mercati.

Già, i mercati. E’ opinione comune tra molti politici italiani che – al netto delle chiacchere sulle interferenze Europee – tutto si possa fare e disfare nel Belpaese. Purtroppo il capitalismo globale, cui nessuno vuole alla fine rinunciare pena perdere la possibilità di vivere in un comodo contesto occidentale e tornare alle televisioni Radiomarelli, ammette la possibilità di investimenti finanziari basati sulla credibilità di un’economia. E precipitare in un confuso caos di propaganda nazionalista urlata da Riccione non è esattamente la modalità per mostrarsi affidabili e solventi agli occhi del mondo. Abbiamo già vissuto nel 2011 quello che può succedere quando il barometro dei mercati volge alla tempesta. Chi scrive, ad esempio, rischiava di non essere assunto presso un’istituzione dello Stato pur avendo vinto con merito un concorso pubblico, insieme a molte altre persone. E lo scenario oggi sarebbe peggiore.

Lo sa il Presidente Mattarella, nelle cui mani esperte risiede la gestione della crisi. Il governo a termine, anche se avrebbe il merito di risolvere il problema finanziario, appare inadeguato alle sfide di un paese occidentale la cui stabilità e credibilità di gestione politica è altrettanto importante che i conti in ordine. E pertanto si cerca una nuova maggioranza in Parlamento, a partire dalla possibilità di una convergenza tra PD e M5S. Una possibilità incredibile sino a poche settimane fa; ma la politica ci abitua a giravolte improvvise, e il M5S ha pur sempre una notevole maggioranza parlamentare che impedisce la formazione di qualsivoglia governo senza i pentastellati. Come segretario, Zingaretti si è incaricato di trattare per il PD; ed appare comprensibile la diffidenza verso i pentastellati e l’allegra formazione di un governo, qualsivoglia sia.

Alleanza Pd-M5s? Serve molta attenzione…

Tutto questo è cronaca, certo. Ma da una prospettiva riformista non possiamo certo accontentarci di mostrare che il Paese può offrire una prospettiva politica stabile di medio termine a Unione Europea e mercati. Proprio no, anzi. Occorre stare attentissimi, e uso il superlativo in maniera deliberata (anzi deliberatissima), alla progettualità politica di un’alleanza PD-M5S. Non è mistero per nessuno che M5S sia una forza populista sui generis, un mix tra l’algoritmo di google che offre agli utenti consumatori quello che più a loro interessa (per massimizzare il consenso) e un drammatico riassunto delle follie stataliste e manettare della sinistra degli ultimi quarant’anni. Il reddito di cittadinanza e il “decreto dignità” bastano e avanzano per mostrare la vera natura pentastellata. Il ricordo di un’età dell’oro mai realmente esistita, in cui i politici non rubavano, erano attenti al bene comune e non a depredare gli italiani mediante Banca Etruria o a fare violenza (morale? fisica?) ai bambini di Bibbiano e altrove, è una loro cifra squallida e esibita a più riprese. Tutto questo è completato da teorie antiscientifiche, decrescita infelice, necessità di protezione delle Nutrie, eccetera. Inoltre hanno da sempre adottato un metodo doroteo di porsi presso l’opinione pubblica: ad esempio l’avvocato del Popolo, prof. Conte, ha speso un intero discorso a definire Salvini un pericolo per la democrazia italiana; ma si tratta dello stesso Salvini cui è stato concesso tutto da M5S e che, alla fine, poverello, chiedeva solo “pieni poteri”. Non avesse rotto, Salvini, M5S e l’avvocato del Popolo (Prof. Conte) sarebbero rimasti i perfetti interpreti del partito di Bibbiano: pochette, abbronzatura, assistenzialismo, democrazia diretta e tanta violenza verbale.

Il PD, d’altro canto, rimane l’ultimo partito con vocazione realmente nazionale e democratica sulla scena, e non può sottrarsi al suo DNA di forza che sostiene il Paese, costi quel che costi. Tuttavia, non si può negare che dalla nascita della segreteria Zingaretti nel PD abbiano ripreso fiato tutte quelle componenti antiriformiste che guardano con nostalgia ad un passato economico e sociale che non esiste più. Questo li rende pericolosamente sintonici con molti temi pentastellati. Un esempio divertente è offerto dalla Festa dell’Unità che si svolge in un quartiere della mia città, Pisa: Giuseppe Provenzano, membro della segreteria con delega al Lavoro, sarà l’ospite d’onore di un dibattito dall’incredibile titolo “Come creare lavoro con tutele e diritti per tutti”. Insomma, un brainstorming per ottenere una nomination al Nobel dell’Economia e non cancellare solo la povertà, ma dare piena occupazione a tutti.

Senza crescita non c’è redistribuzione

Per tutto questo, noi riformisti dobbiamo essere severissimi (ancora il superlativo) watch-dog, cani da guardia, del futuro governo. Il fatto che il documento della Direzione PD approvato il 21 agosto all’unanimità, richiami ad un “governo di rinnovamento in chiave redistributiva” fa parecchio pensare. Il problema in Italia si chiama crescita, termine mai usato nel documento approvato. Senza crescita non si redistribuisce un bel niente. Senza crescita il PD è e sarà, che lo voglia o meno, il classico partito delle tasse. Se ne può fare a meno.

In conclusione, l’epoca e lo scenario politico sono quelli che sono; e la vigliaccheria istituzionale del voto subito condurrebbe solo ad un “putinismo vitellone” di Salvini (felice espressione di un collega) con serissimi rischi per la tenuta del Paese. Ma un governo M5S-PD, magari aperto solo a Leu e qualche autonomista, non è privo di rischi. Sta in primis a noi riformisti vigilare: senza crescita e con più tasse, la disaffezione pubblica e le tendenze autonomiste ed eversive sono destinate a crescere, rendendo inevitabilmente vincente un populismo ancora più aggressivo, e forse molto meno vitellone, nei prossimi anni.

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Se continua Conte salta di Maio. Conte diverrebbe a tutti gli effetti il leader dei 5s e gli scenari futuri cambierebbero completamente anche nei rapporti con il PD. Potrebbe essere un’evoluzione del quadro politico ricco di sorprese.

Neanche è cominciata e... Renzi già contraddice Zingaretti:

Neanche è cominciata e… Renzi già contraddice Zingaretti: “Sì al Conte bis” Il ragionamento dell’ex premier riportato dal Fatto: “Non si può far saltare tutto per un nome. Sarebbe da idioti farne una questione di poltrone. Salvini ci distruggerebbe alle urne”

La trattativa fra Pd e M5S è in fase ancora embrionale e la prima vera condizione posta da Nicola Zingaretti – il no a un Conte bis – viene già contraddetta da Matteo Renzi, che dice sì a un reincarico all’avvocato del popolo. “Non ho nessuna preclusione verso il Conte bis” ha confidato ai suoi, secondo quanto scrive il Fatto Quotidiano, che riporta il ragionamento dell’ex premier:

“Non ci possiamo permettere di far saltare questa delicatissima operazione politica per i nomi. Ormai è tutto noto: il Paese sa del nostro tentativo di formare una nuova maggioranza con il M5S. Sarebbe da idioti farne una questione di poltrone. Salvini ci distruggerebbe nelle urne. Siamo a metà del guado, non possiamo fermarci. Questo governo deve nascere e durare almeno due anni”.

MI sforzo, ma non riesco proprio a capire tutta questa avversione nei confronti di Matteo Renzi sempre manifestata da media tipo (leggi Annunziata) così come dai Media ed un mare di tifosi irretiti dal fanatismo stupido. Parlo di una avversione che tende all’odio verso questo Personaggio come nella storia della Politica mai è stata riservata ad altri. Francamente, fra le tante cose buone ed i gravi errori fatti, è certo che molti altri Politici siano stati peggiori di Lui ma nessuno ha mai ricevuto un simile trattamento che va ben oltre la semplice contrapposizione e tale da ingenerare nelle “pance” dei tontoloni che bevono tutto quella spinta all’offesa personale che va oltre il ruolo ricoperto.

Ormai pare diventato capo espiatorio per le colpe di tutti, da demonizzare anche nelle situazioni su cui nulla ha a che fare e Pietra di Paragone fra il Bene ed il Male del Mondo. Mah… sarà perché creare un grosso “nemico” per poi attaccarlo a sciabolate ad ogni opportunità fa gran titoli sui giornali o da sfogo ai magoni repressi dei tanti in sofferenza, però…

E I SINISTRINZI! Questo non si fermerà fino a quando non distruggerà il pd. E’ peggio dell’Isis. Se Salvini e’ dove si trova, gran parte della colpa e’ sua e dei futuri compagni grillini che hanno sbeffeggiato Bersani.

Voi mistificate la realtà. La colpa è dei Civati, Fassina, D’Alema, Bersani che pur di ritagliarsi uno spazio da protagonisti hanno spaccato il partito e fatti opposizione al referendum e a Renzi come segretario. Il risultato perso il referendum, perse le elezioni e sinistra divisa in 4/5 partiti. A ma hanno ricordato molto i comunisti di Rifondazione (come Diliberto ) che da ministri andavano alle manifestazioni contro il loro stesso governo dimostrandosi di una stupidità totale.

Una “opzione” non un obbligo, ed è l’opzione che entra in campo SE e solo SE non si riesce a formare una maggioranza in Parlamento. Non a caso quello tra PD ed M5S è UN TENTATIVO che non è affatto detto che vada a buon fine. Starnazzare, come fa Salvini, perché non si fa “esprimere il popolo” è l’ennesima sua dimostrazione di ignoranza (o, peggio ancora, spregio) delle regole democratiche.
A proposito della cosiddetta “espressione del popolo” SI dovrebbe sapere che le elezioni europee hanno uno scopo totalmente diverso da quelle nazionali, con modalità del tutto diverse. E SI dovrebbe anche sapere che nelle amministrative di maggio la Lega non ha affatto “sfondato”; c’è stato un sostanziale pareggio tra cdx e csx.

Certo gatta ci cova… renzi per la prima volta in vita sua sta dicendo cose sensate e qualcosa non torna c’è qualcosa dietro. Penso che il disegno strategico di Renzi sia quello di posizionarsi al centro con lo sguardo a sinistra, creare un partito riformatore meno ideologizzato che intercetti i voti e le istanze dell’elettorato moderato, e soprattutto si smarchi dai venti ideologici della sinistra alla D’Alema, Civati e compagnia sempre legata al loro 4-6% che gli garantisce la poltrona.

Mi piacerebbe che Renzi si decidesse ora e non fra due anni di realizzasse la “traversata del deserto” si posizionasse, cioè, in modo da occupare il posto lasciato vuota da Berlusconi (che per i fatti suoi non si decide….). Al di là di tutte le ciance le aree politiche: sinistra, centro sinistra, centro, centro dx destra, non vanno lasciate scoperte perché immediatamente l’elettorato si sposta e nasce il fenomeno Salvini. FI in mano a Carfagna, o qualcun altro non prprio effimero, non porta Salvini a 38 nei sondaggi e tutta la politica ne risente. Renzi posizionato al centro con un 15% di voti equilibra tutta la politica italiana scassata dal 1994.

 

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Io resto convinto che adesso si deve fare governo pd-5s. Ben sapendo che durerà solo fino a quando Renzi non avrà organizzato il suo partito.

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Io resto convinto che adesso si deve fare governo pd-5s. Ben sapendo che durerà solo fino a quando Renzi non avrà organizzato il suo partito. Insomma il pd è all’angolo, ma ora non ci sono alternative. Toccherà a Zinga giocare bene. Deve assolutamente evitare di far la solita parte di quelli che rattoppano i conti massacrando la classe media.

 

I 5stelle sono politicamente morti e lo sanno: ho letto ieri tutti i commenti dei fans grillini contrari ad accettare i 5 punti fumosi proposti da Zingaretti. scommetto che oggi molti di più saranno quelli pronti ad ingurgitare il tutto. Zingaretti ha in mano delle belle carte devo dire. la prima (la mia preferita) andare al voto e spazzare via il M5S e rimandarlo alla insignificanza politica forse 6 o 7% massimo. oppure fare un governo PD con i 5S aggregati e pronti ad ogni umiliazione pur di non andare al voto. Cancellazione decreto sicurezza bis, SI TAV al 100%, democrazia rappresentativa (no taglio parlamentari), SI europa, forse in fase di finanziaria verranno messe in discussione sia “quota 100” che “reddito di cittadinanza” e per finire, non accettano Conte, che non è uno statista, ma si è dimostrato bravo e serio per cui porterebbe consenso a M5S. in pratica per M5S è una debacle in ognuna dei due casi.Si se si andasse alle urne verrebbero presi a “calci nel sedere” dagli italiani, da nord a sud, vista la loro assoluta inettitudine (TAV, TAP, EX-ILVA, Fuga dalle olimpiadi, politiche del Lavoro fallimentari, Precariato irrisolto, anzi aggravato grazie a quota 100, totale incapacità di gestire le amministrazioni locali,…).

La cosa peggiore è offrirgli una sponda politica in questo momento, altro che i fumosi punti di Zingaretti. Il PD l’accordo e i nomi al governo in questa fase li deve imporre, a partire dalla pretesa di un passo in dietro di TUTTI gli attuali ministri (ma come si fa a dire: non ci sono pregiudiziali per Di Maio ministro?). E’ sbagliato un accordo alla pari; è sbagliato non stabilire,punto per punto un dettagliato programma di governo, a meno che non si voglia fare a parti invertite la fine dell’attuale governo!

E cè gente che invece e convinta e dice! Dopo il governo giallo-rosso ci sarà il governo nero-nero. E tutti voi che facevate il tifo per l’accordo PD-5Stelle verrete in ginocchio a scusarvi con noi che vi dicevamo di non farlo.OK CONVINTI VOI CONVINTI TUTTI.MA DITEMI IL VOSTRO DUCE SALVINI? Secondo voi Salvini continuerà a fare il suo “beach tour” elettorale, con cubiste e mojito, oppure ha iniziato  a fare il suo “stations tour” di passione per le 14 stazioni della via crucis, con rosario e santino? Io propendo per il secondo, ovviamente rosario e santino nel caso specifico non sono due nomi di persona.Inoltre di recente è stato proposto di aggiungere alle 14 stazioni tradizionali anche una 15esima, quella della resurrezione, che comunque a volte già viene adottata.

Chi sa se Salvini riuscirà a vederla.Scusatemi se ho mischiato il sacro con il profano, non era mia intenzione mancare di rispetto né per l’uno né per l’altro.( a parte le sguaiate cubiste che cantano, sgambettando,  il nostro inno nazionale).

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Crisi di governo, Macron: “Italia merita dirigenti all’altezza”

L’Italia merita dirigenti all’altezza” del suo “grande popolo”: lo ha detto il presidente francese, Emmanuel Macron, rispondendo a una domanda sulla crisi di governo in Italia, nel corso di un incontro con la stampa presidenziale a Parigi. “L’Italia è un Paese amico e un grande popolo. In queste ore sono al fianco del presidente Mattarella”, ha aggiunto. Nel successivo botta e risposta con i giornalisti, sorridendo, Macron ha osservato che “quando ci si allea con l’estrema destra”, alla fine “è l’estrema destra che vince”.

 

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Zingaretti: “Io premier in un governo giallo-rosso? Ho già altri due incarichi gravosi”

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“Io faccio il presidente della Regione Lazio e il segretario del Pd e credo siano già due impegni molto gravosi e intendo continuare a fare questo”. Così il leader del Pd Nicola Zingaretti, intervistato dal Tg2 nello speciale sulla crisi, ha risposto a chi gli chiedeva della possibilità che potesse essere proprio lui a guidare un eventuale esecutivo giallo-rosso.

“Rispetto a un governo che è entrato in crisi, bisogna dare vita a nuovo governo cioè una nuova squadra, però unito intorno al programma”, ha aggiunto il segretario dem. Zingaretti ha escluso che si potrà riproporre il modello del contratto di governo in un eventuale accordo con il M5s. Il segretario del Pd ha poi sottolineato che nella precedente esperienza di governo, c’è stata “l’illusione di poter pensare un governo con l’affastellamento dei provvedimenti in cui si riconosceva una volta una parte, una volta l’altra”. E ha concluso: “Se non ce la faremo, andremo al voto”.

“Per me la partita inizia oggi. Abbiamo messo in campo un’iniziativa politica e programmatica, ora dobbiamo attendere la risposta degli interlocutori che finora non c’è stata. Da Mattarella ribadiremo la nostra posizione e disponibilità a un governo, ma non a qualsiasi costo”. Poi ha rimarcato: “Da stamani il Pd, e nessuna altra forza politica, si è dichiarata disponibile a partecipare a un nuovo governo”.

 

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TOCCA A VOI Cambiate l’Italia, Pd e Cinque Stelle. Altrimenti i popcorn li mangia Salvini.

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Cambiare l’agenda del dibattito politico: ecco a cosa serve un governo Pd-Cinque Stelle.RIFORMARE QUESTA ITALIA. E smettere di parlare di immigrazione, Europa e pensioni per concentrarci su ambiente, donne, giovani, scuola e povertà. Ce la fate, o vi interessa solo fare la conta dei nomi e regolare i conti col passato?

C’è una strana aria, in queste prime ore senza governo gialloverde. Un aria da 25 aprile, da fine regime. Come se Salvini fosse stato definitivamente archiviato. Come se la sua serie di mosse sbagliate fosse merito di qualcuno, sia esso Renzi, o Grillo, o Di Maio, o Zingaretti. Come se la partita fosse già stata vinta. Non lo è. L’abbiamo detto ieri, lo ribadiamo oggi.Quando arriveranno i primi sondaggi del dopo crisi, presumibilmente lunedì, scopriremo che Matteo Salvini veleggia ancora tranquillo sopra il 30% dei consensi, che il Pd, se va bene, avrà guadagnato qualche decimale, e che il Movimento Cinque Stelle si sta inabissando sempre di più, ogni giorno che passa. Che scarso o meno che sia, il Capitano leghista, agli italiani frega il giusto. Che con ogni probabilità il discorso più efficace dello showdown di Palazzo Madama è stato ancora il suo.

E forse dovremmo partire da qui, da chiederci perché con quel politico scarso, con un foglietto in mano e venti minuti di slogan è ancora l’asso pigliatutto del consenso elettorale in Italia. La risposta è semplice: perché ha passato anni a convincerci tutti che le priorità del nostro Paese sono l’emergenza migranti, il conflitto con l’Europa, e andare in pensione prima possibile. È stato bravo a dirlo in ogni luogo, quand’era il solo a farlo. È stato tenace, infaticabile ed efficace nel girare l’Italia e gli studi televisivi a comunicarlo. E quando è andato al governo, si è occupato di quello, e basta. Porti chiusi, conflitto con l’Europa e Quota 100. La sua narrazione, la narrazione di Salvini, è ancora tutta in piedi. Il discorso al Senato dell’altro ieri lo ribadisce nel modo più chiaro possibile.

La narrazione di Salvini, è ancora tutta in piedi. Il discorso al Senato dell’altro ieri lo ribadisce nel modo più chiaro possibile

Il problema vero di Pd e Cinque Stelle, ognuno a suo modo, è di essersi piegati a quella narrazione e averla fatta propria. Entrambi cercando di farla propria almeno in parte – il Pd con Minniti, l’anticipo pensionistico e la retorica dell’Europa-sì-ma-non-così. i Cinque Stelle con l’adesione acritica, almeno per i primi mesi, all’agenda di governo di Salvini -, entrambi criticandola ferocemente, a stretto giro – valgano per tutte le giravolte di Renzi e Conte-Di Maio-Toninelli sull’immigrazione. Errori gravi, entrambi. Perché la vera mossa giusta sarebbe stata quella di parlare d’altro. Di spiegare agli italiani che non c’è nessuna emergenza migranti, che non c’è nessuna necessità di anticipare le pensioni, che non c’è nessun motivo al mondo per battibeccare un giorno sì e l’altro pure con una Commissione Europea che ci ha concesso regolarmente tutta la flessibilità che volevamo.

I temi ci sono, sono da una vita sul tavolo, e fa piacere il documento della direzione Pd, tanto criticato per la sua vaghezza, li richiami: la questione ambientale, prima di tutto, che un’estate di incendi ed eventi climatici estremi dovrebbe aver dimostrato essere cruciale. La questione dell’esclusione dal mondo del lavoro di donne e giovani, le vere vittime del declino economico italiano, nonché ingredienti cruciali per invertire la rotta. L’importanza di investire in istruzione, formazione, cultura, capitale umano ditela voi come preferite, per far ripartire l’economia italiana, un’economia di trasformatori, il cui unico petrolio si chiama cervello, la cui unica tensione possibile è quella all’innovazione continua. La necessità di ricostruire un sistema di protezione sociale nuovo, universale e inclusivo, che vada oltre un’esistente che tutela solo chi ha un contratto a tempo indeterminato e chi va in pensione.

Volete togliere ossigeno a Salvini? Dovete parlate di ambiente, di donne, di giovani, di scuola e di povertà quanto lui parla di immigrazione, Europa e pensione, forse pure di più

Sono temi centrali per il futuro dell’Italia, troppo spesso dimenticati in questi anni di crisi. E sono temi, peraltro, sui quali la convergenza tra Pd e Cinque Stelle già esiste. Entrambi rivendicano di essere il partito più ambientalista d’Italia. Entrambi dicono di aver a cuore donne e giovani. Entrambi dovrebbero – su questo proprio non ce la facciamo a essere indulgenti – avere l’ossessione per la scuola come motore da cui far ripartire tutto, dalla crescita economica all’inclusione, sino alla mobilità sociale. Entrambi hanno una tensione a cambiare il sistema di protezione sociale – dal salario minimo a un sussidio universale contro l’indigenza, si chiami esso reddito d’lnclusione o reddito di cittadinanza, cambia poco.

Fossimo in un mondo razionale, non ci vorrebbe molto a far nascere un nuovo governo e una nuova offerta politica incardinata su queste priorità. Volete togliere ossigeno a Salvini? Dovete parlate di ambiente, di donne, di giovani, di scuola e di povertà quanto lui parla di immigrazione, Europa e pensione, forse pure di più. E non c’è modo migliore di farlo che incardinare un’azione di governo seria e coraggiosa su questi temi. Se annuncerete un piano per azzerare la CO2 entro il 2050, o un piano straordinario di riqualificazione di tutti gli edifici italiani per ridurre i consumi di energia, o il tempo pieno nelle scuole per tutti, soprattutto al Sud, o l’abbattimento delle tasse sul lavoro, magari a partire da giovani e donne, o una nuova forma di sostegno al reddito e alla povertà che faccia sintesi degli esperimenti di entrambi, state tranquilli che le prime pagine saranno per quello, che le trasmissioni televisive parleranno di quello, che costringerete Salvini a parlare di quello.

Se la campagna elettorale iniziasse domani, invece, state pure certi che vi toccherà parlare di immigrazione, di Europa e di pensioni, come del resto è successo nell’inverno del 2018. E se si parla di immigrazione, di Europa e di pensioni l’esito è scontato. Ecco perché questo non è il momento dei veti sui nomi, dei rancori sugli insulti del passato, delle impuntature su questo o quel provvedimento. Questo è il momento di cambiare agenda al Paese. Se siete in grado di capirlo, e avrete il coraggio di farlo, cari Di Maio, Casaleggio, Renzi e Zingaretti – con o senza Boschi e Lotti, con o senza Toninelli e Bonafede – vi sarete guadagnati un futuro politico. Altrimenti, state solo ritardando di qualche settimana una lunga era dominata da Matteo Salvini. A voi la scelta.

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DIETRO LE QUINTE/ Il Colle al bivio tra Conte bis e “governo Renzi”

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La crisi ha aperto molte partite interne decisive, non solo all’interno della Lega e dei Cinquestelle. Nei Dem l’asso nella manica è in mano al senatore di Scandicci.

Con il dipanarsi della crisi di governo le nebbie si diradano e appare sempre più chiaro come alle spalle della disputa sul ritorno alle urne o sull’esecutivo istituzionale vi siano altre partite ben più succulente e decisive.

Oltre ad aprire i giochi per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica (trofeo a cui – su vari fronti – molti ambiscono e un governo amico certo non guasterebbe), la crisi politica ufficialmente aperta con le dimissioni del premier Giuseppe Conte ha accelerato in maniera dirompente la resa dei conti all’interno dei partiti: Matteo Renzi contro Nicola Zingaretti, Roberto Fico (e forse Di Battista) contro il leader grillino Luigi Di Maio (tenuto – al momento – a galla dal forte legame con lo stesso Conte) e il nordista Giancarlo Giorgetti contro un “suonato”, ma non vinto, Matteo Salvini.

Una resa dei conti che, oltre a rendere difficili le trattative per il nuovo esecutivo, apre a una nuova mappa geopolitica: il fronte del voto con Salvini, Meloni, Toti e, sul versante opposto, Zingaretti. Il fronte di una trattativa aperta e senza dogmi o patti precostituiti con Di Maio, Giorgetti, Franceschini. E il fronte di un “nuovo governo ad ogni costo” con interlocutori primari Renzi, Fico e Letta senior supportato da un folto gruppo di parlamentari azzurri disponibili persino a uscire da Forza Italia per dare vita a gruppi di “responsabili”.

Ma se ogni disputa ha proprie specifiche peculiarità, tutte – potenzialmente – hanno la forza di incidere pesantemente sull’intero panorama politico.

Così, se il presidente della Camera, Roberto Fico, controllando solo una minima parte dei parlamentari 5 Stelle, per ambire alla leadership del Movimento o, più specificamente, a un ruolo di premiership nel nuovo Governo, può solo sperare in un veto e quindi in una clamorosa esclusione di Luigi Di Maio e del suo dante causa Giuseppe Conte da un nuovo esecutivo (esclusione che sancirebbe la sconfitta interna dell’attuale ministro dello Sviluppo economico e il suo defenestrazione da capo pentastellato), la partita che si sta giocando nella Lega tra Giorgetti e Salvini è una disputa di visione, oltre che di potere: “Lega del Nord” contro “Lega Italiana”.

Una distinzione vitale per il Movimento grillino, fortemente radicato al Sud, per il quale una Lega confinata al Nord rappresenterebbe il miglior partner di governo per un “Conte bis”. Ecco perché i contatti con Giorgetti non si sono mai interrotti.

Del resto Giorgetti, oltre a essersi dimostrato più affidabile, serio e istituzionalmente avveduto di Salvini, rappresenterebbe forse l’ultima àncora di salvezza per un Di Maio chiaramente in difficoltà.

Ma se un “Conte bis” mediato da Giorgetti potrebbe significare la sopravvivenza politica per Di Maio (con la salvezza della leadership e forse anche della poltrona), sul versante opposto, un governo istituzionale (di lunga o breve durata, con ampia base parlamentare o semplicemente formato da Pd e M5s non importa) sarebbe una panacea per l’altro Matteo.

Per Renzi si è aperto uno spiraglio di rivincita che non mollerà facilmente e che potranno chiudere appunto solo Di Maio e Giorgetti. Il senatore di Scandicci sa di avere l’asso nella manica! Se, infatti, il Capo dello Stato, ritenuto da molti assai refrattario a un ritorno alle urne, dovesse chiamare alla responsabilità nazionale, Zingaretti sarebbe costretto a chinare la testa e Renzi, forte anche dei numeri parlamentari all’interno dei gruppi dem, risulterebbe – chiaramente – il vincitore, essendo stato il primo sponsor di un’intesa di ampio respiro.

In fondo – e questo è sempre bene ricordarlo – Renzi, assai debole nell’elettorato, ha un’unica possibilità per riprendersi il Pd: “fiduciare” di fatto il segretario attraverso “la gestione” dei gruppi parlamentari che – in un batter d’occhio – dall’angusta e scomoda posizione di opposizione potrebbero ritrovarsi di nuovo al timone del Paese.

Un balzo (in termini politici, ma anche di poltrone) che solo Renzi, con i suoi voti parlamentari, adesso è in grado di assicurare, a molti. Decisamente una bella rogna per Zingaretti…

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Via Di Maio e Toninelli: ecco la vera richiesta del Pd per allearsi coi Cinque Stelle.Altro che i 5 punti del pd per il nuovo governo.

Via Di Maio e Toninelli: ecco la vera richiesta del Pd per allearsi coi Cinque Stelle.Il piano dei cinque punti e la richiesta di rottura rispetto alla stagione precedente sono due condizioni ineludibili per il segretario democratico, che stavolta ha dalla sua anche Matteo Renzi, consapevole che non avrà mai più così tanti uomini suoi in Parlamento come adesso.

«È il momento di dare forza a Nicola, se spacchiamo il Pd il nostro tentativo verrà del tutto vanificato». È con queste parole che Matteo Renzi ha dato il via libera ai suoi per votare a favore della relazione con cui Zingaretti ha introdotto la Direzione dem e tracciato la linea di quello che sarà l’atteggiamento del Pd in sede di consultazioni e di conseguente trattativa per la formazione di un nuovo governo.

C’era grande attesa per la riunione del parlamentino del Pd, tornato ad essere il perno centrale di un’eventuale nuova maggioranza. A chi pensava che il partito si sarebbe potuto spaccare, i dem hanno risposto con un’inedita e sbandierata unità. Un’unità che, per una volta, non sembra di facciata, ma che, in questo momento conviene a tutti. Al segretario, in primis, accusato negli scorsi giorni di subire l’iniziativa del suo ingombrante predecessore. E allo stesso Renzi, che senza il sostegno di tutto il Pd non avrebbe alcuna speranza di vedere il suo disegno portato a compimento.

Luigi Di Maio. Impossibile pensare ad un governo in cui esponenti del Pd siedano accanto me.

Zingaretti si riprende dunque la scena, con due mosse importanti e ben calibrate. La prima consiste nell’elenco dei cinque punti programmatici su cui il Pd è disposto a ragionare per formare un “governo della svolta”. Cinque punti non casuali, tutt’altro che scontati, che impegnerebbero la nuova maggioranza a sostenere un esecutivo in netta rottura con quello sovranista che imperversato fino all’altro ieri. E poi la richiesta, categorica, di discontinuità, senza la quale il segretario dem non ha neppure intenzione di sedersi al tavolo della trattativa.

Questa discontinuità coincide con una cesura rispetto agli ultimi quattordici mesi, in cui, per il Pd, ci sono due figure su tutte le altre che si sono ormai del tutto compromesse nel terreno di gioco del Movimento 5 Stelle. La prima è quella del capo politico, vicepremier e super-ministro del Lavoro e della Sviluppo, Luigi Di Maio. Impossibile pensare ad un governo in cui esponenti del Pd siedano accanto a lui, che tra l’altro fino a una settimana fa brandiva strumentalmente il velenosissimo bastone del “partito di Bibbiano” per gettare fango sui democratici.

Il secondo personaggio che dovrà per forza di cose farsi da parte è Danilo Toninelli. Non tanto per essere già passato alla storia per il ministro che ha collezionato più gaffe nel giro di così pochi mesi, ma soprattutto perché rappresenta plasticamente quell’Italia del No alle infrastrutture e alla modernizzazione delle grandi opere. Sarebbe, in sostanza, un bersaglio troppo facile da colpire per chi griderà al cedimento del Pd sul lato della crescita e dello sviluppo.

A chi pensava che il partito si sarebbe potuto spaccare, i dem hanno risposto con un’inedita e sbandierata unità

Ponendo queste due condizioni (una esplicita, quella dei cinque punti, su cui il M5s si è già detto disponibile a trattare, una implicita, quella dei veti personali), Zingaretti ha ottenuto molteplici risultati: ha chiarito che il Pd non è disponibile a sostenere qualsiasi governo, dettando da subito l’agenda e lasciando aperta la strada del voto anticipato, in cui si presenterebbe come unica alternativa a Salvini. Contemporaneamente ha ributtato la palla nel campo dei Cinque Stelle, che ora saranno chiamati a scelte difficili e laceranti. Ha rilanciato la sua figura, oggettivamente offuscata nell’ultimo periodo, chiarendo che qualsiasi accordo dovrà passare per la sua approvazione.

Il Pd, insomma, ha preso in mano il boccino della trattativa. E fonti degne di questo nome fanno sapere che, nel caso in cui i vertici pentastellati dovessero avallare il sacrificio di Di Maio, i dem sarebbero disposti a ragionare sulla figura di Giuseppe Conte, sostenendo con convinzione una sua candidatura al ruolo di commissario europeo, e forse anche qualcosa in più. Se i grillini, invece, dovessero impuntarsi sulla tutela del capo politico che li ha fatti sprofondare negli ultimi mesi, si assumeranno la responsabilità del fallimento della trattativa. In questo senso c’è più di una ragione per pensare che Casaleggio e Grillo non faranno carte false per difendere Di Maio e Toninelli.

Resta sullo sfondo lo spauracchio di quelle che potrebbero essere le prossime mosse di Renzi. Il timore diffuso è che, specie se lui e suoi fedelissimi resteranno fuori dalla compagine di governo, il senatore fiorentino possa considerare l’esperienza rosso-gialla come una parentesi la cui durata dipenda soprattutto da lui e dalle ambizioni del suo futuribile partito personale. Ma, anche in forza dell’atteggiamento tenuto dai suoi in Direzione, comincia a farsi strada la convinzione che il primo a volere che questo governo nasca e duri tre anni sia proprio lui. “Difficilmente – si dice in ambienti parlamentari dem – gli ricapiterà di avere un gruppo di deputati e senatori così numeroso”. E tra poco più di due anni si eleggerà il prossimo presidente della Repubblica, un’occasione troppo ghiotta per non essere considerata.

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La corrida cieca della crisi macha. Due nomi per Palazzo Chigi: Fico o Zingaretti.

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La crisi di una politica in cui non ci sono più pensieri e neppure convenienze, ma solo azioni muscolari che vogliono distruggere il contendente, o almeno fargli lo sgambetto. Un wrestling dove ci si affronta per finta e si evita quel che servirebbe davvero: un corpo a corpo serrato con la società e le sue domande, le sue rabbie

Ancora una volta il CS sarà chiamato a rimediare al disastro di questa destra
populista,che non è diversa da quella del 2011,che lasciò come oggi, l’Italia in recessione
e con debiti enormi?
 
Dovrà di nuovo il CS farsi carico di far risalire il nostro paese ,come furono capaci i
governi Renzi/Gentiloni,che portarono il Pil dal meno 2,5% del 2014 al più 1,8 del 2017
,con 14 trimestri di crescita continua,creando 1.200.000 posti di lavoro in più di cui il 61%
a tempo indeterminato? Si troveranno ancora i 10 miliardi di euro,record assoluto
investiti nella scuola,7 miliardi nei trasporti,già depauperati da questo governo becero di
200 milioni sui treni pendolari e 600 sui normali convogli? Dove sono finiti i contestatori
di quel governo, a sinistra del PD, che ha visto gli scissionisti all’1% e il restante di quella
sinistra demagoga pronta a qualsisia divisione,finire al 1,7%.E ! Inutile è nel DNA…basta
che succeda qualcosa che sembra rilanciare la sinistra ed ecco che inebriati gli adepti
insultano,deridono e minacciano.Inutile i barbari c’erano prima di qelli che si paventa
oggi…..quei barbari spuntano fuori tutte le volte che riescono o sembrano riuscire ad
arraffare il potere…..Tornate nel sottoscala!!..vi ricordate quel tornate nelle
fogne?..bontà loro per il sottoscala.
 
 
Si sentono impuniti…fautori di quel “Regime” che non cade mai ..che al massimo si ritrae
 
aspettando eventi migliori….ma non basta sperare che un po di sonnifero basti a calmare
le acque…..un po di casini con i 5S..un pò di migranti..e qualche accenno all’ordine
pubblico…e con il vostro sostegno cari media  la marea spazzerà  i residui di una sinistra
che si ostina a respirare.

 

ORA! E’ molto più facile fare un governo di legislature M5S/Pd oggi che un anno fa. I motivi sono ovvi. Psicologicamente non c’è una superiorità dell’uno sull’altro. Nella sostanza è stato possibile, dopo un anno di governo, guardare dentro a questo oggetto sconosciuto del M5S e prendergli qualche misura e delle precauzioni. Nel contempo Renzi, l’ala destra del partito, è tornato in gioco, riequilibrando sx/dx a garanzia di un programma di governo che possa piacere anche ai moderati, oltre che alla sx. Cosi da varare un vero csx scongiurando  quindi un governo sx sx, che non avrebbe vita lunga in Italia.

Forza Zingaretti,prendi atto che non ci sono alternative ad un programma condiviso,non più demagogo,con una parte almeno del M5S, quella che si ispira a Fico e alla fine delle demagogiche avventure dalemiane,per battere chi ancora una volta ha portato il paese alla rovina,morale e materiale.Oggi si pone una alternativa, che non è quella che ha costretto i governi Renzi/Gentiloni a trattare programmi con un centrismo e un CD di Alfano per avere comunque una maggioranza,stante l’assenza di altre forze di sinistra capaci di stare in una coalizione,di numeri,fallite poi nelle loro pretese.Oggi potrebbe esserci più spazio per un governo meno condizionato al suo interno,capace semmai di resistere agli attacchi,anche da una sinistra-sinistra, come l’abbiamo vista nei vari governi che si sono susseguiti,Prodi/1°2°,Renzi/Gentiloni.

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Il ritorno degli anti-euro.Le elezioni europee sono finite da un pezzo e Salvini non conta nulla in Europa nè serve continuare a gridare contro l’euro.Qui Salvini va a sbattere contro un muro.

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La comunicazione leghista vira nuovamente e torna a colpire l’Europa. Tornano centrali Bagnai e Borghi, che dice: “Uscire dall’euro farebbe bene all’Italia”

Beh, almeno chi non ha gli occhi foderati di prosciutto deve riconoscere che è stato un bene far fallire il governo e smascherare questi incoscienti che ci avrebbero di soppiatto traghettati fuori dall’euro, magari consegnandoci tra le braccia di Putin.
Ora è finalmente più chiaro a cosa alludesse Salvini quando reclamava “pieni poteri”, purtroppo la lega sta’ dimostrando ancora una volta l’inconsistenza di idee. Non più tardi di una settimana fa, il generale Salvini, oramai ha acquisito il grado alcolico di generale. Ribadiva il concetto non si esce dall’ euro ma si cerca una riforma allo stesso. Ora di punto in bianco torna qusto disco sfasciato. Bene io sono BRESCIANO, non sono sicuramente di sinistra anche se questo significa meno di niente, sono un italiano  dico. Perché no provano questi signori a trovarsi uno stipendio da 1.400 euro, trasformarlo in lirette o similari e vivere con questo, chiaro non in Italia ma che so, in Germania piuttosto che in paesi extraeuropei. Forse avrebbero meno puttanate da dire. Signori la lega a governato più volte è per un motivo o per un altro quando non si fanno le leggi e sempre colpa degli altri mai loro che sono al governo.

“Per Salvini essere “un uomo libero” significa urlare all’Europa ladrona.” … Ieri la Lega urlava “Roma Ladrona” e, già che c’era, metteva al sicuro 49 Milioni … Se questo è il nuovo cavallo di battaglia della Lega (fuori dall’euro e dall’Europa) che lo dicano a chiare lettere e poi al voto …. e vedremo se vinceranno l’elezione con più del 50 per cento …. !

Questi continuano a bersi il cervello. La matematica non è un opinione con un debito pubblico di quasi 2.400 miliardi passare ad una moneta svalutata del 40%-60% se ci va bene significa sfondare il 130% del rapporto debito PIL portando l’Italia al default bruciando tutti i risparmi degli italiani. Stessa scenario con la manovra finanziaria della lega. Forse era meglio aspettare di aderire all’ euro magari riducendo prima il debito ma questa è un’altra storia.

SBRAITANO “I vincoli europei vanno rivisti” … niente, non entra in testa che il problema non sono i vincoli europei, ma il nostro debito pubblico. Ma forse il timore è che l’Europa ci molli, nel qual caso dove troviamo chi ce lo rifinanzia? A meno di non chiuderci totalmente dai mercati finanziari, deprimendo le esportazioni e penalizzando le importazioni. Oppure di competere con la Cina, con una massiccia immigrazione di mano d’opera a basso costo, proprio il contrario di quel che vogliono i leghisti.

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