Draghi: non stiamo rispettando le promesse sul clima, rischiamo conseguenze catastrofiche

Caro Lettore, se ognuno facesse la sua parte……La Commissione europea e l’Organizzazione del trattato di cooperazione per l’Amazzonia (ACTO) lavorano assieme per istituire sistemi di informazione ambientale panamazzonici. L’Amazzonia, che ospita un terzo della biodiversità del pianeta, un quinto delle risorse mondiali di acqua dolce e il fiume e la foresta fluviale più grandi del mondo, sembra svolgere un ruolo chiave nel clima globale. Il partenariato contempla un sostegno da parte della Comunità europea alle attività correlate all’Amazzonia in tutta una serie di ambiti della politica comunitaria, quali la cooperazione scientifica, la cooperazione allo sviluppo, l’ambiente e l’agricoltura. L’accordo è volto a sostenere gli sforzi compiuti dai paesi dell’Amazzonia a livello nazionale per elaborare nuovi dati più affidabili sulla regione. Per esempio, il CCR potrebbe fornire nuove stime sui tassi di deforestazione delle foreste tropicali e boreali del pianeta. L’ACTO è un’organizzazione multilaterale fondata dagli otto Stati sudamericani attraversati dal bacino del Rio delle Amazzoni e dalla foresta pluviale: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela. Il suo obiettivo è di operare per lo sviluppo sostenibile di tale regione fondamentale dal punto di vista ecologico.

Da noi , gran parte dell’inquinamento e del riscaldamento in Italia dipende dal metano prodotto dagli allevamenti di bestiame.Uno dei punti di azione chiave per i responsabili politici è probabilmente un avvertimento che il metano sta svolgendo un ruolo sempre più importante nel surriscaldamento del pianeta . Il gas ricco di carbonio, prodotto dall’allevamento di animali, dai pozzi di gas di scisto e dall’estrazione convenzionale di petrolio e gas mal gestito, riscalda il mondo molto più efficacemente dell’anidride carbonica – ha un “potenziale di riscaldamento” più di 80 volte quello della CO2 – ma ha una vita più breve nell’atmosfera, persistendo per circa un decennio prima che si degradi in CO2. Durwood Zaelke, presidente dell’Istituto per la governance e lo sviluppo sostenibile e revisore principale per l’IPCC, (Australia) ha affermato che le riduzioni del metano erano probabilmente l’unico modo per evitare aumenti di temperatura di 1,5 ° C sopra i livelli preindustriali, oltre i quali aumenteranno le condizioni meteorologiche estreme e ” punti di non ritorno” potrebbero essere raggiunti. “Tagliare il metano è la più grande opportunità per rallentare il riscaldamento tra oggi e il 2040”, ha affermato. “Dobbiamo affrontare questa emergenza”.

 Traduzione di quello che ha detto ? Le rinnovabili non bastano serve anche il nucleare !!

Draghi: non stiamo rispettando le promesse sul clima, rischiamo conseguenze catastrofiche. L’allarme del premier ad Atene: “Il riscaldamento rischia di aumentare di tre gradi”

 “Con l’accordo di Parigi ci siamo impegnati a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. La maggior parte dei nostri paesi ha rinnovato questo impegno nelle recenti riunioni del G20. Tuttavia, dobbiamo essere onesti nei confronti di noi stessi: stiamo venendo meno a questa promessa.  Se continuiamo con le politiche attuali, raggiungeremo quasi 3 gradi di riscaldamento globale entro la fine del secolo” con “conseguenze catastrofiche”.

Lo ha detto il premier Mario Draghi in un videomessaggio  al Forum delle Maggiori Economie sull’Energia e il Clima (Mef), promosso dal Presidente Usa Biden.”L’ultimo gruppo intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici ha dichiarato che, per raggiungere gli obiettivi sul clima, dobbiamo realizzare riduzioni immediate, rapide e significative delle emissioni. Non possiamo semplicemente contare sugli altri: dobbiamo tutti fare la nostra parte. In ambito Ue, abbiamo fissato obiettivi ambiziosi per ridurre le emissioni e raggiungere la neutralità climatica.  Dobbiamo onorare gli impegni presi in materia di clima e, in alcuni casi, essere pronti a prenderne di più audaci”

 “Con l’accordo di Parigi ci siamo impegnati a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. La maggior parte dei nostri paesi ha rinnovato questo impegno nelle recenti riunioni del G20. Tuttavia, dobbiamo essere onesti nei confronti di noi stessi: stiamo venendo meno a questa promessa.  Se continuiamo con le politiche attuali, raggiungeremo quasi 3 gradi di riscaldamento globale entro la fine del secolo” con “conseguenze catastrofiche”.

Lo ha detto il premier Mario Draghi in un videomessaggio  al Forum delle Maggiori Economie sull’Energia e il Clima (Mef), promosso dal Presidente Usa Biden.

“L’ultimo gruppo intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici ha dichiarato che, per raggiungere gli obiettivi sul clima, dobbiamo realizzare riduzioni immediate, rapide e significative delle emissioni. Non possiamo semplicemente contare sugli altri: dobbiamo tutti fare la nostra parte. In ambito Ue, abbiamo fissato obiettivi ambiziosi per ridurre le emissioni e raggiungere la neutralità climatica.  Dobbiamo onorare gli impegni presi in materia di clima e, in alcuni casi, essere pronti a prenderne di più audaci”

“Gli effetti dei cambiamenti climatici sono già molto chiari. Negli ultimi 50 anni, il numero di disastri legati ad eventi meteorologici si è quintuplicato. Gli incendi stanno divorando le foreste, dalla California all’Australia.  E dalla Germania alla Cina, stiamo assistendo a inondazioni sempre più devastanti. L’Italia sta fronteggiando l’innalzamento del livello del mare a Venezia e lo scioglimento dei ghiacciai sulle Alpi” ha aggiunto Draghi.

“Gravi carenze idriche e siccità sono fenomeni sempre più frequenti e colpiscono in maniera sproporzionata alcuni paesi tra i più poveri del mondo, ad esempio in Africa”, ha sottolineato il premier italiano.

“Dobbiamo sostenere sia i nostri cittadini, sia i paesi in via di sviluppo, nell’affrontare questa onerosa transizione ecologica. L’Italia accoglie con favore il ‘Global Methane Pledge’. Dobbiamo raggiungere un’intesa comune sulla necessità di ridurre in modo significativo tutte le emissioni di gas a effetto sera, compreso il metano, nel prossimo decennio. E dobbiamo basarci sull’accordo raggiunto nella riunione del G20 sul clima a Napoli, che sottolinea l’importanza di meccanismi di monitoraggio credibili. Questo è solo uno dei passi da compiere nei prossimi mesi e anni. Presidente Biden, non vedo l’ora di continuare a lavorare con tutti voi per un futuro più sostenibile ed equo”.

 
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LE ‘minacce vanno combattute con azioni concrete’

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "Esprimiamo con forza la nostra vicinanza a Raffaella Paita le siamo vicini con affetto. Mai dimenticare che le parole arrivano al cuore prima di tutto ITaLIAVIVA Sanremo/Imperia"“Le minacce di morte rivolte ieri a Renzi e oggi a Faraone vanno combattute non limitandosi a parole di solidarietà ma con atti concreti. Se l’odio deborda viene spazzata via la politica. Combattere l’odio è una priorità per ogni partito”. 

“La deputata Raffaella Paita in queste ore è stata attaccata per le sua posizione a protezione di tutta la comunità sull’importanza dei vaccini anti covid. Ognuno é libero di esprimersi pro o contro, invece l’insulto, la cattiveria non porta da nessuna parte , se non alla mancanza di dignita’ di chi lo fa’.
E non porta da nessuna parte “ricambiare con la stessa moneta”.
Noi non lo facciamo mai ; siamo fiduciosi nella scienza e nel buon senso delle persone.
Esprimiamo vicinanza alla Paita e le siamo vicini con affetto
(mai dimenticare che le parole arrivano al cuore prima di tutto).

Renzi insultato durante il comizio di Conte: “I Cinque Stelle non cambiano mai”

Matteo Renzi  interviene dopo gli insulti che gli sono stati rivolti durante il comizio di Giuseppe Conte a Montevarchi, in particolare quando il leader del M5S ha accusato Renzi di averlo sostituto con Draghi nonostante Italia Viva avesse solo il 2%.

Questo il commento di Renzi: “Spero che un giorno i 5 Stelle capiranno che le regole della democrazia non sono i sondaggi. Temo che le regole della civiltà e del rispetto per gli avversari invece non le capiranno mai. Sono nati con il Vaffa, insistono con le minacce di morte: i Cinque Stelle cambiano alleati in Parlamento ma sono sempre gli stessi. In casi come questo ciò che colpisce non sono le urla di pochi ma i silenzi dei tanti. Possono minacciare di farmi tutto, anche di spararmi: io continuo a lottare per le nostre idee a testa alta e senza paura”.

 “Solidarietà a Matteo Renzi, confronto non può mai tradursi in violenza inaccettabile” “Solidarietà a Matteo Renzi per le minacce ricevute nel corso di un comizio di Giuseppe Conte. Il confronto politico, seppur nell’asprezza delle contrapposizioni, non può mai tradursi in questa violenza inaccettabile e da condannare. La politica deve essere ispirata dal rispetto”. Le “Minaccia a Renzi testimonia clima d’odio” “L’esplicita minaccia di morte contro Matteo Renzi testimonia il clima d’odio che viviamo in questo Paese. Tutta la mia solidarietà a Matteo che, nonostante tutto, sono sicuro continuerà a portare sempre avanti le sue idee”. FORZA MATTEO NOI TUTTI DEMOCRATICI RIFORMISTI SIAMO AL TUO FIAMCO SEMPRE E COMUNQUE.

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I grillini chiedono la pelle del leader di Iv. Insulti e minacce a Renzi, il vaffa grillino non è morto

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e testoInsulti e minacce a Renzi, il vaffa grillino non è morto. E il PD fa lo GNORRI.

Il nuovo statuto del Movimento Cinque stelle, quello che doveva sancire la fase del cambiamento targata Giuseppe Conte, lo dice a chiare lettere: abbassare i toni, moderare il linguaggio. Era l’addio, almeno nelle intenzioni, all’antico vaffa, il cemento che per anni aveva tenuto insieme e alimentato la famigerata rabbia dei cittadini italiani contro tutto e tutti. Ma una cosa sono le buone intenzioni (le vie dell’inferno etc etc…) un’altra è la realtà.

E così, mercoledì, durante un comizio a Montevarchi in provincia d’Arezzo, quando Conte fa esplicito riferimento a Matteo Renzi, il nuovo statuto non è evidentemente ancora entrato in azione per modificare il dna grillino e dal gruppo di fan che segue il comizio è partita la richiesta: “sparategli, uccidetelo”. Al capo dei Cinque stelle ancora non va giù di essere stato defenestrato e che al suo posto ci sia uno che sa governare. E appena può se la prende con il leader di Italia viva, colpevole a suo dire di aver orchestrato il tutto: «A un certo punto – ha detto l’ex premier – l’esponente politico di un partito creato in Parlamento, che oscilla tra l’uno e il tre per cento, decide che il paese in piena pandemia deve affrontare una crisi di governo al buio». Niente che invita alla riflessione, alla critica pacata. E infatti l’uditorio coglie l’occasione per far sentire la sua voglia di sangue e ghigliottina.

Con Conte c’è Andrea Scanzi. Ed entrambi sul momento non prendono le distanze da quella richiesta di uccidere e sparare. Più che comprensibile che a Renzi siano girate un po’ le scatole e che su Twitter abbia protestato. «“Fatelo fuori”, “sparategli”. Queste le urla dei 5stelle – scrive il leader di Iv – quando Conte mi accusa di averlo sostituito con Draghi con solo il 2%. Spero che un giorno i 5Stelle capiranno che le regole della democrazia non sono i sondaggi. Temo che le regole della civiltà e del rispetto per gli avversari invece non le capiranno mai. Sono nati con il Vaffa, insistono con le minacce di morte: i Cinque Stelle cambiano alleati in Parlamento ma sono sempre gli stessi. In casi come questo ciò che colpisce non sono le urla di pochi ma i silenzi dei tanti. Possono minacciare di farmi tutto, anche di spararmi: io continuo a lottare per le nostre idee a testa alta e senza paura». Con lui hanno scritto sui social i compagni e le compagne di partito, con la speranza di scuse e di una presa di distanza, che arriva soltanto ieri in serata con un post su Facebook.

Il problema riguarda la persona colpita dalle minacce. Ma non solo. Perché la domanda che sorge riguarda più in generale la possibilità che il Movimento Cinque stelle possa davvero abbandonare il vaffa, che quella rabbia che lo aveva fatto crescere possa in qualche modo sparire del tutto, senza decretare la fine definitiva dei grillini. Questa domanda va girata soprattutto a quella parte del Partito democratico che continua a scommettere nell’alleanza con i Cinque stelle. Calano nei sondaggi, hanno governato male tutte le città di cui sono stati alla guida, tentano disperatamente di modificare il proprio dna senza riuscirci, non si capisce più quale siano i loro principi fondamentali; l’unica cosa su cui possono davvero contare è sul sostegno del Pd.

È l’illusione – vanificata anche nel caso dell’episodio di Montevarchi – che il populismo si vinca inglobandolo, che il vaffa si possa dissolvere nel nulla senza intraprendere una sfida vera sul piano culturale e politico. Per assurdo se c’è qualcuno che oggi quel vaffa lo tiene in piedi è chi, non capendolo, gli dà l’ultimo sostegno. Basterebbe poco per prendere le distanze e chiudere con quella stagione che ha portato i Cinque stelle al successo elettorale e che tanto male ha fatto al Paese, alla politica, alla società. Ma per farlo bisogna archiviare l’illusione che i Cinque stelle siano cambiati. La stagione del populismo, in crisi politicamente, è ancora viva culturalmente e antropologicamente. Per vincerla non la si deve assecondare, ma metterla – per sempre – in un angolo.

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Noi rimaniamo fedeli all’idea di creare uno schieramento riformista e di sinistra, riprendendo la bandiera del cambiamento, la storia ha già rottamato i vari D’Alema, Di Battista, Di Maio, ecc, ecc.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "Renziani in rete Un grande sinistra che va da Di Battista a D'Alema, passando dalla Taverna e parte del Pd, non non è casa nostra. Noi avevamo un'idea diversa, uno schieramento riformista in una gara di civiltà con il centrodestra, non in un 'bipopulismo' sfrenato. Noi siamo dove siamo sempre stati."“Un grande sinistra che va da Di Battista a D’Alema, passando dalla Taverna e parte del Pd, non è casa nostra. Noi avevamo un’idea diversa, uno schieramento riformista in una gara di civiltà con il centrodestra, non in un ‘bipopulismo’ sfrenato. Noi siamo dove siamo sempre stati”. “Questa storia che i 5S siano di sinistra è bellina. Sono stati la colonna di una coalizione sovranista, Di Maio andava con i gilet gialli, tutti flirtavano con la Le Pen e con Macron”, ha aggiunto Renzi. “La patente di sinistra a me che andavo a recuperare i cadaveri dei migranti non me la danno loro – ha proseguito – e la verità è che da ‘uno vale uno’ sono passati a uno vale l’altro: gli basta stare al governo”. “La nostra idea – ha ribadito – era un bipolarismo non un bipopulismo sfrenato. Se il Pd di Letta potrà recuperare identità riformista noi ci stiamo”.

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“Il Parlamento farà ciò che ritiene”: nello scontro con Franceschini tutta l’indipendenza di Draghi

Visualizza immagine di origine“Il Parlamento farà ciò che ritiene”: nello scontro con Franceschini tutta l’indipendenza di Draghi

I diktat non sono consentiti. Figurarsi le minacce velate.

Questo il “Draghi-pensiero” applicato a quanto accaduto poche ore fa in Consiglio dei Ministri: protagonisti Dario Franceschini e Roberto Speranza. O più correttamente: Franceschini e lo stesso Draghi.

I fatti: il ministro della Cultura, rivolgendosi al titolare della Salute, ha chiesto che all’estensione del “super Green pass” seguisse la piena capienza per i teatri. Fuga in avanti secondo Draghi, che ha impiegato all’incirca una frazione di secondo per comprendere di essere, ben più di Speranza, il vero destinatario dell’affondo di Franceschini, il quale da tempo sente sul collo il fiato di un intero settore che intende ripartire a pieno regime.

Il metodo Draghi, però, si conferma quello del “rischio calcolato“. E riaprire oggi ad assembramenti massicci in luoghi chiusi, al netto del Green pass, costituirebbe un azzardo. A maggior ragione considerando che le scuole hanno riaperto da pochi giorni, e nemmeno in tutte le regioni. Dunque Draghi è intenzionato a valutare prima l’impatto che queste riaperture avranno sulla curva epidemiologica, poi si vedrà.

Ma al di là del merito, è il modo con cui Draghi si è opposto a Franceschini a descrivere l’essenza della sua leadership. “Non faccio norme ad hoc“, ha risposto alla richiesta di Franceschini. E quando il titolare della Cultura lo ha messo in guardia dicendo: “Ma così il governo andrà sotto in Parlamento“, la replica definitiva è stata un manifesto d’indipendenza. Draghi lo ha gelato: “Il Parlamento farà quel che ritiene. Noi prima valuteremo la situazione epidemiologica e poi decideremo“.

Un memento per tutti i presenti, scandito, al solito, senza bisogno di alzare la voce, con la sicurezza che solo l’autorevolezza può conferire. Questo è Mario Draghi: uno statista, non ricattabile da nessuno.

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“Questa richiesta è inopportuna”: così Draghi ha gelato i sindacalisti populisti

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“Questa richiesta è inopportuna”: così Draghi ha gelato i sindacalisti populisti

Una frase sibillina: “Richiesta inopportuna“. A Mario Draghi non serve alzare la voce nelle trattative. Anche se dall’altra parte del tavolo ci sono persone che le trattative le conducono per professione come i sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil. Questo significa non arretrare dinanzi ad espedienti che fanno parte del gioco. Ovvero un Landini che alza la voce provocando: “Perché non mettete l’obbligo vaccinale?“; un Bombardieri che “bombarda“: “I costi del tampone sono tutt’altro che calmierati: per venire qui ho speso 22 euro in farmacia!“; e un Colombini che azzarda: “I prezzi sono troppo alti, perché non sperimentiamo una gratuità finché dura l’emergenza, fino al 31 dicembre?“.

Dopo aver atteso e fatto sfogare i suoi interlocutori, Draghi chiarisce le parti in campo. Non siamo dinanzi ad una concertazione coi sindacati. Non c’è, insomma, la volontà di raccogliere prima il loro consenso per poi procedere all’estensione di quello che qualcuno ha già ribattezzato “super Green pass”, perché diventerà lo strumento necessario per accedere ad ogni posto di lavoro, pubblico o privato che sia.

Così Draghi chiarisce una volta per tutte: “La vostra proposta è inopportuna, non è questo il momento di sperimentare, ma di spingere la vaccinazione. Il Green Pass funziona, è monitorato, è una soluzione accomodante“. Fine dei giochi.

I sindacalisti populisti, quelli che in questi mesi hanno strizzato l’occhio alle peggiori pulsioni no vax, venendo meno al loro compito primario, mettere al primo posto la sicurezza dei lavoratori, sono costretti a prendere atto che su questo punto c’è poco da trattare. Devono farsi andar bene le parole che gli regala il ministro Giorgetti: “Stiamo lavorando per abbassare il costo“. E’ il massimo che riescono a strappare. E non possono non tornare in mente le parole pronunciate due giorni fa da Mario Draghi a Bologna, citando Beniamino Andreatta: “Le cose vanno fatte perché si devono fare, non per avere un risultato immediato, anche quando sono impopolari“. Ecco, appunto.

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Si smetta di trattare Renzi e il suo partito come il male assoluto. IL MALE ASSOLUTO SIETE VOI SETTARI GRILLINI.E QUANDO LO CAPIRETE SARA SENPRE TROPPO TARDI.

Si smetta di trattare Renzi e il suo partito e noi renziani come il male assoluto. IL MALE ASSOLUTO SIETE VOI SETTARI GRILLINI.E QUANDO LO CAPIRETE SARA SENPRE TROPPO TARDI.NOI ABBIAMO SALVATO L’ITALIA GRAZIE A RENZI.

Ora basta. Non è più possibile tollerare un linguaggio violento, volgare e pericoloso. Non è più possibile far finta di nulla. Giuseppe Conte, in Piazza con al suo fianco Andrea Scanzi, oltre a parlare male di Matteo Renzi aizzando le persone presenti, non interviene per rimproverare e prendere le distanze in maniera immediata dalle urla dei sostenitori 5 Stelle al grido: “fatelo fuori, sparategli!”

Questo il nuovo Movimento 5 Stelle. Questo il nuovo linguaggio. Questo l’alleato strutturale del Partito democratico. Questo il punto di riferimento della sinistra italiana. Questo il frutto del populismo grillino che ha contagiato la ditta del Pd. Uno schifo, una vergogna. Un Paese rovinato dagli anni del populismo becero dei grillini. Ed è inutile aspettarsi qualcosa dal Pd e dal suo presunto Segretario, troppo impegnato a non fare rumore per evitare di perdere le elezioni suppletive di Siena. Un’indecenza.

Un accanimento ossessivo per il semplice fatto di aver perso l’amata poltrona da Premier. Il continuo parlare male di Renzi fino addirittura ad aizzare i pochi grillini rimasti. Un linguaggio violento frutto di anni e anni di insulti verso il Pd e i suoi simpatizzanti. Tutto messo da parte e dimenticato in nome della poltrona e del potere con un nemico, un capro espiatorio comune troppo scomodo. Un alleato, un compagno trattato invece come nemico. Utile solo a salvargli la poltrona per due governi e solo quando faceva comodo. Odiato, invece quando toccava interessi e poltrone care.

Politica diventata volgarità e denigrazione continua dell’avversario. Un Conte fasullo utile per tutte le stagioni. Un Conte non capace, come definito da Beppe Grillo, e già troppo stanco di lavorare in giro per i comizi. E quando ormai si accorgono che nessun li segue più realmente ma solo virtualmente, ecco il solito insulto a Renzi spinto all’estremo. “Fatelo fuori… sparategli” Tutto normale per il mondo grillino e ora anche per il Pd.

Non basteranno finte scuse finché realmente non si smetterà di trattare Renzi e il suo Partito come il male assoluto, addirittura da far fuori fisicamente. È ora di finirla veramente. La politica è altra cosa. Se non si è in grado di vincere democraticamente ma si pensa di usare la forza e la violenza fisica, allora diventa altra cosa.
Questo il seme molto pericoloso del grillismo e di un finto Conte. Questo il muro in cui va a sbattere il Pd.

Una vergogna assoluta. Insulti e rancore. Ignoranza e saccenza. Volgarità e incompetenza. Di certo è giunto il momento di mettere un punto fermo a questo assurdo modo di fare politica. Basta essere alleati a chi ci considera nemici e a chi addirittura vorrebbe uccidere fisicamente il nostro leader. Neanche la destra è mai arrivata a tanto. Vergognatevi, se avete un pochino di decenza.

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Italia viva, Marattin e la strada verso il 2023: «Serve una nuova casa per riformisti e liberaldemocratici»

desc imgIl deputato e le prossime elezioni: «L’avvento di Draghi ha rivoluzionato la politica: chi rappresenterà quell’ampia fetta che si riconobbe nel 40% di Renzi alle Europee del 2014? Forza Italia dove si collocherà?»

«Il vero punto è capire se esiste o esisterà un rapporto tra l’esperienza del governo Draghi e la formazione di una siffatta offerta politica». Nelle ultime righe di una lunga riflessione del deputato di Italia viva Luigi Marattin, economista, anche se non esplicitato palesemente, risiede l’interrogativo sulle possibili prospettive (politiche e di sopravvivenza) del renzismo fu «lib-dem».

Al di là delle percentuali unanimi di tutti i sondaggi, che danno Iv di poco sopra e sotto il 2%, il ragionamento dell’attuale presidente della commissione Finanze della Camera (pubblicato su Linkiesta) si fonda sul fatto che tale area dovrà giocoforza avere un collocamento alle Politiche del 2023. Anche se sul futuro pesano tre variabili chiave: dove, come e quando.

 

Detta in parole più semplici: i renziani, nel 2023, a chi proporranno il proprio (seppur piccolo) pacchetto di voti? «Detta così non sono d’accordo – spiega il deputato al Corriere – semmai la domanda da porsi è: chi e come si potrà rappresentare tutta la fetta di elettori inclusi e che si erano riconosciuti nel 40,8% del Pd alle Europee del 2014?».

Marattin parte dalla presa d’atto che «il progetto di unire i riformismi in un unico partito è fallito» e che «il bipolarismo – il classico “di qua o di là” in cui abbiamo creduto per decenni – sia ormai superato, in quanto non rappresenta più la realtà politica di questo Paese». Per il deputato renziano serve «una nuova casa, un nuovo contenitore» per rappresentare queste istanze «adesso rivendicate da più soggetti politici».

Quindi la prima fusione fisiologica sarebbe con Azione! di Calenda? »Nella costruzione di questo nuovo progetto per le elezioni politiche del 2023 bisognerà per forza andare oltre il personalismo politico — conclude Marattin —. Partiamo da una carta d’identità comune. Io non voglio né tornare al piccolo mondo antico come fantasticano i nazionalsovranisti. Ma nemmeno pensare che si possano vietare i licenziamenti o che la strada per risolvere le disuguaglianze sia tax the rich . La globalizzazione va sfruttata e non combattuta. Forza Italia, da che parte andrà? E profili di riformisti del calibro di Tommaso Nannicini nel Pd? Starà a combattere all’interno con la linea stile Ocasio-Cortez o si aprirà una strada nuova?».

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Rosato (IV): “Conte rimane populista di sempre, solidarietà a Renzi”

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "La vostra vendetta sia sempre il sorriso. Non lasciate spazio al rancore. MATTEO RENZI meritare L'europa SC OLITICA SCUOLADI"                                                                                                                                                              “Di fronte a lui gridano di sparare a Matteo Renzi, di farlo fuori. Lui impassibile continua il suo comizio fra ricostruzioni storiche molto personali e cenni di intesa con Andrea Scanzi. È Giuseppe Conte signore e signori, pienamente a suo agio sul palco del teatro dell’odio populista. Altro che nuovo corso. Tutta la mia vicinanza e solidarietà a Matteo”. Così in un post su Facebook il presidente di Italia Viva Ettore Rosato.

“Sparate a Renzi, fatelo fuori!!”. E Conte tace al comizio dei 5S. IL CASO. L’ex premier dal palco non prende le distanze dalle minacce di morte rivolte al leader di Iv.

“Sparate a Renzi, fatelo fuori”. Sono le frasi urlate dal pubblico, due giorni fa, durante un comizio dei 5Stelle nell’Aretino. È bastato che Giuseppe Conte citasse l’ex “rottamatore” che dalla piazza si sono alzate minacce di morte all’indirizzo del leader di Italia Viva, colpevole di aver fatto cadere il governo giallorosso. Al di là della gravità dell’episodio, a destare scalpore è stata la reazione del leader del Movimento, il quale, di fronte a quegli atteggiamenti, ha proseguito indisturbato, guardandosi bene dal prenderne le distanze, sebbene proprio lui abbia voluto inserire nel nuovo Statuto del M5S la cosiddetta “cura delle parole”. Lo ha fatto solo nel tardo pomeriggio di ieri, con colpevole ritardo, quando ormai la frittata era fatta. “Temo che le regole della civiltà e del rispetto per gli avversari i 5Stelle non le capiranno mai. Sono nati con il Vaffa, insistono con le minacce di morte” ha commentato Renzi su Fb. “Possono minacciare di farmi tutto, anche di spararmi: io continuo a lottare per le nostre idee a testa alta e senza paura” ha aggiunto. “Se questa è la cura delle parole di cui parlava Conte, è evidente che si rivela per quello che è: un mentitore seriale” gli ha dato man forte Giuseppe Luigi Cucca, vicepresidente di Iv in Senato. Manifestazioni di solidarietà nei confronti dell’ex sindaco di Firenze sono arrivate anche da Fi, con la deputata Gabriella Giammanco che ha twittato: “L’avvocato del popolo doveva realizzare una ‘cura delle parole’ sul linguaggio dei 5S: esperimento fallito. I grillini rimangono quelli del vaffa…”. E non è stato da meno, il Pd con Filippo Sensi che, sempre su Twitter, ha postato: “Se le persone che vengono ad ascoltarti in campagna elettorale insultano e minacciano un leader di una forza che non è la tua come minimo prendi le distanze e ti scusi con chi viene insultato e minacciato. A casa mia si fa così. Solidale con Renzi”. “Prendo le distanze e condanno fermamente queste frasi e questi atteggiamenti verbali che nulla hanno a che vedere con il modo di far politica mio personale e dell’intero Movimento” ha scritto Conte (su Fb), nel tardo pomeriggio. Come a dire: meglio tardi che mai.

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Il populismo di sinistra. Ecco come Occupy Wall Street ha occupato il mondo progressista americano

Il movimento nato nel 2011 a Zuccotti Park oggi è scomparso, ma la sua eredità si fa sentire al Congresso e nelle università e dà forza alle nuove battaglie sociali e ambientali globali

Sono passati dieci anni da quando il ventenne Evan Weber scese in piazza a Zuccotti Park, a Wall Street, insieme con migliaia di manifestanti per denunciare la crescente disuguaglianza tra i cittadini americani. Era il 17 settembre 2011 e gli Stati Uniti, come la maggior parte dei Paesi europei, erano al culmine della fase di recessione dovuta alla crisi dei mutui subprime del 2007/2008.

Weber e gli altri volevano dimostrare il loro dissenso per un sistema che, dicevano, li vedeva più poveri delle generazioni precedenti, costretti a indebitarsi per studiare all’università, con costi enormi per l’assistenza sanitaria e alle soglie di una nuova crisi climatica.

Un anno fa, all’inizio di settembre 2020, moriva David Graeber, antropologo e attivista anarchico che del movimento era diventato uno degli esponenti più riconosciuti e riconoscibili. A lui è attribuito soprattutto lo slogan «Noi siamo il 99%». Graeber, Weber e tutti i manifestanti puntano il dito contro banche, aziende e, appunto, l’1% più ricco della popolazione mondiale.

Oggi, a dieci anni dalla nascita del movimento Occupy Wall Street e a un anno dalla morte di Graeber, le proteste non hanno portato esattamente dove volevano. Hanno sicuramente avuto impatto sull’opinione pubblica e sul modo di fare attivismo politico, in parte anche sulla politica stessa. Ma è difficile stimare quali siano i risultati effettivi, quelli che si possono attribuire alle manifestazioni targate Occupy Wall Street.

Un lungo articolo dell’Atlantic, firmato da Michael Levitin, racconta il percorso del movimento, come ha contribuito a creare una nuova narrativa sulla disuguaglianza economica e ha saputo catturare l’attenzione di media, politici e cittadini.

«Il movimento – si legge nell’articolo – ha avuto impatti visibili sul nostro panorama politico e culturale, innescando un’era di resistenza che ha ridefinito i diritti economici, la politica progressista e l’attivismo per una generazione. Ma, quasi con la stessa rapidità con cui si era fatto notare, il movimento è sembrato svanire, lasciando dietro di sé ben poco tranne lo slogan del 99 e dell’1 per cento. Nel decennio successivo, il divario di ricchezza si è solo ampliato. Le regole non sono cambiate: il nostro sistema rimane iniquo».

Occupy Wall Street ha dato nuova linfa alla militanza politica, in America e in altre zone del mondo, introducendo una forma decentralizzata di organizzazione dei movimenti che ha permesso a centinaia di sezioni cittadine di rafforzarsi pur rimanendo indipendenti: una rottura netta con la struttura gerarchica tradizionale dei movimenti di protesta del passato.

Poi ovviamente queste manifestazioni hanno beneficiato, indipendentemente dai risultati di Occupy, dell’innovazione tecnologica, delle piattaforme live-stream, della diffusione dei social network e di tanti altri strumenti – prodotti e gestiti da grandi multinazionali – che hanno permesso un aumento sensibile della partecipazione sia online che offline.

Negli anni successivi alla nascita di Occupy Wall Street sono nati tanti altri movimenti, dal #MeToo a Black Lives Matter, che hanno contribuito a catalizzare l’attenzione su tematiche fondamentali di quest’epoca.

In un certo senso, i manifestanti sono tutti uniti sotto lo stesso ombrello: le persone che erano a Occupy Wall Street, erano alle proteste di Black Lives Matter, alla People’s Climate March, al Sunrise Movement.

Proprio il Sunrise Movement è un esempio particolarmente efficace: oggi è uno dei più forti e conosciuti movimenti in difesa del clima. È stato fondato proprio da Evan Weber nel 2017, a dimostrazione che l’interesse per le questioni ambientali della Generazione Z non è e non può essere scollegato dalle altre manifestazioni. In qualche modo, dopo che “Occupy Wall Street” ha perso la sua forza di movimento politico, i suoi attivisti hanno reindirizzato le loro battaglie dalla disuguaglianza alla spinta per salvare il pianeta.

«Dalla campagna per disincentivare gli investimenti nei combustibili fossili alla People’s Climate March che ha preceduto l’Accordo di Parigi sul clima, il messaggio e le tattiche rivoluzionarie di Occupy Wall Street hanno forgiato il moderno movimento per il clima», si legge nell’articolo.

I metodi di questi movimenti, però, si sono rivelati più estremi di quanto auspicabile: hanno contribuito ad annebbiare il dibattito socio-culturale in tutto il mondo occidentale, costruendo una sinistra illiberale di cui qui a Linkiesta abbiamo parlato in più occasioni.

Una delle battaglie di maggior successo di Occupy Wall Street, scrive Michael Levitin sull’Atlantic, è quella del salario minimo. Il movimento ha iniziato a collaborare con i sindacati e le organizzazioni no profit per un salario minimo a 15 dollari l’ora. E in breve tempo la politica ha risposto alle richieste con un aumento della paga base in più della metà degli Stati americani.

«I democratici sono quasi riusciti a includere un salario minimo federale di 15 dollari nel piano di salvataggio americano da 1,9 trilioni di dollari che il presidente Joe Biden ha firmato a marzo, rivelando quanto le richieste economiche stimolate da Occupy abbiano rimodellato la discussione nazionale», si legge nell’articolo.

E proprio sul Partito Democratico degli Stati Uniti si possono vedere i segni del passaggio del movimento. «Prima di Occupy – spiega l’Atlantic – nessuno a Washington aveva osato criticare l’osceno divario di ricchezza, le leggi progettate di sana pianta dalle corporazioni, i miliardari che evadono le tasse e la porta girevole che mantiene l’1% in carica. Inquadrando il messaggio economico populista che ha spinto i legislatori anti-corporativi come Elizabeth Warren, Bernie Sanders e Ocasio-Cortez sotto i riflettori elettorali, Occupy Wall Street ha fatto probabilmente di più in sei mesi per spostare la politica americana a sinistra di quanto non fosse il Partito Democratico in grado di fare in sei decenni».

Alcuni analisti politici americani avevano pensato che a un certo punto il movimento si sarebbe trasformato in una forza politica, un Tea Party di sinistra: metodi simili, istanze diametralmente opposte.

Questa transizione non è mai avvenuta, ma Occupy Wall Street ha gettato le basi per la ricostruzione dell’ala progressista del Partito Democratico. «Il movimento è stato particolarmente determinante per l’ascesa di Bernie Sanders, che molti avrebbero poi chiamato “il candidato di Occupy”», si legge nell’articolo.

«Quando Sanders è apparso per la prima volta sulla mappa nazionale nella stagione delle primarie del 2015 – prosegue Michael Levitin – è stato in gran parte grazie a un gruppo di attivisti di Occupy che avevano sfruttato le loro conoscenze nell’organizzazione digitale e nei social media per creare un movimento virale chiamato People for Bernie».

Il gruppo ha alimentato l’ascesa fulminea di Sanders, in particolare tra i Millennial. Ma proprio il legame tra il candidato e i gruppi di attivisti ha rappresentato uno dei grandi limiti di quella campagna elettorale: la radicalizzazione e la polarizzazione dei discorsi di Occupy Wall Street ha portato alla formazione di un elettorato molto solido, con una base perfettamente riconoscibile, forse inscalfibile, ma anche quasi impossibile da ampliare, perché incapace di pescare voti in altre sacche di elettorato.

Al movimento va però riconosciuto il fatto di aver contribuito a portare, tra gli esponenti del Partito Democratico, istanze più progressiste rispetto al passato, poi confluite in proposte che vanno dal Medicare for All al Green New Deal, dal salario minimo a tasse più alte per i ricchi.

«Come ha dimostrato la turbolenza dell’ultimo decennio – è la conclusione dell’articolo – le crisi sistemiche devono essere affrontate. Occupy ha fornito un modello per come il dissenso popolare e le richieste possono cambiare l’America. Ora un nuovo 99 percento deve scrivere il prossimo capitolo».

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