Ci avete fatto caso che basta che Renzi guardi, che so, un ombrello, magari solo per curiosità, e tutta la banda della politica politicante corre a procurarsi un ombrello?

Emilia, sondaggio del Pd: per la prima volta tutto il ...DAL NAZZARENO AL NAZZA…MENO?

Ci avete fatto caso che basta che Renzi guardi, che so, un ombrello, magari solo per curiosità, e tutta la banda della politica politicante corre a procurarsi un ombrello? Non sanno a cosa gli possa servire, ma sanno che se un ombrello fa parte di una idea di Renzi sicuramente sarà utile a loro possederne uno, per poter dire, prima, che l’ombrello non serve, poi, che comunque il loro ombrello è più bello e più grande. Vanno avanti così da un anno.

Con Berlusconi D’Alema ci mangiò la crostata, Bersani ci ha fatto un governo insieme, adesso Prodi, la vestale dell’Ulivo, Epifani, in avanscoperta dalla sinistra dura e pura e perfino De Benedetti, al quale il cavaliere “sfilò” malamente la Mondadori, corteggiano Berlusconi. Si è ricompattata la gang del No al referendum costituzionale del 2016, quelli dell’antiberlusconismo giudiziario, che ha fatto trionfare il cavaliere per quasi venti anni. Quelli ai quali piaceva quel modello di alternanza di facciata che garantiva continuità a tutti loro che, comunque collocati in maggioranza o minoranza, mantenevano sempre una parte in commedia e la presenza quotidiana in TV. Solo quello contava.

Oggi, a “sinistra”, nessuno grida allo scandalo come fù per il fantomatico patto del Nazareno, che era solo la ricerca di un accordo alla luce del sole per una nuova legge elettorale, come richiesto dal Presidente della Repubblica all’atto del varo del governo Renzi. L’invito fu rivolto a tutti, rispose solo Berlusconi. Gli altri preparavano la forca al loro stesso governo favorendo, così, la vittoria di sovranisti e populisti.

Nelle condizioni di oggi, con la crisi economica che incombe, l’idea di spaccare la destra e sfilarle Berlusconi va considerata. Il punto è che da quella combriccola di incapaci ci si possono aspettare solo pasticci ad alto costo politico. La sudditanza psicopolitica di certa gente verso Renzi è patetica e allappa come un cachi acerbo. Ma soprattutto gli esiti che procurano sono deludenti, come il sapore del surrogato di cioccolato che distribuiva la Poa negli anni ’50 ai poveri. Dal Nazzareno al Nazza…meno.

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Abbiamo un’autostrada! E L’amarezza ironica di Luciano Benetton: “Fin dal primo istante volevano l’esproprio”

DiE L’amarezza di Luciano Benetton: “Fin dal primo istante volevano l’esproprio”

“Mai mi sarei aspettato certi termini e certi toni pubblici dal premier Conte e da alcuni suoi ministri””Non mi sorprendono gli interessati attacchi politici di persone senza qualità. Mi indigna la sistematica opera di demonizzazione del nome della nostra famiglia, promossa dai vertici dello Stato. Mai mi sarei aspettato certi termini e certi toni pubblici dal premier Conte e da alcuni suoi ministri”. Al termine della lunga notte dell’accordo su Autostrade, vissuto “come il tentativo di un esproprio fin dal primo istante”, Luciano Benetton si sfoga.

Abbiamo un’autostrada!

Intanto non è proprio così vero. Poi pensate all’opinione che abbiamo di quello che è pubblico, dai trasporti alla scuola. L’enfasi del Governo diventa accanimento contro gli interessi privati, pilastro su cui si regge la società.

Allora, abbiamo un’autostrada? È proprio così, lo dicono tutti. Roba nostra. Lo dice il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli: torna agli italiani ciò che era sempre stato loro. Lo Stato sarà il primo azionista di Autostrade, ha detto Luigi Di Maio. L’enfatico fra gli enfatici (che sarebbe questo Paese senza l’enfasi, si chiedeva settimane fa un saggio utente di Twitter) è l’avvocato del popolo, Giuseppe Conte: hanno vinto i cittadini, avremo tariffe più eque e trasparenti, più efficienza, più controlli, più sicurezza.

Ora qui il nostro compiacimento di titolari di un’autostrada si incrina leggermente. Non è proprio una regola aurea che quanto è statale, cioè nostro, sia automaticamente più equo, trasparente, efficiente eccetera. In genere, al contrario, pensiamo di avere la scuola pubblica peggiore d’Europa, i trasporti pubblici peggiori del mondo e l’amministrazione pubblica peggiore della Via Lattea. E tuttavia, fiduciosi, stavolta avremo Autostrade pubbliche che in confronto quelle bavaresi saranno derubricabili a carrugi.

Poi, senza voler rovinare la festa a nessuno, c’è qualche altro dubbio, qui e là. Uno l’ha sollevato in un’intervista su HuffPost l’ex ministro Giovanni Tria: può essere che qualche investitore straniero cominci a nutrire qualche ritrosia nel portare aziende e lavoro in Italia, dove un Governo, con la complessità filosofica e i modi parigini di un Tex Willer, e noncurante delle ripercussioni di Borsa, si butta alla rissa con l’azionariato di un’azienda quotata, con partecipazioni da tutto il mondo (toh, la globalizzazione) e migliaia di dipendenti.

Stamane, nella fregola del vincitore, l’avvocato del popolo brindava alla vittoria su “un grumo di interessi privati”. Probabilmente piacerà molto l’idea del braccio nerboruto della comunità che schiaccia l’avido privato, questo eterno Scrooge, il padrone sfruttatore e così via. Ma tocca segnalare all’esuberante avvocato del popolo che questo Paese, e questo Continente, e l’Occidente interno, e ormai tutto il pianeta si reggono sull’iniziativa privata, sulla produzione di beni, la creazione di posti di lavoro, tutto quanto sfocia in tasse con le quali il privato finanzia il pubblico. Naturalmente sono sofisticherie dette sottovoce, e sovrastate dallo scoppio e dalle luci dei fuochi d’artificio.

(Perdonate l’intermezzo, ma ci eravamo dimenticati la premessa e oggi senza premesse non si va da nessuna parte: per quanto ci riguarda, i Benetton possono tornare a tessere maglioncini verde pisello, ma non è il sistema con cui un Governo non venezuelano – altra citazione di Tria – risolve le questioni con l’impresa privata, soprattutto in assenza di accertamenti di colpevolezza).

Non si insisterà sul giubileo europeo alla notizia dello Stato che si compra le Autostrade mentre chiede quattrini per affrontare il disastro dei conti, di molto peggiorato da Covid. Qui è più interessante porci di nuovo la domanda: allora, abbiamo un’autostrada?

Da quello che s’è capito, Cassa depositi e prestiti si prenderà (a tre miliardi, perlomeno, secondo le prime valutazioni) il 33 per cento di Autostrade. I tre miliardi verranno dai depositi postali, cioè denaro risparmiato da alcuni italiani. Si tratta di soldi pubblici, ma non di soldi dello Stato. Ne verrà fuori una public company (non un’azienda pubblica), cioè ad azionariato diffuso con Cdp come socio di maggioranza. Cdp è controllata all’83% dal Tesoro, ma non basta per sostenere che Autostrade diventerà pubblica. Diciamo così: se la sono comprata gli italiani (un certo numero), ma non è degli italiani. Meraviglioso, vero?

Allora, abbiamo un’autostrada? No.

Chiediamo scusa per l’irriverenza. Che la festa continui.

 

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Quale politica per il PD?

Sito Ufficiale del Partito Democratico, Centro-Sinistra ItalianoPer chi guarda all’Europa il PD deve essere il perno di un’alleanza per il Governo. Allo stato, auspice Franceschini, è in atto il tentativo di “romanizzare i barbari”, leggi 5S. Ma questa non è l’unica possibilità, sempre che il PD voglia e possa.

Cerco di rispondere alla domanda che Alessandro Maran ci ha posto sul Foglio: “c’è un modo diverso dall’alleanza del Pd con il M5S per ancorare l’Italia all’Europa e tenere la barra dritta sulla rotta atlantica?”. Domanda che fa seguito a un’altra implicita: “Come si fa a mantenere credibilmente l’Italia nella UE alleandosi a un partito come il M5S, nel quale l’euroscetticismo costituisce ancora un tratto dominante?”.

La risposta a entrambe le domande potrebbe essere: “Sì, un modo diverso ci sarebbe: occorrerebbe che il Pd avesse la lucidità e la coerenza necessarie per denunciare al Paese i costi immediati e i rischi gravi della linea attuale del Governo nei confronti dell’UE, euroscettica nei toni e nella sostanza, nonostante l’abbandono degli slogan salviniani; e per affermare con forza la necessità di fare, al contrario, dell’Italia una protagonista del rilancio e dell’accelerazione del processo di integrazione europea. Che quindi il Pd avesse il coraggio di presentarsi subito al Paese, e domani alle elezioni politiche, come il punto di riferimento principale di uno schieramento incisivamente europeista”.

Il primo corollario di una scelta come questa sarebbe che il M5S ne verrebbe sfidato a sciogliere le proprie gravissime ambiguità sulla questione fondamentale.  Secondo corollario non meno importante: il porre esplicitamente e con forza al centro della politica nazionale la partecipazione del Paese al processo di integrazione europea costringerebbe Forza Italia a prendere nettamente le distanze dai suoi attuali ingombranti e imbarazzanti alleati, i quali del sovranismo fanno invece la loro bandiera. Terzo corollario: diventerebbe possibile una sorta di federazione tra il Pd e i tre partiti minori liberal-democratici – Italia Viva, +Europa e Azione –, che diventerebbe il primo polo della politica nazionale, quanto meno sul piano qualitativo.

Ma si può chiedere questo a un Pd che oggi non sembra in grado di esprimere una linea propria neppure in tema di scuoladi politica industrialedi politica del lavoro e di efficientamento delle amministrazioni pubbliche?

Tra i molti effetti sconvolgenti della pandemia va annoverato l’approfondirsi del solco che divide l’Italia non garantita dall’Italia cui tutto è comunque dovuto. La prima è quella del tessuto produttivo privato, dove i lavoratori vengono sospesi dal lavoro perdendo parte della retribuzione e rischiano di perdere anche il posto; quella che dopo il lockdown si arrabatta per riaprire tra mille difficoltà e rischi. La seconda è quella del settore pubblico e para-pubblico, dove gli stipendi corrono qualsiasi cosa accada, senza neppure una increspatura, e dove vige il dogma dell’intangibilità del posto. A parte lo smart work – benedetto esso sia, dovunque abbia potuto essere effettivamente svolto – la prima Italia si è rimessa in moto all’inizio di maggio, sia pur faticosamente; la seconda ha incominciato a parlarne soltanto due mesi dopo, per concludere che è meglio riparlarne ad autunno e magari anche dopo. Nel frattempo i ritardi della burocrazia, della macchina tributaria e dell’amministrazione giudiziaria aumentano vertiginosamente, rendendo ancor più difficile la già difficilissima ripresa economica.

Ora, un partito che ambisce a essere il primo difensore della democrazia e della giustizia sociale, oltre che un promotore dello sviluppo economico del Paese, dovrebbe evidentemente affrontare questo problema e proporsi di indicare le vie per colmare il solco, ricucire la gravissima lacerazione. Invece che fa il Pd? Tace; e, se è proprio costretto a parlare, nega il problema con frasi gesuitiche del tipo: “Non si devono criminalizzare i dipendenti pubblici” (ma chi mai li vuole criminalizzare?). Oppure: “I medici, gli infermieri e i poliziotti sono sempre stati in prima linea” (e chi mai lo ha negato?). Non si rende conto, il Pd, che così facendo si trasforma – agli occhi della prima Italia – nel “partito dei dipendenti pubblici”, pur non riuscendo neppure a esserlo fino in fondo. Ed eludendo il problema finisce con lo spalancare, sul versante dei non garantiti, praterie sconfinate alla destra.

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Lo stato d’emergenza è per sempre

Lo stato d’emergenza è per sempre. SI! (MENTALE DI GENTE COME QUESTE)

E CÈ! L’insistenza con cui il PD vuole ripetere nelle elezioni regionali l’alleanza PD-5S ha qualcosa di diabolico e di autodistruttivo. Costruire le alleanze a tavolino, da Roma, è una pura operazione di potere “romano”, oltretutto mal sopportata dalle 5S.

La stragrande maggioranza degli italiani (anche quelli che non l’hanno votato) erano convinti che il PD al governo avrebbe portato saggezza e capacità e messo un freno alle stupidaggini di quella compagnia di smandrappati, senza arte né parte, delle 5S. Come tanti altri, mi sono sbagliato.

E non è tanto per le dichiarazioni di uno che se ne sta in Thailandia o di governisti, attaccati al potere con la colla: si può anche capire che per giustificare la partecipazione ad un governo di “mal trà insema”, di male assortiti, si presenti Conte come il “leader dei progressisti” e l’alleanza con le 5S, strategica per il futuro dell’Italia. Si sperava che tali affermazioni fossero solo un modo per darsi un tono, per fingere che il governo non fosse solo per impedire i “pieni poteri” di Salvini e quindi per dare una spolverata progettuale e programmatica alla partecipazione al governo.

Ma l’insistenza con cui il PD vuole ripetere nelle elezioni regionali l’alleanza PD-5S ha qualcosa di diabolico e di autodistruttivo. Costruire a tavolino, da Roma, delle alleanze che non sono maturate localmente è una pura operazione di potere “romano”, oltretutto mal sopportata dalle 5S. La lezione dell’Emilia Romagna non è servita. Per di più, la riproduzione, pari pari, dell’alleanza di governo nelle elezioni regionali e amministrative prossime,  favorisce la “politicizzazione” con la conseguenza che il voto rischia di diventare un referendum pro e contro il governo. Una follia politica.

A cui si accompagnano le mosse del Conte, altra figura, comparsa per caso e che, per una serie di malefiche combinazioni, ha preso gusto a stare a Palazzo Chigi e che cerca di prendere tempo, di rinviare sine die il confronto politico e la resa dei conti. E allora si inventa la “proroga” dello “stato di emergenza” che, detta così, già fa sorgere dubbi: non esiste una “proroga”, o esiste o non esiste una situazione di emergenza e se c’è, si va in Parlamento a dirlo e non lo si dice ai giornalisti, prima che al Capo dello Stato e alle Camere. Viene anche da chiedersi: ma ci sono previsioni drammatiche per l’autunno, che non ci dicono? Sulla base dell’esperienza dei mesi scorsi, governo e Regioni hanno predisposto dei piani per l’autunno, per una eventuale ripresa del virus?

Pare che queste preoccupazioni non sfiorino neanche Zingaretti, alle prese con la sua Giunta nella Regione Lazio, che quindi se ne esce con una sorprendente dichiarazione: “sosteniamo qualsiasi scelta del governo utile a contenere la pandemia”.  Come se la “proroga” dello stato di emergenza, fosse la risoluzione dei problemi della pandemia.

Forse dovrebbe leggersi  Sabino Cassese, che  sul “Corriere della Sera” scrive: “Da ultimo, la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza è inopportuna perché il diritto eccezionale non può diventare la regola. Proprio per questo sia la legge che lo prevede, sia la costante giurisprudenza della Corte costituzionale hanno insistito sulla necessaria brevità degli strumenti derogatori, perché non è fisiologico governare con mezzi eccezionali. Questi possono produrre conseguenze negative non solo per la società e per l’economia, creando tensioni nella prima e bloccando la seconda, ma anche per l’equilibrio dei poteri, mettendo tra le quinte (ancor più di quanto non accada già oggi) il Parlamento e oscurando il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, al cui controllo sono sottratti gli atti dettati dall’emergenza. Non dimentichiamo che Viktor Orbán cominciò la sua carriera politica su posizioni liberali.”

È bene ricordare che in questi mesi ci sono stati oltre 300 atti monocratici, che Conte è andato poche volte in Parlamento ma ben diciannove volte in diretta televisiva. E che il virus si è combattuto con una cura vecchia di quattrocento anni: il distanziamento fisico. A quello sociale ha provveduto Conte e il suo governo con decine e decine di bonus.

Se fosse per Conte, Casalino, e per le 5S, lo stato d’emergenza andrebbe prorogato almeno fino al 2023, così l’Europa ci regala i soldi per distribuirli a tutti: un bonus non si nega a nessuno.

“La colpa, caro Bruto, non sta nelle nostre stelle, ma in noi stessi” “Buona notte e buona fortuna”

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Stanno allevando un mostro

Che abbiamo fatto di male per meritarci il Guardasigilli Bonafede ...Tutti contenti per l’accordo su Autostrade, anche i Benetton che vedono Atlantia apprezzarsi in Borsa del 24%. Peccato che la soluzione trovata alimenti il mostro del populismo che finirà per distruggere quel poco che resta della nostra liberal-democrazia.

L’Italia forse senza accorgersene sta scivolando verso una delle peggiori forme di peronismo che si siano mai viste. E le forze politiche, chi più, chi meno, ma sostanzialmente tutte, stanno facendo crescere un mostro che, se non viene fermato in tempo, divorerà, annullandola, la nostra società civile basata sul rispetto della legge e dei diritti individuali.

Tutto è iniziato nel 2018 con l’exploit grillino. Una gran parte di italiani, esasperati, anche con ragione, dalle inefficienze e dalla inconcludenza del nostro sistema politico ha “abboccato” al “tutto e subito” promesso dai pentastellati.

Da allora è stato tutto un crescendo che si è addirittura rafforzato con il passaggio dal Conte I al Conte II. Il culmine, almeno per ora, si è raggiunto con la vicenda Autostrade. I fatti sono noti. Subito dopo il crollo del Ponte Morandi i 5Stelle sono partiti lancia in resta non contro ASPI, o la controllante Atlantia, ma contro i Benetton principali azionisti di Atlantia. La tesi sostenuta da Di Maio e dal mitico Toninelli era che la concessione andava revocata subito in nome della giustizia popolare, anche se la revoca, fatta prima dell’accertamento giudiziario delle responsabilità, avrebbe comportato il rischio di una penale dell’ordine di oltre 20 miliardi.

Il mantra è andato avanti per quasi due anni. Nel frattempo il ponte è stato ricostruito e siamo arrivati ad oggi, alla vigilia della riconsegna del nuovo manufatto alla società Autostrade sempre controllata da Atlantia e i cui azionisti di maggioranza sono sempre i Benetton.

Non potendo reggere il contraccolpo della promessa, e mancata, revoca, i grillini hanno imposto al Governo l’accelerazione di una soluzione che, prima della riconsegna del ponte,  andasse comunque sempre nella direzione di “punire” i Benetton. Conte ha sposato in toto l’impostazione grillina tanto da dichiarare al Fatto Quotidiano che “i Benetton non hanno ancora capito che questo governo non accetterà di sacrificare il bene pubblico sull’altare dei loro interessi privati”.

Inutile dire che logica e diritto avrebbero voluto che sul banco degli accusati fossero messe le società Autostrade e la controllante Atlantia, che si accertassero fino in fondo, per via giudiziaria, le loro indubbie responsabilità e che solo allora si facesse decadere la concessione come conseguenza del giudizio espresso dal tribunale. Un procedimento troppo lungo però per la demagogia e il populismo che nel frattempo i grillini e i loro proni alleati avevano diffuso a piene mani.

Così, abbandonata la strada della revoca per gli alti costi della stessa si è arrivati alla soluzione che vedrà il passaggio del controllo di Autostrade da Atlantia alla Cassa Depositi e Prestiti, senza, per altro, conoscere il prezzo dell’operazione.

In pratica attraverso la Cassa Depositi e Prestiti stiamo assistendo di fatto alla statalizzazione delle autostrade italiane a alla nascita della nuova IRI, con Autostrade, l’Ilva e Alitalia.

Il ritorno allo stato-imprenditore, con le sue inefficienze, il suo clientelismo, il suo poltronificio e il suo prescindere dal mercato, è la prima, grande anomalia di questa vicenda. La seconda è il comportamento del governo che affermando di voler “punire” l’azionista di riferimento di una società quotata ha provocato forti oscillazioni del mercato. Le azioni di Atlantia sono scese del 15% quando si parlava della revoca e sono salite del 24% quando si è diffusa la notizia dell’accordo che era stato trovato. Una “punizione” che evidentemente la Borsa non ha giudicato tale e che, per la forte oscillazione del titolo, avrebbe meritato un’indagine della Consob che non si è fatta e non si farà.

Da considerare poi, come ha sottolineato l’ex Ministro Tria, che comportamenti del genere fanno scappare gli investitori esteri e ci avvicinano al Venezuela di Maduro più che ad una democrazia occidentale sviluppata.

Ma la terza anomalia è, se possibile, ancora più grave. Procedere ad estromettere in questo modo l’azionista di una società significa assoggettare le leggi al volere momentaneo degli uomini, cosa che è l’esatto contrario del principio, cardine di ogni liberal democrazia, che sono gli uomini ad essere assoggettati alle leggi.

Chi accetta questi comportamenti, non importa se per ignoranza, interesse, opportunismo o ignavia, contribuisce a far crescere nella società il mostro del populismo. Una volta che questo avrà fatto presa sulla maggioranza della popolazione procederà a distruggere tutti i fondamenti di una civile connivenza.

A quel punto sarà troppo tardi e il Paese, vittima della demagogia, pagherà un prezzo altissimo sotto tutti i punti vista. E il prezzo più alto lo pagheranno le parti più deboli della popolazione, proprio quelle che al primo apparire del fenomeno avevano creduto e sperato nel suo messaggio salvifico.

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BENETTON DELENDA EST .I voti grillini sono in caduta libera, ma Di Maio continua a spadroneggiare.

Uomini & BusinessNel dramma “I giacobini” di Federico Zardi c’è un passo che mi è venuto in mente riflettendo sull’attualità politica di questi giorni. A un certo punto Saint-Just sostiene che il re va decapitato. Gli chiedono se abbia un elenco delle malefatte del re, tale da giustificare una misura così estrema.

La risposta di Saint-Just è semplicissima e estrema: no, va giustiziato perché è il re, se vogliamo che la rivoluzione vada avanti.

Ma c’è anche il ricordo di Catone, il quale agitando nel senato romano dei fichi freschi, ripete ossessivamente “Carthago delenda est”: troppo vicina e troppo forte.

Ecco, se Di Maio e i suoi amici fossero andati a scuola o avessero almeno ascoltato la radio invece di strafogarsi di pizze, si renderebbero conto che il loro atteggiamento verso i Benetton è identico: vanno sterminati perché sono i Benetton.

Non importa che abbiano costruito dal nulla un impero che oggi da lavoro a oltre 7500 persone. Come non importa che le loro insegne siano presenti in 120 paesi, un vero trionfo del made in Italy.

Non importa nulla. Il ponte Morandi è caduto, delle persone sono morte, e qualcuno deve pagare. I Benetton. L’autorità giudiziaria non ha ancora accertato alcuna responsabilità. Ma per Di Maio devono comunque pagare, si alzi subito la forca.

Non voglio menar gramo e sono uomo pacifico. Ma alla fine Saint-Just fu ghigliottinato. Di Maio, data la civiltà dei tempi, è probabile che se la cavi con due sberle. I voti li sta già perdendo.

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Non ci sarà revoca né decadenza della concessione ad Autostrade per l’Italia. Restano però dei nodi da sciogliere dopo l’accordo tra Governo e azienda

L'Unione lavora a un Telepass autostradale europeo - EunewsAUTOSTRADE/ Prezzo e controllo, i nodi irrisolti dopo l’accordo Governo-Aspi.

Partiamo da quel (poco) che sappiamo: non c’è revoca, né decadenza della concessione. Autostrade per l’Italia continuerà a essere il concessionario di gran parte della rete stradale, ma l’azionista di controllo, Atlantia (i “Benetton” nella vulgata populista e giustizialista), dovrà uscire dalla società o rimanervi con un ruolo assolutamente marginale.

Questa è una buona notizia per diversi motivi: perché manteniamo attiva una struttura produttiva che ha dimostrato evidenti limiti, ma anche, nonostante questi limiti, ha dimostrato di saper gestire le strade meglio della società pubblica, l’Anas; perché lo Stato (e quindi tutti noi) non si infila in una guerra giudiziaria dai costi altissimi e dagli esiti molto incerti; perché lo Stato non entra in diretto conflitto con fondamentali investitori internazionali, tedeschi e  cinesi, il cui peso è determinante su molte partite internazionali in cui l’Italia è implicata; soprattutto perché evitiamo il fallimento di una società che, per fare gli investimenti, ha acceso prestiti presso molte istituzioni finanziarie e raccolto il risparmio di molte famiglie tramite obbligazioni.

La revoca, tanto reclamata dal M5S, avrebbe comportato inevitabilmente il fallimento della società e quindi l’impossibilità di rimborsare i prestiti ricevuti: un danno enorme ai risparmiatori e una patente di assoluta inaffidabilità per qualunque impresa operi in Italia, in particolar modo se in regime di concessione statale. Nel momento in cui dobbiamo rilanciare gli investimenti per risollevarci dalla crisi, sarebbe stato il suicidio perfetto.

Veniamo a quanto sappiamo della procedura ipotizzata: ci sarà un aumento di capitale dedicato che permetterà a Cassa depositi e prestiti di entrare nel capitale di Aspi; altri soci, graditi a Cdp (e graditi anche alla maggioranza di governo) potranno comprare quote da Atlantia, in modo che la quota dei Benetton si riduca dall’88% a una di minoranza. Poi si provvederà a quotare in borsa Aspi, aprendo la possibilità di un azionariato diffuso e riducendo ancor più la quota dei Benetton.

Quello che non sappiamo è quanto saranno pagate le azioni e quindi quanto Atlantia ricaverà dalla vendita delle azioni ai nuovi soci “graditi”: sappiamo però che la presenza nel capitale di Aspi di due investitori internazionali di primo piano (il colosso assicurativo tedesco Allianz e il fondo governativo cinese Silk Road Fund) non permetteranno di svalutare le azioni oltre un certo limite.

Soprattutto non sappiamo chi sarà il futuro azionista di controllo: se lo Stato, per tramite di Cdp o un socio privato “gradito” (si fa il nome del fondo di investimenti F2i). L’intera procedura richiederà tempo e siamo certi che, nei prossimi mesi, avremo problemi molto più gravi e pressanti che non andare a informarci di quanto le singole cessioni saranno state pagate.

Possiamo ora accennare a qualche conclusione, ovviamente provvisoria. La prima è sulla necessità di rafforzare i sistemi di corporate governance, perché tutta la vicenda ha mostrato quanto sia pericoloso accentrare in una sola persona troppo potere: il richiamo sempre più forte, anche nei santuari del capitalismo, a criteri di Environmental and Social Government responsibility (responsabilità ambientale e sociale – Esg) delle imprese deve cessare di essere materia di pubbliche relazioni patinate e diventare effettivo strumento di governance.

La seconda: la forsennata competizione elettorale che assorbe tutte le energie della nostra classe politica, assecondata dalla forsennata corsa all’audience dei nostri giornalisti e opinionisti, porta a semplificare questioni complesse per poter formulare soluzioni facilmente comunicabili e trasformabili in simboli identitari. Il “Ponte di Messina”, la “Tav”, i “Benetton” sono simboli di “battaglie” nelle quali molti possono identificarsi, dando soddisfazione a un’indistinta aspettativa di rivalsa contro i molti fantasmi colpevoli di rendere infelice la loro vita.

La terza (e me ne assumo personalmente la responsabilità) è che Conte è riuscito a scontentare tutti e quindi è stato un bravo mediatore. Wang Yanzhi, presidente del fondo cinese Silk Road Fund, intervenendo il 22 marzo dell’anno scorso nell’ambito del forum Italia Cina, ebbe a ricordare i due investimenti del Fondo in Italia (Aspi e Pirelli) e, dopo aver espresso soddisfazione per la “stabile collaborazione”, aggiunse quanto sia importante per un investitore internazionale “che un Paese come l’Italia mantenga stabilità nelle leggi e nei contratti”, attesa certo condivisa da molti: teniamolo presente per il prosieguo.

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Atlantia ieri ha chiuso in Borsa con un rialzo del 26,6%. Il mercato ha capito che l’accordo non è una vittoria del Governo come dice Conte

C'è un nuovo Telepass europeo che vale anche in Francia, Spagna e ...ATLANTIA +26% IN BORSA/ Il mercato celebra i Benetton e smonta la narrazione di Conte.

Ieri Atlantia ha chiuso la giornata in Borsa con un rialzo del 26%. Una performance che non sembra coerente con una “vittoria del Governo“. La ragione della performance è più o meno questa: il Governo non revoca la concessione e Atlantia accetta la proposta che sembra ricalcare le bozze di accordo che la stessa società aveva comunicato negli ultimi mesi. L’accordo con cui Atlantia accetta di scendere nel capitale ha un’enorme incognita: il prezzo. Il mercato, nella sua rozza semplicità, ha fatto questo ragionamento: se Atlantia ha accettato la proposta significa che c’è un accordo di massima sul prezzo e che questo va bene ad Atlantia. A questo punto si possono fare alcune valutazioni.

Atlantia scambia la partecipazione nella principale concessionaria di un Paese in grande difficoltà finanziaria ed economica con soldi veri che sarà libera di giocarsi sui tavoli dei mercati internazionali in una fase in cui si potrebbero aprire occasioni di acquisto a prezzo di saldo. Atlantia si libera di una partecipazione carica di tante incognite legali perché il ponte di Genova è caduto veramente e quanto emerso dalle indagini, e dalle intercettazioni, consegna uno spaccato problematico. Infine, Atlantia, via Aspi, abbandona la gestione di una rete che forse, o probabilmente, ha bisogno di molti investimenti per essere ammodernata e resa adeguata a esigenze di traffico che non sono certo quelle di 30 anni fa.

In quest’ottica anche un prezzo inferiore a quello pattuito nel 2017 per la cessione di una quota del 12% può essere un affarone. Il prezzo del 2017 non include né gli effetti del coronavirus sull’economia, né le cause relative al crollo del ponte, né un Paese che si avvita su un calo della produzione industriale senza precedenti, né una rete che forse ha bisogno molto di più di un programma di manutenzione ordinaria. Se il prezzo è giusto, magari anche un po’ sacrificato, per Atlantia significa uscire da una situazione spinosissima incassando 20 anni di concessione “sbilanciata” prima che arrivi il redde rationem su rete e rendimenti in una fase economica molto pericolosa.

Ieri Radiocor faceva un’ipotesi di un aumento di capitale basato su una valutazione di Aspi di 8 miliardi di euro (3,9 miliardi di aumento per una quota del 33%): 8 miliardi rispetto ai 14,8 miliardi fissati nelle cessioni del 2017 prima del crollo del ponte, prima delle indagini e delle intercettazioni, prima della peggiore crisi degli ultimi decenni. Atlantia prenderebbe più del 60% (visto che hanno già venduto il 12%) del prezzo più pieno che c’era liberandosi di tutti i problemi legali, di investimento e di manutenzione. In questo schema Atlantia potrebbe incassare circa 5 miliardi di euro e liberarsi per sempre di qualsiasi problema. Questa sarebbe la conclusione del Governo che “spezza le reni” ai Benetton.

Il primo ministro Conte ieri “twittava” il proprio compiacimento perché “è stata scritta una pagina inedita della nostra storia. L’interesse pubblico ha avuto il sopravvento rispetto a un grumo ben consolidato di interessi privati.” Questa frase non può essere indipendente dal dettaglio sul “prezzo” e da quello sullo stato di manutenzione della rete. Se il prezzo fosse “giusto” sarebbe l’esatto contrario: il pubblico liquidirebbe il privato a un prezzo interessante, gli toglierebbe le castagne dal fuoco derivanti dalla presenza in un Paese in cui fare impresa e investimenti è complicato e si accollerebbe gli eventuali extrainvestimenti che si potrebbero rendere necessari nei prossimi anni. Dopo quello che si è visto negli ultimi due anni, il mercato probabilmente non vorrebbe toccare neanche per sbaglio le concessioni italiane. C’è un solo compratore.

Ieri il titolo ha chiuso vicino ai massimi da quando è iniziata l’emergenza Covid. E molto al di sopra del prezzo di chiusura di lunedì quando il primo ministro a mezzo stampa ha fatto intendere che l’unica opzione rimasta era la revoca. Chi si è fidato del primo ministro ha perso un sacco di soldi. Chi ieri ha letto le sibilline parole di Angela Merkel a Conte forse ne ha fatti una marea.

Spacciare questa operazione come il trionfo dello Stato sul privato è davvero troppo. I titoli di giornale sul trionfo del Governo sono stati smentiti dagli investitori che evidentemente non li leggono. Sarà interessante, nei prossimi giorni, monitorare l’evoluzione della vicenda sia dal punto di vista borsistico, sia alla fine nei comunicati stampa in cui si metteranno nero su bianco i conti veri degli annunci di ieri.

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Il Governo supera il nodo autostrade con una decisione che gli consente di poter durare ancora, a spese però dell’economia italiana

AUTOSTRADE/ Una vittoria di Pirro dei 5 Stelle che nasconde i veri ...AUTOSTRADE/ Una vittoria di Pirro dei 5 Stelle che nasconde i veri problemi del Paese.

Governo e Autostrade per l’Italia hanno raggiunto l’altra notte un accordo per arrivare a un nuovo assetto societario del concessionario autostradale, la cui maggioranza passerà in mano a Cassa depositi e prestiti, prevedendo anche “misure compensative” per 3,4 miliardi di euro, il rafforzamento del sistema di controlli e l’aumento delle sanzioni a carico del concessionario. Atlantia, la holding che tra i suoi soci più importanti ha Sintonia, che fa riferimento alla famiglia Benetton, diminuirà quindi la sua partecipazione in Aspi, che verrà poi quotata in Borsa. La transazione evita anche il tortuoso e incerto percorso della revoca della concessione e sembra non collimare pienamente con la linea dura annunciata da Conte in due interviste pubblicate lunedì mattina, dato che con tutta probabilità, anche se limitatamente nel tempo, lo Stato sarà socio dei Benetton. Per Francesco Forte, ex ministro delle Finanze e per il Coordinamento delle politiche comunitarie, non si può però dire che il Premier e il Movimento 5 Stelle non portino a casa il risultato promesso, «attraverso un compromesso mostruoso che in parte era già stato ipotizzato da Pd e Italia Viva. C’è un aspetto poi giuridico importante in questo accordo».

Quale?

Vengono di fatto meno i contenziosi civili, perché i Benetton si ritirano in buon ordine. Resta però il nodo penale con un’inchiesta che andrà avanti. Sarà interessante capire come verranno giudicati i controlli effettuati dal concedente sulle manutenzioni effettuate dal concessionario. In ogni caso a questo punto il Movimento 5 Stelle potrà dire di aver ottenuto un risultato importante, perché i Benetton non saranno più gestori della rete autostradale, ma tutta questa operazione è stata fatta a danno dei soci di Aspi e degli azionisti di Atlantia, che non sono solo i Benetton. Alla fine si trasmetterà ancora una volta la sensazione per cui investire in Italia è pericoloso. Inoltre, si creerà un danno per l’economia italiana.

Perché?

Perché per questa operazione si useranno risorse pubbliche che si potrebbero utilizzare diversamente, magari per sostenere settori provati dalla crisi. Con il debito pubblico che abbiamo si è scelto di cacciare dall’Italia il capitale privato. Io credo ci fossero altre soluzioni, magari improntate a sostituire Atlantia in Aspi con altre imprese private. Spero che quando arriverà un nuovo Governo si lavori per ridurre la quota di Cdp al minimo, magari facendo entrare nel capitale del concessionario le Regioni. Vediamo infatti oggi in che situazione sono le autostrade in Liguria. Sicuramente se la Regione fosse tra gli azionisti di Aspi avrebbe interesse a fare in modo che gestisca bene la sua rete. Lo stesso si potrebbe dire per il Piemonte e la Toscana, che hanno attività che gravitano intorno al porto di Genova.

Politicamente in ogni caso tutti i partiti di maggioranza sembrano aver ottenuto un risultato importante…

A discapito però dell’economia italiana. Da un lato per le risorse pubbliche che verranno utilizzate per questa operazione, da un altro perché non si è data una buona “pubblicità” per gli investimenti in Italia. Non ci si è preoccupati, per esempio, dei piccoli azionisti di Atlantia. Il Governo sembra continuare a seguire un modello per le sue decisioni.

Quale modello?

Resistere politicamente a spese degli italiani attuali e futuri. Per questo si può pensare di sospendere la democrazia fino alla fine dell’anno o continuare a chiedere scostamenti di deficit, aumentando il debito pubblico, pur di restare al potere. Questo naturalmente rafforza le posizioni dei Paesi frugali che ritengono che l’Italia non sappia usare bene le risorse. La verità è che nel nostro Paese si dovrebbero avere investimenti nuovi, non la sostituzione di un investimento privato con uno pubblico.

Ottenuto questo risultato per i 5 Stelle ora sarà più facile dare via libera al Mes come vogliono gli alleati di governo?

Sì, ma ho l’impressione che questo non fermerà l’emorragia di voti di M5s. Anche il pasticcio sui migranti non li aiuterà. Abbiamo la rivolta di Calabria e Sicilia e un problema rischioso di contagi: voglio vedere se questo non gli costerà dei voti. Le vittorie simboliche come quella sulle autostrade interessano agli italiani fino a un certo punto.

In ogni caso ora il Governo sembra poter superare l’estate e arrivare quanto meno al voto di fine settembre.

Già. Intanto però vorrei vedere cosa succederà adesso in Liguria con le code infernali che non verranno certo eliminate da questo accordo raggiunto con Aspi. Perché il Governo lavora fino alle 5 del mattino per fare operazioni politiche di potere, ma non per risolvere un problema così importante che danneggia il turismo e l’economia di una regione? Può darsi che il Governo duri fino all’autunno, ma l’esecutivo di unità nazionale resta dietro l’angolo e dubito che chiunque lo guidi voglia avere i 5 Stelle nella maggioranza, anche se Di Maio ha incontrato Draghi. Se si vuole far nascere un Governo che cerchi di far recuperare terreno all’economia non ci si può mettere con i 5 Stelle. Anche perché l’Italia non può prendere soldi dall’Europa per fare assistenzialismo.

Sarà quindi importante chi scriverà il Recovery Plan in autunnno.

Certo e quanto accaduto dà corda a quanti dicono che l’Italia non sa gestire bene le risorse pubbliche e che sprecherebbe quelle in arrivo da Bruxelles. Anche adesso il Governo vuole farsi approvare un nuovo scostamento del deficit per altre misure di assistenzialismo. Così guadagna altri mesi di vita, ma nel frattempo le imprese rimaste aperte nell’incertezza non investono, il mercato del lavoro resta ingessato, il problema delle scuole diventa tragico. Ci si è occupati di un proprio pallino politico simbolico, dicendo di aver risolto un grande problema, quello della concessione ad Aspi, ma non si sono risolti i problemi prioritari del Paese.

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Continuano ad arrivare dati e stime poco rassicuranti per l’economia. L’inazione del Governo rischia di costare Pil e lavoro

Per risorgere da Covid-19 bisogna pensare a crescita economica e ...5 ANNI PER TORNARE AL PIL PRE-COVID : a rischio 1 milione di occupati.

Continuano ad arrivare dati e stime poco rassicuranti per l’economia europea e italiana. Secondo il Fondo monetario internazionale, infatti, il Pil dell’Ue quest’anno scenderà del 9,3% per poi risalire del 5,7% nel 2021. Di fatto però si tornerà ai livelli pre-Covid solamente nel 2022. Per Prometiea, però, in Italia, dove quest’anno il Pil scenderà del 10,1%, il recupero si avrà solamente nel 2025. Marco Fortis, Direttore della Fondazione Edison e docente di Economia industriale all’Università Cattolica di Milano, si dice convinto «che l’Italia abbia degli straordinari punti di forza, ma ora se ne sta abusando con un’inazione politica che di fronte a una catastrofe economica come quella causata dal Covid-19 non può comportarsi come ai tempi in cui si facevano dibattiti per mesi e mesi prima di prendere decisioni. Ora occorrono scelte urgenti».

I dati di Fmi e Prometeia sembrano dirci che ci sarà una diversa velocità di ripartenza tra i diversi Paesi europei.

Non dobbiamo dimenticare che le stime del Fmi comprendono anche Paesi dell’Est che avevano dinamiche di crescita pre-Covid più alte rispetto ad altri Paesi come Germania e Francia, che negli ultimi anni non hanno avuto performance tanto migliori rispetto all’Italia. Pur dovendo fare i conti con il Patto di stabilità, siamo riusciti a giocarci tutte le carte di politica economica, contenendo il deficit, stabilizzando il debito e destinando le poche risorse concessesi con la flessibilità allo stimolo dei consumi con gli 80 euro in busta paga, degli investimenti con Industria 4.0 e dell’occupazione con le decontribuzioni. In questo modo ci eravamo riavvicinati ai tassi di crescita di Francia e Germania.

Non possiamo utilizzare quelle stesse carte di politica economica per far ripartire il Pil?

In questo momento non è più possibile fare una politica aggressiva di impatto immediato né sugli investimenti privati, né sui consumi. Bisogna quindi agire tramite gli investimenti pubblici. Il Patto di stabilità è stato sospeso, l’Europa si sta dimostrando relativamente benigna, perché ci ha messo a disposizione una serie di strumenti da utilizzare con cui possiamo intervenire sulla sanità, tramite il Mes, e stimolare l’economia usando le risorse del Recovery fund in modo che non si trasformino in nuovo debito. Con il deficit che aumenta per misure assistenziali come la Cig, non possiamo rimanere, per usare un’immagine ciclistica, in situazione di esasperato surplace, alla Bianchetto e Beghetto, altrimenti non ne veniamo fuori più.

Ritiene quindi che verranno superate le resistenze dei Paesi frugali sul Recovery fund nel corso del Consiglio europeo di questo fine settimana?

Credo che questi quattro Paesi dovranno alla fine piegarsi, anche perché la Merkel non può certo permettersi di distruggere il mercato europeo per accontentarli. In questo momento, quindi, l’Italia gode di un contesto esterno relativamente favorevole e deve quindi mettersi di buzzo buono per mettere in campo riforme importanti, soprattutto nella Pa, perché la produttività in questi ultimi anni è cresciuta solo nella manifattura. Non dobbiamo meravigliarci che Prometeia dica che ci vorranno 5 anni per tornare ai livelli pre-Covid, perché descrive uno scenario in assenza di interventi strutturali di riforma. Il Governo per prima cosa deve far partire le opere pubbliche.

Proprio per questo l’esecutivo ha approvato settimana scorsa il Decreto semplificazioni. Cosa ne pensa?

Non si può che dare un giudizio positivo riguardo l’obiettivo di semplificare, ma ora occorrerà vedere se queste linee si tradurranno operativamente in risultati concreti. È bene che ci si riesca, perché il dato del Fmi sul Pil europeo ci dice che non potremo contare su uno stimolo della domanda intracomunitaria, senza dimenticare che l’economia mondiale extra-Ue è ancora fortemente in difficoltà e permangono tensioni commerciali tra Cina e Usa. È un momento in cui non possiamo quindi sperare nella domanda estera. Io resto convinto che le imprese manifatturiere riusciranno a tenere duro e a fare meglio di quelle francesi e tedesche quando ripartirà la domanda. Mai come in questo momento la mano pubblica italiana deve dimostrare di essere all’altezza della situazione. Lo Stato deve darsi una mossa, deve sapere come utilizzare le risorse che arriveranno dall’Europa in modo da far crescere il Pil e tenere a bada il rapporto debito/Pil.

Anche perché si sta già cominciando a parlare di ritorno in vigore delle regole del Patto di stabilità ora sospeso.

Esatto. Il problema è che il debito/Pil si può mantenere sotto controllo solo se il denominatore cresce più del numeratore. Ma se si fanno solo dichiarazioni, se si semplifica ma poi non si sblocca, il Pil non riparte. Non dobbiamo poi dimenticare che andiamo incontro a un autunno in cui ci sarà una perdita di occupati. Tra maggio dell’anno scorso e maggio di quest’anno ne abbiamo persi circa 600.000. Considerando l’operatività della Cig e il blocco dei licenziamenti, si è trattato principalmente di lavoratori indipendenti o a tempo determinato. Ma ora c’è il rischio per gli altri: la perdita potrebbe arrivare a un milione di posti.

In queste ore il Governo è chiamato a prendere una decisione sul dossier autostrade. Secondo lei, cosa si dovrebbe fare?

Non so come si possa architettare una soluzione, ma è chiaro che bisogna muoversi con prudenza per evitare danni incalcolabili per quanti sono esposti con Autostrade per l’Italia e Atlantia, tramite obbligazioni e prestiti, e anche per scongiurare una paralisi in Liguria e intorno a Genova: non credo che la situazione migliorerebbe con una prova di forza soltanto per far vedere che si sono voluti punire i Benetton. Credo che oltre al decreto semplificazioni ci vorrebbe un decreto d’urgenza per sbloccare la situazione in Liguria. I retaggi dei 5 Stelle negli ultimi due anni non hanno portato alcun risultato positivo per l’economia e la società e ora rischiamo anche di fornire agli investitori stranieri la dimostrazione di essere un Paese dove manca certezza del diritto e le regole si cambiano in continuazione. Non sarebbe un bel segnale.

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