Renzi incalza subito Conte: “No al giustizialismo e alla revoca di Autostrade”

L'immagine può contenere: 1 personaRENZI!Il leader di Italia Viva: “È finita la ricreazione, il governo deve darsi una mossa, sbloccare i cantieri e imporre un’agenda riformista”

“È finita la ricreazione” ha detto Matteo Renzi al governo Conte, cui il leader di Italia Viva cerca di dettare la linea politica: “Bisogna stilare un’agenda riformista per il bene degli italiani. Non inseguire il giustizialismo sulla prescrizione o la follia di revoca impossibile per Autostrade. Quelli di Autostrade devono pagare e tanto, ma no a una revoca che giuridicamente non sta né in cielo né in terra. Si sblocchino i cantieri e si facciano le riforme” ha sottolineato Renzi. 
Matteo Renzi ha commentato, tra le altre cose, il risultato delle Regionali in Emilia-Romagna ma soprattutto di quello che potrebbe succedere dopo. Considerando il risultato negativo per il M5s, “si apre un’opportunità vera per imporre al governo un’agenda riformista”, ha detto Renzi. Che sul futuro del governo Conte spiega: “La legislatura resterà in piedi, anche perché dove vanno? Non credo che i cinque stelle abbiano tutta questa fretta di tornare a casa”.
“La campagna di Salvini in Emilia non ha funzionato come in altre regioni, perché lì c’era il buon governo di Stefano Bonaccini, il vero vincitore delle elezioni”. Sul leader della Lega ha poi aggiunto: “Gli errori di personalizzazione di Salvini sono gli stessi che altrove, ma Salvini non è finito. Noi dobbiamo fare un passo alla volta per batterlo”.

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Delrio incalza M5s: “Bisogna rivedere i decreti sicurezza”

Graziano DelrioIl capogruppo Pd alla Camera: “Il m5s ha subito una sconfitta pesante, la loro riflessione sarà profonda. Ma siamo disposti a un’alleanza, se c’è la volontà”

Sicurezza, lavoro e famiglia: questi sono per Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera, i prossimi punti fondamentali su cui il governo giallo-rosso dovrebbe concentrarsi: “Si è fermata la crescita e gli investimenti, e c’è più insicurezza dopo il decreto Salvini. Ci sono elementi critici che vanno affrontati con determinazione senza rimandarli. 
E poi, Delrio si rivolge direttamente ai cinque stelle: “Nessuno chiede abiure o pentimenti, ma guardando in faccia i dati, vanno prese in mano queste situazioni. Il sistema degli Sprar è molto utile per la sicurezza e va riattivato e il sistema delle espulsioni va migliorato. E bisogna avere più coraggio su una agenda di lavoro, scuola e lotta all’evasione piu’ forte”. 
“Siamo di fronte alla più grande crisi demografica di tutti i tempi e il sostegno alle famiglie va accentuato con più energia. Non si tratta di imporre una nostra agenda, ma alcuni punti vanno affrontati con coraggio: lavoro, crescita degli investimenti e sostegno alla famiglia”, afferma Delrio.
“Sulla giustizia abbiamo trovato un compromesso, venga ora messo nero su bianco e si proceda con rapidità con la riforma del processo penale. La coalizione – sottolinea – deve trovare un nuovo equilibrio. Bisogna togliere dal piatto le cose su cui abbiamo distanze, ma bisogna fare presto e non tirarla lunga”.
Parlando del M5s, “la sconfitta è pesante e credo che la loro riflessione sarà profonda. Ma non penso siano estinti”, dice Delrio che smentisce la possibilità di un partito unico con i 5Stelle: “Non credo sia nelle intenzioni di nessuno, noi abbiamo una tradizione democratica di un certo tipo, loro altri stili, invece è possibile una contaminazione positiva, su tanti temi. Abbiamo alcune cose in comune ma non è nemmeno pensabile un percorso di partito unico”.
Sì invece a “un’alleanza, ma dipende dalla volontà di entrambi. Per ora siamo in una fase sperimentale, siamo agli inizi e bisogna capire se si riesce a fare un salto di qualità, a partire dal lavoro comune in coalizione”.

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Salvini ha scaricato antisemitismo ed estrema destra,ma lui ha la faccia di tola come dicono nel bresciano per un voto in più ti darebbe pure il culo,la Lega non ancora

Risultati immagini per Salvini ha scaricato antisemitismo ed estrema destra, la Lega non ancoraIl segretario si è detto amico degli ebrei e soprattutto di Israele.Che lecca culo. Smentendo i contatti con CasaPound e neofascisti. Eppure nel suo partito non sembrano pensarla tutti nello stesso modo.

QUESTA AMICI EBRAICI E UNA PRESA PER IL CULO VERSO DI VOI ! OK CHE ANCHE LA RELIGIONE EBRAICA DICE PORGI L’ALTRA GUANCIA,COME LA CATTOLICA.MA C È UN LIMITE HA TUTTO .IO L’AVREI PRESO A CALCI IN CULO.

Le tempistiche a volte sono determinanti per leggere e capire gli avvenimenti.E così, in vista della Giornata della memoria, Matteo Salvini ha organizzato un convegno a Palazzo Giustiniani contro le nuove forme dell’antisemitismo. Per dimostrare che la Lega è amica degli ebrei, che mai si permetterebbe di offenderli.Per dire che, se diventasse premier, riconoscerebbe immediatamente Gerusalemme come capitale d’Israele. E per sottolineare, ancora, che la Lega non ha rapporti con l’estrema destra, a cominciare da CasaPound.

Peccato, però, che la realtà sia ben diversa e certamente non basta un convegno per cancellare intrecci, rapporti, dichiarazioni. Un convegno a cui, peraltro, erano assenti tutti i più alti rappresentanti dell’ebraismo italiano e romano, a cominciare da Liliana Segre, che ha preferito declinare l’invito. Non bisogna dimenticare che la Lega stessa si è opposta all’approvazione della Commissione d’inchiesta proposta dalla stessa Segre, contro i fenomeni di intolleranza.

GLI ATTACCHI LEGHISTI A LILIANA SEGRE

C’è da sorprendersi? Probabilmente no, dato che in giro per l’Italia più di un leghista ha attaccato frontalmente la senatrice. Fabio Tuiach, consigliere comunale di Trieste del Gruppo Misto (ex Lega e Forza Nuova), intervenuto durante la mozione per assegnare la cittadinanza onoraria alla senatrice a vita, ha espresso in questo modo il suo parere contrario: «Segre ha detto che Gesù era ebreo: da cattolico mi sento offeso».Ancora più diretto è stato Riccardo Rodelli, segretario cittadino della Lega di Lecce, che su Facebook ha definito Liliana Segre una «nonnetta mai eletta», una «Mrs Doublfire di Palazzo Madama», una «vecchietta ben educata reduce dai campi di concentramento». Parole talmente gravi che hanno costretto la Lega all’espulsione del suo segretario.

LE OFFESE A GAD LERNER A PONTIDA

Ma non sono le uniche dichiarazioni contro gli ebrei del popolo leghista. E non serve andare lontano. A settembre 2019 una folla inferocita ha attaccato Gad Lerner, presente in qualità di giornalista al raduno di Pontida, al grido di «ebreo, straccione, massone».Pochi mesi dopo a tornare all’attacco degli ebrei ci ha pensato Giovanni Candusso, consigliere leghista di San Daniele (Udine) che su Facebook si è lasciato andare: «Ebrei, odiati da tutti, ma stranamente, sostenuti da certa politica di parte. Da sempre sanno fare solo le vittime di comodo». Espulso anche lui. A Gorizia un altro consigliere, Stefano Altinier, alla domanda di Facebook sull’orientamento religioso ha risposto fieramente «antisemita», salvo poi scusarsi e rimuovere lo status quando è stato sollevato il caso.

QUELLE CITTADINANZE ONORARIE CONTESTATE

Che dire, poi, delle curiose scelte amministrative. Se in tante città Lega e alleati si sono opposti alla cittadinanza onoraria ancora a Segre, in altri casi si è pensato di intitolare strade a personaggi dubbi. Come nel caso di Erba, dove la Lega avrebbe voluto intitolare una via a un podestà fascista che collaborò con i nazisti nella persecuzione degli ebrei e aderì alla Repubblica Sociale Italiana: Alberto Airoldi.

«Il podestà Alberto Airoldi amava Erba e i suoi concittadini che ha sempre tutelato e difeso», ha detto nell’occasione il deputato leghista e consigliere comunale Eugenio Zoffili. «Me l’hanno raccontato i nostri anziani e chi l’ha conosciuto di persona», ha continuato. «Per Per la Lega non ci sono dubbi: è doveroso dedicargli una piazza della nostra città, ma anche organizzare incontri culturali e iniziative nelle nostre scuole per farlo conoscere ai nostri ragazzi». Dopo le polemiche inevitabilmente scaturite, la mozione è stata ritirata.

LE AFFINITÀ CON L’ESTREMA DESTRA

Altro tema è quello dei rapporti della Lega con i movimenti di estrema destra. Inesistenti a sentire Salvini oggi. Già diverse settimane fa, ospite a Fuori dal coro, il Capitano aveva detto chiaramente che «in Italia non ci sono fascisti», salvo dimenticare due partiti come Casapound e Forza Nuova che si richiamano esplicitamente a quell’ideologia e con cui, peraltro, il Carroccio ha legami da anni.Sin dai tempi di Mario Borghezio, rieletto nel 2014 all’Europarlamento nella circoscrizione del centro Italia grazie anche ai voti del partito di estrema destra. E forse non è solo un caso che Borghezio scelse come suoi assistenti Mauro Antonini e Davide Di Stefano, diventati rappresentanti di spicco proprio di CasaPound.Il discorso non è cambiato con Salvini: ha partecipato insieme al partito neofascista a innumerevoli manifestazioni; ha indossato felpe col brand vicino a CasaPound; ha pubblicato il suo libro-intervista con Altaforte, casa editrice di riferimento per i neofascisti. E se nell’ultimo periodo il segretario della Lega ha preferito assumere un basso profilo (pur non attaccando mai CasaPound, per esempio sullo sgombero dell’edificio di Via Napoleone III a Roma), tanti altri esponenti hanno tranquillamente continuato ad avere rapporti. A settembre 2019 si è tenuta a Verona la festa nazionale della tartaruga frecciata. Tra gli ospiti il deputato leghista Jari Colla ai senatori Simone Pillon e Andrea Ostellari.

Altro rapporto storico è quello con un altro gruppo neofascista come Lealtà Azione. Alla tradizionale Festa del Sole dello scorso giugno a Milano c’erano Jacopo Alberti e Massimiliano Bastoni, consiglieri regionali rispettivamente in Toscana e in Lombardia; e tre europarlamentari salviniani: Angelo CioccaOscar Lancini e Silvia Sardone. L’anno prima, nel 2018, c’era tra gli altri Paolo Grimoldi: deputato dal 2004 ed ex segretario della Lega in Lombardia, si è fatto conoscere anche per una polemica sul Diario di Anna Frank (tanto da presentare un’interrogazione al ministro dell’Istruzione), di cui definì alcune pagine «non adatte ai bambini» perché dai contenuti hard. Insieme a lui anche Igor Iezzi, da sempre vicino a Lealtà Azione: nel 2014, mentre ricopriva la carica di consigliere comunale a Milano, si è presentato a Palazzo Marino indossando un burqa contro la decisione dell’amministrazione Pisapia di individuare zone in cui costruire nuovi luoghi di culto. Ecco, dire che i rapporti con i neofascisti siano tramontati cozza decisamente con la realtà.

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Renzi: “La stabilità ha senso solo con riforme pro Pil”

L'immagine può contenere: 1 persona, testoRenzi, il voto in Emilia Romagna sembra rafforzare il Pd e fa intravedere il ritorno a un nuovo bipolarismo. Crede che ci sia comunque spazio per Italia Viva in questo quadro?
È divertente notare come basti un’elezione regionale per cambiare in blocco le opinioni di molti politici e qualche commentatore. Fino a venerdì tutti per il proporzionale, ora tutti per il bipolarismo. Un anno fa molti dicevano che i gialloverdi avrebbero governato 30 anni, ad agosto mi accusavano di aver rafforzato Salvini, oggi dicono che la Lega è crollata. Tra un mese gli stessi diranno l’opposto di ciò che sostengono oggi. Suggerisco prudenza e senso della misura. La priorità oggi è far ripartire la crescita italiana. Quanto alle regionali, tra chi citofona alla porta del condominio e chi dimezza la disoccupazione l’Emilia Romagna ha scelto il buon governo. Sono i risultati che sconfiggono i populisti: per questo lo spazio di Italia Viva è enorme.

Resta l’intenzione di presentare la lista già alle prossime regionali, a cominciare dalla Toscana, o l’obiettivo sono le politiche?
Italia Viva ha sostenuto Bonaccini non solo per i rapporti personali ma per un giudizio politico. Per noi questo è il risultato migliore possibile. Dalle prossime regionali ci misureremo anche con il nostro simbolo e io penso che ci sia una prateria per chi è riformista e scommette sul buonsenso. Ci presenteremo a maggio in Toscana e nelle altre regioni che andranno al voto. Il nostro obiettivo è puntare alla doppia cifra, il 10%.

Con il M5s più debole c’è l’opportunità per gli alleati di imporre un’agenda più riformista e pro crescita: dal tema delle concessioni autostradali a quota 100, dal fisco alla prescrizione. Pensa che possa crearsi un asse tra Italia Viva e Pd su questi temi?
Sono fiero di aver tenuto la barra dritta su temi come prescrizione, concessioni autostradali, riduzione delle tasse. Se Italia Viva avesse mollato sarebbe stato più difficile anche per Bonaccini vincere in una regione operosa come l’Emilia Romagna. E comunque sono battaglie giuste che abbiamo fatto e che continueremo a fare. Il crollo dei Cinque Stelle, inesorabile, potrebbe far risvegliare l’anima riformista del Pd. Non c’è bisogno di creare un’asse speciale: sono battaglie che abbiamo fatto insieme, la pensiamo allo stesso modo, noi non abbiamo cambiato idea. Spero neanche loro.

Intanto avete trovato l’accordo sul nome del ministro Gualtieri per le suppletive nel collegio I di Roma.
La candidatura di Roberto Gualtieri è un’ottima occasione per valorizzare il profilo di un politico capace, che sta facendo bene il ministro e che avrà il nostro supporto.

Sabato presenterete a Roma le vostre proposte per il rilancio dell’azione di governo. Riforma fiscale? Sblocco dei cantieri? Su che cosa punta Italia Viva?
Sabato – all’Assemblea Nazionale di Cinecittà – presenteremo innanzitutto il Piano Shock per sbloccare i cantieri. Ci sono 120 miliardi di €: è fondamentale spenderli per creare posti di lavoro anziché dare sussidi assurdi come il reddito di cittadinanza. Sui temi del Piano Shock ci giochiamo punti di Pil, che sono più importanti dei punti dei sondaggi. Offriremo al dibattito parlamentare anche le nostre idee sulle tasse e non solo. Le nostre sono proposte concrete, non chiacchiere.

È fiducioso sull’esito dell’annunciata verifica di governo con il premier Conte?
La verifica di maggioranza non è un adempimento formale. Né un modo per regolare i conti dopo la disfatta grillina. O meglio: se fosse solo questo sarebbe poco interessante. Il nodo politico è che viviamo un tempo ricco di opportunità ma anche di contraddizioni. L’anno elettorale in America, i dazi, la Brexit, il virus in Cina, la Turchia che pretende di dettar legge in Libia, la transizione tedesca. C’è un mondo che chiede che l’Europa si svegli e c’è uno spazio perché l’Italia giochi un ruolo di primo piano. Di questo deve occuparsi il governo. E su questo noi vogliamo fare la differenza.

La stabilità del governo Conte dipenderà molto dalla tenuta dei gruppi del M5s nelle prossime settimane. Che cosa pensa del loro confronto interno?
Non so che cosa accadrà dentro i Cinque Stelle. La mia tesi è che loro vadano verso l’implosione. Ma nessuno desidera far finire in anticipo la legislatura. Dunque non sono preoccupato per la tenuta dell’esecutivo: l’abbassamento dello spread dopo la sconfitta di Salvini è l’ennesimo segnale che abbiamo tutto da guadagnare da una ritrovata stabilità. Ma la stabilità ha senso se si afferma un profilo riformista dell’azione di governo. Frasi come quelle sugli innocenti in carcere, il giustizialismo contro la prescrizione, il pregiudizio anti imprese che vara leggi “tasse e manette” vanno respinti al mittente. Questo risultato elettorale riguarda l’Emilia Romagna. Ma l’Emilia Romagna ci dice che vince chi governa bene, non chi strizza l’occhio al populismo. L’Emilia Romagna è la regione del boom di assunzioni, di Industria 4.0, dell’export. Non dei sussidi e del sovranismo. Anche il governo nazionale deve recuperare questa cifra: rilanciare la crescita, stoppare il populismo.

La legislatura andrà comunque avanti? Qualcuno le attribuisce il disegno di scalzare Conte da Palazzo Chigi per arrivare al 2023 con un altro premier…
I Cinque Stelle che siedono in Parlamento non permetteranno di far fallire questa legislatura. Mi lasci essere poco diplomatico ma molto chiaro: se tornano a casa adesso, non rientrano mai più in Parlamento. Per questo la legislatura va avanti. Si salderanno sempre di più con il Pd di Zingaretti e le Sardine? Non so. Nel caso faccio i miei migliori auguri. Ma noi di Italia Viva concepiamo la nostra scommessa come una grande sfida liberaldemocratica per il futuro del nostro Paese. E da ieri paradossalmente c’è uno spazio ancora più grande per noi. Non suoniamo ai citofoni, noi. E non inseguiamo alleanze strutturali con le stelle cadenti. Questo è il momento migliore per costruire una casa nuova per chi vuole investire sul futuro e innovare l’Italia. La nostra priorità non è cambiare il Premier, ma cambiare l’Italia. Per farlo bisogna correre senza inseguire il populismo giudiziario ed economico. La ricreazione è finita, ora mettiamoci al lavoro.

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Bellanova: “Basta autogol del governo. Regioni, mai coi populisti”

Ministra Teresa Bellanova, titolare delle Politiche agricole e capodelegazione di Italia Viva al governo: il voto in Emilia e Calabria dimostra la necessità di un centrosinistra unito “da Renzi alla sinistra”?
Dimostra la praticabilità di uno spazio ampio, convintamente democratico, moderato, riformista, a patto che ce ne siano le condizioni. Condizioni che in Emilia-Romagna ci sono state mentre in Calabria non sono maturate, con i numeri che ci assegnano un lavoro profondo e capillare da fare per rimotivare le persone al centro-sinistra. Il patto con l’elettorato non è questione di formule né di sigle ma di qualità politica delle proposte in campo. A partire da riconoscimento e pari dignità tra i soggetti politici che si ritrovano insieme.

In qualche modo c’è anche una competizione interna tra renziani e Sardine: chi è stato decisivo in Emilia?
Si è decisivi tutti, si perde o si vince per un voto: è lezione della democrazia. In Emilia Romagna è stato decisivo innanzitutto il buon governo di Bonaccini, di chi ha lavorato con lui in questi anni. Rispetto alle regionali del 2014 sono tornate al voto migliaia di persone per difendere quel modello: va rilevato. E qui la mobilitazione e la presenza delle Sardine, per quantità e qualità, è stata preziosa. È stato decisivo lo stile. Nessuno di noi ha fatto una campagna gridata, si è attaccato ai citofoni, ha esibito paroloni, incuneato paure, tentato di lucrare su episodi delicatissimi e dolorosi. Sono orgogliosa di come Italia Viva ha contribuito, con grande determinazione ed entusiasmo, con amministratori, sindaci, comitati, con la sua militanza, il suo lavoro porta a porta. La lista del presidente, e non solo quella, dimostra questo valore aggiunto.

Si può giungere ad un ripensamento in alcune Regioni prossime al voto dove Italia Viva potrebbe correre in proprio? La Puglia ma non solo…
Gli esiti di domenica confermano una volta di più le nostre analisi. La destra a trazione leghista, che grazie a Renzi era già stata sconfitta in Parlamento ad agosto, viene bocciata dai cittadini. La macchina dell’odio di Salvini si può fermare. Per questo c’è bisogno di candidature totalmente alternative, distanti dal terreno del populismo, di tutti i pericolosi sovranismi e di certa straccioneria politica. Non divisive. Competenti ma anche sobrie, di cui ci si possa fidare. E capaci di generare entusiasmo. No, nessun ripensamento. Anzi, a maggior ragione adesso bisognerebbe chiedere al Pd una posizione chiara: non può essere allo stesso tempo il Pd di Bonaccini e quello di Emiliano.

La “pregiudiziale” verso M5s può essere rimossa?
Non li chiamerei pregiudizi ma valutazioni politiche. Ci sono questioni essenziali su cui siamo lontani anni luce. A lei sembra normale dire e pensare che se finisce in carcere un presunto innocente non c’è niente di strano? L’alleanza di governo con loro non l’abbiamo mai considerata strategica. Abbiamo sempre parlato di alleanze funzionali, caso per caso. In Emilia Romagna si sono messi fuori gioco da soli, così in Calabria, e il loro elettorato li ha puniti. Le convergenze si determinano su cose concrete: chiarezza delle parole d’ordine, delle analisi e delle soluzioni.

Dal punto di vista del governo si alternano rassicurazioni e venti di sfida: secondo lei l’esecutivo ce la fa?
L’esecutivo ce la fa se lavora bene e lavora sodo con risposte credibili. Al settore agricolo, per esempio, abbiamo dato risposte importanti tagliando le tasse per gli agricoltori e garantendo 600 milioni in più. Su sugar e plastic tax l’autogol poteva essere clamoroso. Non solo perché ha messo a rischio la rielezione di Bonaccini ma perché quelle tasse sono inutili, controproducenti, non ottengono risultati nemmeno sul versante ambientale, nutrizionale ed economico. Mettono, come sta accadendo, in ginocchio filiere e produzioni. E la sugar tax ci danneggia in Europa sul versante dell’etichetta nutrizionale.

Con un Pd che riprende fiato, il vostro progetto cambierà?
Il nostro progetto è la casa dei riformisti. Esiste lo spazio del riformismo di governo, come dimostra il nostro piano “Italia Shock”, 120 miliardi di cantieri da far partire adesso. C’è chi ha parlato in questi anni di tornare alle periferie. Noi, con il governo Renzi, invece di parlare abbiamo lavorato per la loro riqualificazione: più verde, strade più sicure, meno degrado, diritto alla bellezza, inclusione. Italia Viva è questo. E per quanto mi riguarda io dalle periferie non me ne sono mai andata.

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Giachetti: “Il lodo Conte è incostituzionale, votiamo sì sulla proposta di FI”

Risultati immagini per GiachettiSempre dritti, senza ripensamenti. Italia Viva tiene duro sulla linea dura contro la prescrizione targata Bonafede e continua ad appoggiare la legge Costa oggi in aula: nemmeno l’ultima riunione è stata decisiva e anzi, «il cosiddetto lodo Conte rende una proposta già incostituzionale, incostituzionale al quadrato», dice il parlamentare Roberto Giachetti.

Nessun passo avanti, quindi?
Nessuno, il dibattito non si è evoluto. Certo, ci sono dei contatti in corso ma noi ribadiamo che la nostra posizione non cambia: se la maggioranza non decide per un intervento sostanziale di modifica della legge Bonafede, noi votiamo la proposta Costa. Lo abbiamo fatto già tre volte e lo rifaremo la quarta.

Nella bozza di ddl di riforma penale, però, la norma è stata modificata. Troppo poco?
Troppo male più che altro, perchè la nuova riformulazione, paradossalmente, ha peggiorato la situazione. Anche al netto della mia personale posizione che è di considerare l’eliminazione della prescrizione una aberrazione giuridica, è evidente che differenziare le posizioni dei condannati e degli assolti in primo grado trasforma una legge già incostituzionale in un testo incostituzionale al quadrato.

Dal vertice era filtrata una condivisione, seppur tiepida, del pacchetto sulla riforma del processo penale. È così?
Per ora si parla di prescrizione e il pacchetto completo è ancora da valutare, anche perchè non c’è ancora nulla di certo se non una bozza. La cosa che mi stupisce, però, è che il progetto di ddl redatto da Bonafede durante il governo gialloverde sembrava aver almeno raggiunto l’obiettivo di coinvolgere in modo positivo avvocati e magistrati. Il testo presentato nei giorni scorsi, invece, scontenta entrambe le categorie. Insomma, mi sembra che gli sforzi del ministro vadano nella direzione sbagliata.

A proposito del governo, votando la legge Costa verrete considerati i soliti guastafeste, per usare un eufemismo…
A me sembra surreale. Lo ripeto: noi difendiamo la posizione che abbiamo sempre avuto anche prima di fondare Italia Viva e che aveva anche il Pd nello scorso governo. I dem votarono in Parlamento contro la norma attualmente in vigore, e noi come allora ci opponiamo al giustizialismo dilagante. Per capirci: la legge Costa ripristina la riforma voluta dal ministro Orlando ed è la Lega che oggi la vota ad essere incoerente, visto che ieri approvava la legge Bonafede e oggi invece vuole abolirla. Esattamente come è incoerente il Pd, che ieri votava contro la legge Bonafede ma oggi è pronto a difenderla contro il ripristino della legge Orlando.

Al netto del merito, non temete l’accusa di far traballare il governo?
Siamo sempre stati accusati da tutti, poi casualmente si è sempre arrivati alle soluzioni che proponevamo noi. Non credo succeda perchè ci vogliono bene, ma perchè le nostre proposte sono le più ragionevoli e succederà anche con la prescrizione. Lo diciamo con chiarezza: serve un punto di caduta della maggioranza che non può essere quello di dire: “Intanto facciamo entrare in vigore lo stop alla prescrizione, poi velocizzeremo i processi”. I fattori devono essere invertiti e lo abbiamo spiegato in tutti i modi ai 5 Stelle.

Quando sarebbero state accolte le vostre proposte?
È successo con la rimodulazione dell’Iva e con l’eliminazione della plastic tax e della sugar tax, per esempio. In questi due ultimi casi ha aiutato anche Stefano Bonaccini, che ha fatto notare come quelle due tasse gli avrebbero dato una spallata in Emilia Romagna.

La tenuta in Emilia ha rinsaldato il governo. Cosa insegna quel voto?
Io vedo tre elementi chiari: la vittoria è tutta di Bonaccini ed è figlia di una campagna elettorale fatta su proposte concrete e sul buon governo territoriale, che non si è fatta rapire dal tentativo di “Salvite” delle iniziative.

Elettoralmente, però, ancora non vi siete pesati. Anche in Emilia avete scelto di non contarvi, confluendo nella lista del candidato presidente.
Siamo una forza nata cinque mesi fa, la scelta di non presentarci alle tornate elettorali più prossime mi sembra molto comprensibile. Ciò non vuol dire, però, che non abbiamo dato una mano quando era possibile. In Calabria non ci siamo schierati perchè l’offerta politica non era soddisfacente, mentre in Emilia abbiamo sostenuto Bonaccini in modo convinto e contribuito in modo notevole. Io per primo la settimana scorsa ero a Reggio Emilia a chiudere la campagna elettorale.

Sabato a Roma vi riunirete nella prima assemblea nazionale. A quando il test elettorale?
Saranno le prossime amministrative: Toscana, Campania e Veneto. Però ci vogliamo prendere il tempo necessario per costruire un’organizzazione all’altezza del progetto che abbiamo. Sabato sarà il momento del nostro rilancio politico, ma anche l’occasione per assestarci anche sul piano dell’organizzazione interna.

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Elezioni regionali: c’è davvero da festeggiare? O C È DA TENERE LA GUARDIA ALTA!

Immagine correlataL’elettorato di sinistra è improvvisamente diventato di gusti semplici, si accontenta di poco. Da estimatore di sapori elettorali raffinati, elucubrazioni su voti disgiunti, pedigree dei candidati e politiche progressiste (rigorosamente d’importazione), si è svegliato come un qualsiasi elettore della becera destra che tanto dice di detestare.

Insomma, è contento che il centro-sinistra abbia vinto in Emilia-Romagna, ossia una regione in cui governa dal 1970 (non da 70 anni, ditelo allo sgrammaticato leader leghista).

La posta in gioco era certamente anche simbolica, persino metapolitica, ma alla fine conta chi ottiene un voto in più per governare due regioni. Il punto politico è dunque che il centro-sinistra ha perso una regione – la Calabria – e rivinto dove era scontato, più facile, che così fosse.

Il ruolo delle Sardine

Il segretario del Pd Zingaretti ha rivolto un “grazie immenso” alle Sardine, ossia a un movimento pre-politico o apolitico, senza arte né parte, una sorta di Movimento 5 stelle 4.0. Il principale partito riformista intende dunque rincorrere quattro giovani, senza riguardo per le idee, le proposte, per il contesto, dando per scontato tra l’altro che il contributo cruciale sia venuto proprio da loro. Forse al Nazareno dovrebbero attrezzarsi meglio con strumenti analitici in grado di leggere, capire e spiegare meglio la società italiana.

Insomma, è difficile proporre argomenti complessi nell’immediato post-voto, si perdono nel mare magnum dei commenti ostinati sebbene inutili e genuflessi al vincitore di turno. Si esaltano letture congestionate da interpretazioni ideologiche e si concentra spesso l’attenzione su aspetti puntali, pure importanti, ma perdendo di vista il quadro generale.

La sfida nelle due regioni

Che l’Emilia-Romagna fosse una regione elettoralmente contendibile era risaputo da almeno 10-15 anni, ma pochi commentatori, quasi nessun politico e un pugno di giornalisti se ne erano accorti consapevolmente. Il resto badava alla giornata. E le analisi scientifiche si perdevano nel vuoto pneumatico. Grazie a Salvini e alla Lega finalmente le cose sono cambiate. L’Emilia-Romagna è una regione “normale” anche nella percezione comune.

La Calabria non esisteva sul piano politico. È un luogo geografico, e lo sanno sia a Roma (dove danno la regione ormai irrecuperabile) sia a Catanzaro (dove i baroni locali negoziano fedeltà ai capi-partito nazionale in cambio di lasciapassare per fare quello che gli pare). Del resto, il centrosinistra ha candidato con imposizione romana un bravo imprenditore che parla di idee vaghe e concetti da bonario parroco di campagna, ma non ci ha detto la sua proposta di società; il centrodestra, come nella migliore tradizione padronale, ha seguito l’imposizione delle mani del capo la cui spada è caduta questa volta sulla spalla di una avvocatessa, le cui qualità di politica e amministratrice sono difficili da decifrare.

La Lega resta forte

E poi il Movimento 5 stelle sempre meno rilevante, sempre più inutile sul piano politico e di governo, socialmente indeboliti e in fase di implosione in quanto organizzazione. Quel nuovismo che tanto piace agli italiani, illusi e molto ignoranti.

I dati dicono che la Lega di Salvini è sempre ben insediata in Emilia-Romagna, molto meno in Calabria dove il nome del capo non basta, ché ci sono già i campioni delle preferenze e quelli leghisti – a parte qualche barone – non conoscono il territorio e le persone (giuste).

Dunque, la Lega è forte, viva e vegeta. L’ex ministro alla falsificazione storica ha ragione da vendere: ha il 32% in Emilia-Romagna, è primo partito in molti comuni, soprattutto quelli medio-piccoli che sono poi la spina dorsale d’Italia. Ha raccolto meno consensi (- 73.000) rispetto alle europee del 2019, ma rimane in crescita rispetto al 2018. Un partito debole? Non mi pare. Semmai una leadership carente. Tra l’altro sarei lieto di sentire i cantori della Lega come partito nazionale cosa hanno da dire (in Calabria è al 5%).

Il giubilante centro-sinistra si è salvato grazie al voto urbano-metropolitano, soprattutto a Bologna, a conferma che le Sardine fuori da Piazza Maggiore sono evanescenti o ininfluenti, ci mancherebbe.

Bonaccini vs Borgonzoni: il ruolo determinante dei candidati

Il dato sulla partecipazione è assolutamente in linea con il passato recente, semmai l’anomalia fu proprio il 2014, per cui nessuna esultanza. Ma è la conferma del civismo della regione, questo sì risalente a 70 anni di Democrazia. Va inoltre considerato il valore del voto di preferenza che incide sulla partecipazione sebbene in misura minore rispetto alla Calabria, e che rende perciò ogni comparazione impropria o quantomeno problematica stante il differenziale di tasso di preferenza.

A determinare il risultato in Emilia-Romagna è stato il ruolo dei due candidati alla presidenza. Bonaccini ha surclassato l’avversaria, anche per l’ingerenza di Salvini, bulimico e narcisista elettorale che rischia di far implodere il partito per troppo “affetto”.

Bonaccini ha raccolto una buona dose di voto “personale” (+ 150.000 voti), molti consensi disgiunti. Il risultato del Pd è positivo nel complesso posto che continua a crescere (+ 44.000 voti) rispetto al 2019 e anche al disastro del 2018, ma è felicemente solo e inadeguato per sconfiggere le destre. Mentre in Calabria il valore aggiunto di Pippo Callipo non è bastato a colmare la distanza dalla forza clientelare e delle reti sociali della Destra, e alla debolezza del Pd che pure è primo partito, con il 15% … e un branco di notabili e incapaci che allontano pure gli elettori più motivati. Su Fratelli d’Italia aggiungo solo che il partito conferma una sua vitalità, ma non centralità nella coalizione, tutto dipende dalla leadership.

Conseguenze nazionali?

Infine, sulle presunte conseguenze nazionali del voto non mi pare ci sia molto da dire. La ri-mobilitazione politica-partitica registrata in queste settimane, sarà profonda e duratura, ossia efficace, solo se continuerà, non solo in Emilia-Romagna, ma in tutto il Paese. Per generare penetrazione sociale (egemonia culturale) c’è bisogno del coinvolgimento delle forze pensanti e non solo di quelle pesanti nell’organizzazione partitica.

Per cui meno ammiccamenti a sardine varie, e più “pesantezza” di contenuti, di riflessioni, di proposte. È il momento dei pensieri stravolgenti, lontani dalla cronaca, dal senso comune, dal buon senso, dal sentire del “popolo”. E poi lanciare un’Opa al centro-destra in casa sua, partendo dal Veneto.

Pertanto, dopo le regionali del 2020 le sorti del governo non sono importanti in sé. Sono importanti il destino dell’unica forza riformista in grado di essere centrale qualora permanesse al governo e di essere alternativa e opposizione in caso di sconfitta, sempre probabile.

Il governo resta in sella. L’obiettivo fissato sulle agende dei tremebondi parlamentari è l’estate 2021. Tra qualche mese si svolgerà il referendum costituzionale (in primavera 2020), poi la pausa estiva, la nuova legge di bilancio e quindi il nuovo anno, il 2021.

A quel punto tutti punteranno a luglio ché poi inizia il semestre bianco presidenziale. In un contesto così c’è anche il rischio che Pd e M5s approvino delle riforme profonde. O che sprofondino in mano al Salvini nazionale.

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La battaglia nel M5s dopo il flop Regionali

Risultati immagini per La battaglia nel M5s dopo il flop RegionaliIl Movimento tenta di ripartire dopo le elezioni, ma è diviso tra chi vuole l’abbraccio con il Pd e chi resta fedele alla “terza via”. La sponda del referendum.

Essere l’ago della bilancia senza diventare un ago nel pagliaio. In questo agrodolce gioco di parole c’è tutta la mission impossible di un Movimento 5 Stelle che esce letteralmente a pezzi dalle Regionali. E il day after del voto già prelude al grande scontro che si avrà da qui agli Stati generali: quello tra chi persegue la linea della “terza via” e chi, soprattutto dopo l’ennesimo flop elettorale, vede oramai come inevitabile l’abbraccio al Pd. Sarà uno scontro tra titani e il rischio è che finisca invischiato anche il premier Giuseppe Conte. Il capo del governo, infatti, oggi torna a delineare la sua strategia “giallo-rosa”, quello di un campo largo contro le destre. È una strategia che Conte, non a caso, infarcisce di temi “cari” al Movimento, come lo sviluppo sostenibile, la svolta green, la digitalizzazione.

PURISTI CONTRO DIALOGANTI

Ma, per ora, dai vertici arriva un netto no. Vito Crimi, il nuovo capo politico del M5s post-Di Maio traccia infatti una linea non dissimile da quella del ministro degli Esteri: il Movimento deve correre da solo, partendo dalle origini, ovvero dal fallimento del bipolarismo. Altri “big”, però, si muovono in direzione opposta. È noto che, da tempo, Beppe Grillo persegue la strategia dell’avvicinamento al Pd. È una strategia che, in molti parlamentari e in qualche ministro, trova dei decisi fautori. E, pur nel suo silenzio, la linea probabilmente non dispiace neppure a Roberto Fico. Dall’altro lato della trincea c’è invece chi vuole un Movimento “terzo” rispetto a sinistra e destra, chi crede, con fermezza, che aderire ad un campo del centro-sinistra significherebbe estinguersi.

LO SPETTRO DELLA SCISSIONE

Lo pensava Di Maio, lo pensa Alessandro Di Battista, lo mettono nero su bianco sui social “big” come Ignazio Corrao, Stefano Buffagni, Laura Castelli. È la posizione delle origini, quella che ideò Gianroberto Casaleggio e che il figlio Davide di certo non disdegna. È tutta qui la battaglia che si consumerà da qui a marzo. Con un’appendice. Dopo l’ennesimo flop il passo dallo scontro interno alla scissione è più breve. Anche perché, ad intaccare le convinzioni di chi pensa ad un M5S ago della bilancia c’è il dato del voto in Emilia Romagna, culla del Movimento ma teatro di un trasferimento massiccio di voti dall’universo pentastellato al Pd. «La linea dell’ago della bilancia è una linea coerente, ma per esserlo bisogna essere forti», spiega una fonte vicinissima ai vertici del Movimento.

IL REFERENDUM SUL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

Un gancio alla difficile risalita è offerto dal referendum sul taglio dei parlamentari. «È un tema prioritario», assicura Crimi. Un tema che, nel mare di divisioni interne, potrebbe rivedere il Movimento unito. E forse non è un caso che nei vertici pentastellati si stia pensando ad uno slittamento degli Stati generali. Dal 15 marzo, data annunciata nei giorni scorsi da Di Maio, al 29 marzo, data del referendum sul taglio agli eletti. È su questo tema che Crimi potrebbe chiedere quel rilancio all’unità a cui il capo politico fa appello nelle primissime ore del post-Regionali. Non sarà facile. Il Movimento in queste ore è un mix di facce scure e mutismi congegnati ad hoc.

ANCORA SILENZIO DAI VERTICI

In rigoroso silenzio sta Di Maio, l’uomo che sul flop alle Regionali non ha voluto metterci la faccia con una motivazione ben chiara: lui era contrario alla discesa in campo. Non parla Grillo, non parla Casaleggio, non parla il “Dibba” dall’Iran. Anche Fico evita di esporsi. Parlano, eccome, quei parlamentari che già nelle scorse settimane chiedevano una svolta nella struttura e nella direzione politico del Movimento: da Paolo Lattanzio a Giorgio Trizzino. Parlamentari che, in fondo, si ritrovano nella mozione di Emanuele Dessì, che guarda a un Movimento “riformista”. Parla chi come Buffagni ammette con nettezza che, da quando è andato al governo, il «il M5s ha sbagliato a rincorrere gli altri». E, sullo sfondo, resta il tema della leadership. Il nome verrà solo dopo la linea che il M5S vorrà adottare. L’idea di un volto femminile piace e non sono apparse inosservate le nette parole di Chiara Appendino («Il M5s deve ritrovare fiducia in sé»). Ma ogni ipotesi deve fare i conti con Di Maio. L’ex leader non ha alcuna intenzione di farsi da parte e già domani alla congiunta notturna, la sua presenza non sarà certo marginale.

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Piange il citofono.

Risultati immagini per Piange il citofono.“Piange il citofono…”. Enrico Mentana e Marco Damilano scherzano in diretta.I due giornalisti scherzano in diretta, seguendo i risultati delle Regionali in Emilia-Romagna e Calabria. 

“Piange il citofono…”. Enrico Mentana e Marco Damilano scherzano in diretta, seguendo i risultati delle Regionali in Emilia-Romagna e Calabria.  “Queste elezioni sono state caricate da tutti di un fortissimo significato, un fortissimo peso – dice il direttore del ‘Tg La7’ – e, quando si comincia a vedere il risultato, si creano aspettative e timori forti. Se, e sottolineo ‘se’, come dice la canzone…” afferma, riferendosi a exit poll e proiezioni. Ma, aggiunge Mentana, rispondendo a Damilano e riferendosi al segretario della Lega, Matteo Salvini, “c’è un’altra canzone: io temo per lui che debba fare ‘piange il citofono'”.

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Emiliani e calabresi uniti alle urne: basta Cinque Stelle

Risultati immagini per basta Cinque StelleIl voto alle regionali conferma il cedimento strutturale del movimento grillino di Davide Casaleggio, il quale proverà a rilanciarlo. Ma, intanto, questa è una buona notizia per la Repubblica

Ci sarà tempo per analizzare la vittoria di Stefano Bonaccini in Emilia-Romagna e di Jole Santelli in Calabria, l’apporto delle sardine e la tenuta del Partito democratico, ma soprattutto la sconfitta di Matteo Salvini sul referendum autoconvocato contro se stesso.

Ma questa piccola e significativa tornata elettorale ci ha regalato una certezza, una magnifica certezza, già fin dal momento delle prime proiezioni: il cedimento strutturale dei Cinque Stelle, accreditati in entrambe le regioni di percentuali irrisorie di voti.

L’Emilia non è una luogo qualsiasi per il movimento di Casaleggio: al contrario, è il paziente zero del grillismo. A Bologna si è tenuto il primo vaffaday, in regione sono stati eletti i primi portavoce del movimento, e anche il primo sindaco. Qui ci sono stati anche i primi dissidenti e le successive prime purghe. Ora il candidato presidente dei Cinque Stelle ha conquistato intorno al quattro per cento degli elettori votanti, secondo i dati non ancora definitivi, ed era sconosciuto perfino a Danilo Toninelli.

 

In Calabria la storia è diversa. Il sud è il terreno di coltura dei Cinque Stelle, la platea del reddito di cittadinanza e della rabbia e del risentimento nei confronti di chi ce l’ha fatta. Eppure il candidato grillino, sempre secondo i dati non definitivi, si è fermato intorno al sette per cento, una ventina di punti in meno rispetto a due anni fa.

Luigi Di Maio si è dimesso da capo politico, anzi si è dimesso a metà, lasciando la reggenza a Vito Crimi, senza che il potere nel Movimento sia mai passato di mano, perché era, è, e sarà sempre di Davide Casaleggio, il quale dispone e provvede ed è pronto a ridare legittimità a Di Maio o a qualcun altro attraverso un finto processo democratico gestito da un software proprietario.

Due anni fa, i grillini erano al 32 per cento in Italia, con punte decisamente più alte al sud, alla guida di Roma e di Torino e di altre città meridionali dove alle prossime elezioni ripeteranno le percentuali calabresi se non emiliane. È una bella giornata per la democrazia e per la Repubblica italiana.

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