Il governo verso la stretta:Lavori stagionali obbligatori per i percettori del reddito di cittadinanza

La proposta di modifica arriva da un emendamento al decreto sostegni bis presentato dalla Cinque Stelle Valentina D’Orso. L’intervento ha trovato l’appoggio del ministero dell’Economia, ma starebbe già creando diversi mal di pancia nel nuovo Movimento di Conte.

I lavori stagionali potrebbero di fatto diventare obbligatori per i percettori del reddito di cittadinanza. I beneficiari non potranno rifiutare questo tipo di offerta lavorativa, ma fruiranno di un’integrazione da parte dell’Inps nel caso in cui la retribuzione risultasse inferiore all’importo del sussidio. L’ipotesi di modifica è contenuta in un emendamento al decreto sostegni bis, proposto dalla deputata Cinquestelle Valentina D’Orso, che ha trovato sostegno anche nel governo – spiega il Messaggero.

L’emendamento chiede in pratica ai percettori del reddito di accettare le offerte di lavoro stagionali, entro un raggio di 100 chilometri dalla propria residenza. E in caso di rifiuto è prevista la decadenza del beneficio. Una novità che strizza l’occhio ad albergatori e ristoratori, ma anche agli agricoltori, che da settimane si lamentano di non riuscire a trovare personale e puntano il dito proprio contro il sussidio (oltre che contro lo specifico bonus Covid per gli stagionali), sostenendo che abbia un effetto distorsivo sul mercato del lavoro.

L’intervento correttivo viene visto con favore al ministero dell’Economia, che ritiene prioritario snellire la platea dei percettori, diventata sempre più ampia con l’acuirsi della crisi economica legata alla pandemia. Oggi la misura voluta due anni e mezzo fa dal Movimento Cinquestelle costa il 35% in più: ad aprile ha assorbito 650 milioni di euro, spalmati su oltre un milione di nuclei, mentre a febbraio del 2020 l’asticella si era fermata a 480 milioni. E così nei primi quattro mesi dell’anno il reddito di cittadinanza è costato 2,5 miliardi. A meno di una svolta, la spesa annuale per il sussidio potrebbe addirittura avvicinarsi ai 10 miliardi di euro, secondo le stime dei tecnici di via XX Settembre.

Ma l’ipotesi di modifica, sebbene avanzata da una deputata Cinquestelle, starebbe già creando seri mal di pancia all’interno del nuovo partito di Conte, dove sono ancora in molti a difendere la misura-bandiera. L’emendamento prevede comunque una compensazione: c’è la decadenza del beneficio per i sussidiati che si smarcano, ma parla anche di un’integrazione da parte dell’Inps nel caso in cui il compenso mensile offerto dal datore di lavoro fosse inferiore a quello del beneficio.

Proposte di modifiche al reddito di cittadinanza sono arrivate anche da Forza Italia, con la proposta di una decontribuzione totale per le imprese del turismo che assumono i percettori del reddito di cittadinanza. I sussidiati attivabili sono oltre un milione. Tuttavia, ricorda il Messaggero, solo il 31% (327mila percettori) ha sottoscritto un patto per il lavoro, indispensabile per intraprendere un percorso di inserimento professionale. Il che vuol dire che anche in caso di attivazione dell’obbligatorietà del lavoro stagionale, circa 700mila potrebbero comunque restarne al di fuori.

All’Anpal, finita l’era di Mimmo Parisi, colui che avrebbe dovuto creare il sistema miracoloso per trovare un lavoro ai percettori e che ora è stato rimosso dal governo, si è insediato il commissario straordinario Raffaele Tangorra, chiamato a riorganizzare le politiche attive del lavoro dopo oltre due anni di caos.

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Aspettando Matteo Renzi

Incontro ex Pd passati a simpatizzare per Italia Viva che mi chiedono: ma Renzi che vuole fare? Molti di loro versano il 2 x mille a Italia Viva. Sulla fiducia. Ma sono titubanti sugli sviluppi di sopravvivenza del partito. E pensare che in una intervista a la Repubblica l’ex premier fiorentino disse che era arrivato il momento di sistemare Italia Viva.

Io l’ho scritto in alcuni post. Renzi, stando ai numeri, ha sempre ritenuto il partito Italia Viva uno strumento funzionale alla sua strategia, da un lato parlamentare, per cambiare gli equilibri, quello che ha provvidenzialmente fatto e, dall’altro, un mezzo per approdare a raggruppamenti ampi in grado di incidere sulle future alleanze.

Renzi l’ha detto, di recente – osservando il domani, da Barbara Palombelli, a Stasera Italia su Rete 4 – di aspettare il prossimo step, quello dell’elezione del presidente della Repubblica. Perché un anno in politica è un’era geologica. Capiamo. Ma nel frattempo non sarebbe male esercitarsi a delineare un po’ di idee che potrebbero rifarsi al pensiero liberale. O dintorni.

È insano abbandonarsi completamente alle virtù salvifiche di Draghi. Soprattutto abituarsi all’andante taumaturgico. Draghi è bravo ma non può far tutto. E quello che fa, che è molto politico, se dovesse arrivare nelle cognizioni nazional popolari della massa di elettori, a quel punto, gli elettori, si porrebbero la domanda sul che servono Salvini, Letta, Meloni, Renzi se ci pensa a farlo così bene Draghi, che per altro ha risposto a quello che più sognano gli italiani, l’uomo solo al comando, un modello di leadership forte da alcuni tanto osteggiato da altri partiti auspicato.

Di fronte alla prossima elezione del presidente della Repubblica, Renzi sarà costretto a dare risposte alle controindicazioni dell’effetto Draghi. Dopo l’ex capo della Bce, il nulla? Molti vorrebbero Draghi alla presidenza della Repubblica e nel contempo una gestione in affidamento del governo con un suo uomo di fiducia. Per rendere appetibile e legittimata qualsiasi proposta politica, dopo Draghi, occorre andare oltre Draghi stesso, molto oltre, nel dettagliare un programma di cose, possibili, da fare che oggettivamente l’attuale governo in carica non potrà mai definire e approvare.

Penso alla Giustizia. E sentendo racconti di persone malamente coinvolte, mi chiedo se sarà mai possibile arrivare a un trend dove un povero uomo, un professionista, per esempio, prima di essere sbattuto al pubblico ludibrio, perquisizioni alle 7 di mattina, in una sala insieme ai delinquenti e ceffi della peggior specie in attesa di, poi spedito agli arresti domiciliari, coinvolto in un processo, con due avvocati a sue spese, lasciato senza lavoro, sospeso dall’ordine professionale di appartenenza per poi verificare un giorno che non c’entra nulla e sarebbe bastato nella fase di indagine qualche verifica in più (per esempio sui conti correnti, sul tenore di vita) per constatare la sua mancata partecipazione a una truffa milionaria.

Ricordo questo episodio, non isolato, ma anzi frequente, perché potrebbe capitare a qualsiasi cittadino cosiddetto normale perché attiene fortemente alla categoria delle libertà personali di cui si discute tanto in questo periodo di ritorno alla normalità post pandemica, troppo identificata, la libertà, col ritorno al bar a fare la prima colazione. Sono problemi già sedimentati prima del covid-19 e che, oggi, nel mellifluo slogan nulla sarà come prima dovrebbero trovare posto per essere risolti con una cura shock and awe. Lo può fare la ministra Cartabia con questa maggioranza?

L’esempio della riforma della Giustizia potrebbe essere trasferito per altre decine di riforme in corso, abbozzate, pensate, da trasformare. La sensazione è che si cerchino scappatoie, mediazioni su mediazioni, contentini a chiunque. Vero che la politica è l’arte del possibile ma non nel caso italiano dove i cambiamenti dovrebbero avere spinte rivoluzionarie.

Il recovery fund preme su riforme urgenti, ma sospettiamo ci pensi Draghi, sempre lui, a oliare, rattoppare, togliere, aggiungere, alla bisogna, giusto per riuscire a ottenere le tranche di finanziamento dall’Europa e iniziare il cammino. Mettere un guardiano in ogni ministero perché si coprano i ritardi dei decreti attuativi, non è un efficientamento una semper della macchina burocratica dello Stato.

Lo vedremo meglio con la riforma della pubblica amministrazione, non mi pare vi siano delle ricadute sull’aggiornamento o stravolgimento per esempio sulle Università o sulle libere professioni. Vedremo la riforma del fisco, la mia sensazione è che l’approccio andrebbe cambiato, l’idea della porta girevole, quello che esce dalla porta rientra dalla finestra (è la storia dei ristori, chi è riuscito riceverli, alle partite Iva, che a malapena serviranno a coprire il 30% delle imposte e tasse, comunque da pagare, rispetto a un 2020 e ancor di più l’inizio del 2021 dove non si è lavorato).

Ecco, e qui veniamo alla svolta che servirebbe e chi la potrebbe fare, sulla quale Renzi ha materia per lavorare (una Italia Viva delle libertà?), facendosi sentire da subito però, amplificando le convergenze, dettando non l’agenda al governo Draghi che ormai abbiamo capito farà lo straordinario sui temi che lo competono, vaccinazioni e recovery, ma mobilitando anche quel centrosinistra che non può stare con il Pd, ormai materia impalpabile, aggrappato, per convenienza temporanea, oggi a Draghi, anche se è evidente che il premier ha poco da spartire con quella sinistra lì, e i 5 Stelle di Conte, praticamente un partito fotocopia Pd che dice le stesse cose di Letta, difettando nel risultato, lo vedremo poi nella somma dei voti.

Ancora lì, in quell’area, c’è una particella corposa che se ne è già andata, ora nella riserva dei delusi e del non voto (gli ex renziani nel Pd fanno pendant con gli ex grillini puri e duri che di malavoglia hanno ingurgitato la noia governista in grisaglia impersonificata da Di Maio) che insieme con i molti, di centro, centro destra, Forza Italia, molta Lega che sta pagando lo scotto, la scelta assurda di farne un partito nazionale, sono in attesa che qualcuno gridi a gran voce pezzi corposi di un programma liberale recuperando, perché no, quelle idee perse e disattese da Berlusconi di Martino-Pera e Urbani.

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M5S/ La (finta) svolta di Di Maio sul ceto medio per approdare al Pd

SPILLO M5S/ La (finta) svolta di Di Maio sul ceto medio per approdare al PdPer Di Maio M5s è pronto a rappresentare il ceto medio “che paga le tasse e che porta sulle spalle il peso della collettività”

Secondo una celebre affermazione di Agatha Christie, tre indizi fanno una prova. L’evoluzione del M5S in un partito di centro moderato, anti giustizialista e attento ai bisogni dei ceti medi, riaffermata da Luigino Di Maio in un’illuminante intervista rilasciata ieri su La Stampa ad Andrea Malaguti, conferma l’aspirazione dell’ex capo popolo di trasformarsi in un autentico statista. Il protagonista si descrive di fatto come un leader capace di guidare il suo partito nel periglioso mare della cosiddetta terza repubblica, tale da mantenere un ruolo centrale nei tre governi che si sono di segno diverso che si sono alternati nel corso della legislatura, l’ultimo dei quali subentrato all’esplicito fallimento dei primi due. Una condizione che lo autorizza a rivendicare il merito del boom delle esportazioni italiane e di aver imposto le scelte della transizione ecologica al neo presidente del Consiglio.

Agli sprovveduti commentatori delle vicende politiche italiane è veramente difficile comprendere quale possa essere la relazione esistente tra le bandiere sventolate nelle campagne elettorali e le politiche messe in campo dal M5S con il reddito di cittadinanza, la quota 100, il decreto dignità, il dispendio di risorse per riportare nella mano pubblica Alitalia, Autostrade, Ilva (tanto per citare i provvedimenti più noti), e i successi ottenuti in ambito internazionale dagli imprenditori italiani, che fino a qualche tempo fa venivano onorati con il titolo di “prenditori”.

Il proposito di rappresentare il ceto medio “che paga le tasse e che porta sulle spalle il peso della collettività” vacilla non poco, dati i precedenti. Al nostro ministro degli Esteri pro tempore evidentemente sfugge che il ceto medio da lui citato nell’intervista è composto per la quasi totalità da dirigenti, quadri aziendali e pensionati provenienti da queste categorie (il 25% dei contribuenti che versa all’erario il 70% dell’Irpef), che coincidono con quelli che sono stati assimilati dai vaffagrillini a una sorta di mangiapane a tradimento degni di essere sottoposti a prelievi forzati sul reddito per elargire sussidi a persone che in buona parte evadono le tasse.

Lecito chiedersi quanto sia rimasto del sistema dei valori che viene ancora orgogliosamente rivendicato dai due leader (Conte e Di Maio) rimasti in soglio del M5S che fu. Le convulsioni interne al movimento sono quelle tipiche dei partiti in fase di dissoluzione. Poche idee e ben confuse, faide interne volte togliere di mezzo i potenziali concorrenti in vista della scontata riduzione del numero dei parlamentari e dei consensi elettorali, la liquidazione dei principali elementi costitutivi: l’uno vale uno, il vincolo dei due mandati, la riduzione degli stipendi parlamentari, la piattaforma per l’affermazione della democrazia diretta che doveva rivoluzionare i sistemi politici a livello mondiale.

Ma l’abbandono delle demagogie ridicole che hanno accompagnato la crescita dei consensi non coincide affatto con la pretesa e vantata maturità raggiunta dalla classe dirigente del M5S, ma più semplicemente la constatazione della sua inutilità. Nessuno dei buoni propositi rivendicati da Di Maio nelle recenti interviste, è stato tradotto nelle prese di posizione assunte, anche recentemente, dal movimento sui temi della giustizia, dell’impresa, del lavoro. Che rimangono ancorate sulle vecchie pulsioni giustizialiste, stataliste e assistenziali per la semplice impossibilità del movimento di gestire al proprio interno le conseguenze dei repentini cambi di rotta.

L’approdo inevitabile di quel che rimane del consenso verso questo partito è la convergenza organica con il Pd. La vera ciambella di salvataggio di quello che rimarrà della classe dirigente del M5S, sempre che le vicende interne al Partito democratico lo consentano, dopo gli esiti delle prossime elezioni amministrative. Tra Conte e Di Maio si è di fatto aperta la competizione su chi è destinato a diventare il leader guida di questo percorso. Attualmente sottotraccia e gestita in punta di fioretto, ma destinata a sfociare in colpi di sciabola nel giro di pochi mesi.

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LA CERTEZZA DEL DIRITTO E LE DISFUNZIONI DELLA GIUSTIZIA ITALIANA

La certezza del diritto e le disfunzioni della giustizia italianaI principali valori su cui si sono edificati gli Stati occidentali liberali sono la Democrazia, il Parlamentarismo, la Libertà economica e di pensiero: tutti questi valori non si sarebbero potuti declinare nella realtà se non fosse esistita la certezza del Diritto.

La realizzazione della certezza del Diritto permette che una Società possa declinarsi in tutte le sue attività e che possa realizzare la sua organizzazione in tutta la sua complessità, garantendo un’equa giustizia, con la ricomposizione delle controversie, permettendo in tal modo lo sviluppo e la prosperità di una Nazione. Nonostante l’evidente beneficio e valore aggiunto che rappresenta la certezza del Diritto, la sua applicazione è sempre più difficile della sua condivisone teorica.

La certezza del Diritto è costituita da 4 elementi: lo Stato di Diritto, ossia la legittimità si basa sulla legge e sul suo rispetto e non sul potere arbitrario e discrezionale; le leggi sono chiare e applicabili, pubbliche e uguali per tutti; i processi tramite i quali far riconoscere i propri diritti sono accessibili a tutti, equi ed efficienti per qualità e velocità di esecuzione; la Giustizia è amministrata in tempi ragionevoli da organi indipendenti e competenti.

Il Sistema giudiziario ricopre un ruolo essenziale per implementare la certezza del Diritto e determinare il giusto funzionamento di una Nazione. Infatti, attraverso esso i cittadini risolvono le proprie controversie, ottengono il riconoscimento dei propri diritti, riescono a vedersi garantita la sicurezza grazie alla quale possono ambire a concretizzare i propri progetti e quindi alla piena realizzazione personale, evitando così di diventare succubi della sopraffazione del più forte. In finale si realizzano tutti quei principi ispiratori e che rappresentano le fonti principali di ciascuna Costituzione liberale. Quindi la reale concretizzazione della certezza del Diritto permette ad una Nazione di attrarre le Imprese straniere che intendono esportare le proprie attività, perché rassicurate dalla presenza di una Giustizia penale, ma anche e soprattutto civile, efficienti, garantendo in tal modo esse che qualsiasi eventuale controversia potrà essere risolta in tempi rapidi, de iure e de facto.

L’incertezza del Diritto, dovuta ad un sistema giudiziario inefficace, causa un freno alla crescita economica e a quella del Pil: rappresenta un elevato deterrente per le Imprese straniere ad investire in Italia. Nonostante l’Italia abbia cercato di riformare il proprio ordinamento giuridico con apprezzabili risultati riconosciuti anche dall’Unione europea, come ad esempio l’introduzione dell’obbligatorietà dei procedimenti di mediazione riguardanti la maggioranza delle controversie concernenti materie dei Diritti reali, la situazione nazionale rimane comunque critica. Non a caso l’Italia, nella classifica “Doing Business”, redatta nel 2020 dalla World Bank, è scesa ulteriormente al cinquantottesimo posto, a riprova del fatto che da noi è difficile imprendere e investire, proprio per i problemi connessi ad una mala Giustizia, oltre che ad un alto tasso di criminalità e corruzione, sia nel settore pubblico che in quello privato, che vanno ad incidere anche sull’economia reale. Determinando, insieme ad un’elevata evasione fiscale dei cittadini italiani, un altissimo debito pubblico, il quale impedisce qualsiasi ambizione di crescita economica e di conseguenza sociale e quindi culturale, tale da far declinare il nostro Paese verso una deriva di depauperamento mai raggiunta dal dopoguerra fino ad oggi.

Già secondo i dati risalenti al 2016, in Italia una causa civile ha una durata media di 1120 giorni, mentre la media Ocse dei Paesi sviluppati è 583 giorni. Per una sentenza di bancarotta si è raggiunto il tempo di 12 anni e la media di tempo che occorre, per un Istituto di Credito, per recuperare le garanzie reali da un debitore fallito ammonta a 7 anni. Non a caso, la Corte europea dei Diritti dell’uomo ha condannato diverse volte l’Italia per la violazione del diritto al processo in tempi equi e ragionevoli.

Dal dato disaggregato si evince che il problema della mala Giustizia si estende anche al Nord d’Italia. La differenza della distribuzione sul territorio italiano non è affatto significativa, pur tenendo conto di un importante scarto tra alcune città, come tra Torino, in cui passano 855 giorni e Bari, dove invece passano 2022 giorni. Per esempio, confrontando la media di tempo che sussiste a Napoli, rappresentata da 1280 giorni, con la media di tempo che c’è a Milano, ossia 1291 giorni, la differenza è quasi inesistente.

Il quadro desolante che emerge da questi risultati è comunque compensato da quelle imprese estere che nonostante tutto continuano ad investire in Italia, determinando così una linfa ottimistica per noi italiani a non fermarci e a cercare di proseguire in modo celere nella riforma legislativa del nostro sistema giudiziario. Comunque sia la correlazione tra una Giustizia efficiente e gli investimenti è palese, tanto quanto il fatto che la flessione degli investimenti, considerando l’equazione della domanda aggregata, è una delle principali cause della decrescita economica. Secondo la relazione annuale della Banca d’Italia nel 2014 la tendenza degli investimenti è stata negativa, sul territorio italiano. A confronto con i dati del 2007 il calo è stato del 30 per cento ed in rapporto al Pil passa dal 21,6 al 16,9 per cento. La percezione di affidabilità d’investimento, da parte delle Imprese, che genera un Paese è data dalla somma di vari elementi, come la giusta tempistica e certezza dei processi, come la facilità di accesso al credito ed il generale clima di fiducia e certezza che tale Paese è in grado di generare. L’efficienza della Giustizia civile incide sensibilmente sulla positiva valutazione dell’investimento in un dato Paese. I lunghi tempi dell’applicazione dei contratti e la rilevante incertezza nella risoluzione giudiziaria di una controversia rappresentano un grande deterrente per le Imprese ad investire in Italia, preferendo investire in quei Paesi dove il contenzioso si risolve velocemente.

Se è vero che la reputazione internazionale di una Nazione rappresenta un fattore determinante per favorire la sua competitività e la sua attrattiva per investire, l’Italia ha compromesso notevolmente la sua a causa dell’eccessiva corruzione endemica e diffusa, dell’inefficacia della suo sistema giudiziario, della difficile applicabilità delle sue leggi e dei suoi regolamenti, che molto spesso si contraddicono fra loro, oltre che a causa dell’annoso problema dell’inefficienza della Pubblica amministrazione e delle fatiscenze strutturali.

Un’altra causa di questa drastica flessione di flussi di capitali in Italia è dovuta alla pessima regolazione dei contratti ed ai costi elevati, legati alla risoluzione delle controversie. In questa situazione desolante urge compiere delle riforme radicali per decongestionare i tribunali e per concretizzare ciò basterebbe incentivare la sottoscrizione di polizze di tutela legale a copertura dei costi del processo. Infatti, come si evince dalla Germania e dall’Olanda, la diffusione delle polizze di tutela legale è direttamente proporzionale alla riduzione del contenzioso perché gli accordi stragiudiziali vengono incentivati.

Un’altra opportuna riforma dovrebbe essere quella di introdurre una nuova ed efficace disciplina della Mediazione civile e dell’Adr (Alternative dispute resolution) in generale. Per mezzo del ricorso alle procedure di Adr (negoziazione diretta con valore di titolo esecutivo in presenza degli avvocati, tavoli paritetici, mediazione e arbitrato) si amplia l’offerta degli strumenti di risoluzione delle controversie a disposizione dei cittadini e delle imprese, senza gravare sulla spesa pubblica, affiancando i tribunali che, riducendo la mole di processi, potranno essere così più efficienti. Inoltre, si potrebbe realizzare la riforma di generalizzare la possibilità di pronunciare la sentenza con una lettura immediata del dispositivo di legge applicato, con concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto, in tal modo da ridurre i tempi di attesa per la stesura della sentenza.

Si dovrebbe intraprendere la strada della “managerializzazione” del sistema della Giustizia, per esempio attuando delle politiche di profonda spending review che possano ridurre gli sprechi e le inefficienze, in modo da spendere meglio ed incassare di più per reinvestire maggiormente ed ottenere più risorse finanziarie a disposizione del sistema della Giustizia. In più, si deve promuovere una riorganizzazione della struttura degli uffici giudiziari, da ottenersi anche con l’inserimento di figure manageriali scelte dagli operatori di giustizia in loco, tramite una selezione professionale, che contribuiscano a velocizzare le procedure interne agli uffici e di conseguenza ne riducano i costi, consentendo maggior tempo a disposizione per l’operato della magistratura.

Il Csm (Consiglio superiore della magistratura) nella valutazione delle proprie risorse umane deve avvalersi di tecnici specializzati, allo scopo di usare un modus operandi nella valutazione dei giudici, al fine della loro crescita professionale e della loro carriera, basato su criteri di efficienza e produttività, sia in termini di remunerazione che di responsabilità, considerando anche l’ipotesi di introdurre una seria responsabilità civile e penale nei confronti del Giudice che ha commesso un grave errore di giudizio a danni dell’imputato.

Per chiudere, la presenza di intricati e contraddittori impianti legislativi di difficile applicazione ha determinato un deficit di trasparenza e certezza, nonché di interpretazione, che causa una perniciosa stagnazione delle attività economiche ed è ostativa alla celere risoluzione delle controversie.

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LA NOSTRA PRIORITÀ: FERMARE LA CINA

La nostra priorità: fermare la CinaL’impressione è che al G7 di Carbis Bay, in Cornovaglia, sia successo qualcosa di grosso. Tanti annunci, tanti sensazionalismi, tante buone intenzioni: di concreto, tuttavia, c’è solo l’inizio di quella che si spera essere una nuova era. Per un attimo, la posizione intransigente del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che chiedeva agli alleati europei di fare fronte comune contro l’invadenza e l’aggressività economica della Cina, aveva fatto ben sperare tutti coloro che – magari un po’ nostalgici dell’era di Donald Trump e dei relativi provvedimenti in difesa dell’economia americana che l’Europa si ostina a non adottare – vedono nella Cina non una realtà con la quale competere, ma un avversario sleale col quale qualsiasi tentativo di essere concorrenziali è destinato a fallire.

Come può, infatti, un’economia di mercato come quella europea essere concorrenziale con un’economia “drogata” come quella cinese che si sostiene grazie ai massicci investimenti pubblici, ai costi del lavoro tenuti artificialmente bassi e all’assenza di tutele e garanzie nei confronti dei lavoratori? Un po’ come chiedere a un atleta di competere e di essere più veloce con un suo avversario dopato fino al midollo: un’assurdità.

Tuttavia, la questione ha dei risvolti pratici che non possono essere trascurati, ed è precisamente su questo punto che alcuni alleati europei (Italia e Germania primi fra tutti, a quanto sembra) hanno chiesto agli Stati Uniti maggior prudenza, invitando Biden alla calma e alla riflessività: come arginare lo strapotere economico della Cina che nel frattempo si è infilata in tutte le economie del globo e che ha messo radici ovunque in Occidente? La risposta del G7 – frutto di una complessa mediazione tra il preteso rigore americano e la posizione conciliante degli europei – è un’intesa sul dumping salariale e sui diritti umani. L’idea è quella di stabilire un limite oltre il quale, se i prodotti cinesi vengano venduti a prezzi troppo bassi, applicare dei dazi anti-dumping, in quanto presumibilmente prodotti attraverso lo sfruttamento della manodopera. Logicamente, questo richiede di ribadire e conservare la definizione della Cina come “economia non di mercato”.

Ora, sebbene possa sembrare una grande vittoria, in quanto capace di coniugare una certa equità sociale e il rispetto dei diritti delle persone con la necessità di tenere “la porta aperta” agli scambi commerciali con la Cina, c’è da domandarsi se tali provvedimenti sortiranno l’effetto sperato. Cosa impedirebbe, infatti, al Governo cinese di continuare a tenere bassi i costi del lavoro, ma di applicare una tassa sulle esportazioni verso l’estero, in maniera tale che quei prodotti, arrivando sui mercati occidentali a un prezzo più alto, riescano ad aggirare la “soglia di prezzo” e con essa i dazi? Sembrerà paranoico, ma da chi è abituato a frodare c’è da aspettarsi di tutto.

Ho come la sensazione che tale pronuncia da parte del G7 sia un tentativo di difendersi economicamente dalla Cina senza sembrare protezionisti: ci si nasconde dietro i diritti umani e il gioco è fatto. Per dirla con Biden (dopo la tirata d’orecchie da parte di Mario Draghi e Angela Merkel): la Cina è nostra antagonista sui diritti umani, ma economicamente rimane un partner importante. La sostanza rimane però immutata. In ogni caso, l’accordo raggiunto, secondo molti osservatori e commentatori politici ed economici, inaugura un “nuovo corso” nei rapporti con l’Asia e una rinascita dell’asse euro-atlantico (in realtà mai entrato veramente in crisi, se non per l’isteria dei leader europei che guardavano a Donald Trump come a un parvenu della politica, un volgare arricchito populista che doveva essere contrastato a tutti i costi, anche vendendo l’anima “al Dragone rosso”).

A questa “restaurazione” fanno da corollario le altrettanto dure condanne contro la Russia – la migliore alleata della Cina – pronunciate durante il summit della Nato: ma anche con Vladimir Putin si cerca un dialogo al margine delle condanne, un po’ come con Pechino. La Russia – dice Biden – sta conducendo una politica aggressiva che minaccia la sicurezza e la stabilità globale, e fa sapere all’Europa che gli Stati Uniti ci sono e che l’alleanza transatlantica è più forte che mai. Il messaggio tra le righe indirizzato Putin è chiaro: attento a quel che fai, perché ti teniamo d’occhio. Mai avrei osato pensare che Biden sarebbe stato capace di simili decisioni: anche se quello a cui si è arrivati non è ancora sufficiente, è comunque un buon punto d’inizio.

L’Occidente ha bisogno di essere unito contro la minaccia economica proveniente dalla Cina e contro quella geopolitica proveniente dalla Russia (personalmente, aggiungerei anche dal mondo islamico, che come la Cina ha saputo mettere radici in casa nostra seppure in maniera diversa). La nostra civiltà, i nostri valori e la nostra economia sono a rischio: dunque dobbiamo reagire e difenderci. Tuttavia, la reazione non può essere solo la pratica di un “mezzo protezionismo” contro le merci cinesi o di una condanna bonaria alla Russia: non sarà questo che li fermerà. Forse ho una visione idealista, ma non posso non pensare che l’Occidente debba rispolverare il vecchio isolazionismo americano e farne la sua politica ufficiale.

Il grande difetto dell’Amministrazione Trump fu proprio questo: riscoprire l’isolazionismo americano senza pensare che esso avrebbe potuto essere esteso a tutto l’Occidente, anche grazie all’influenza statunitense. Come può un liberale guardare con favore ai dazi? Se viene messa a rischio l’esistenza stessa della civiltà che al liberalismo ha dato i natali la cosa diventa non solo coerente, ma finanche necessaria: non si tratta di fuggire la competizione, ma di difendere i propri valori, di sopravvivere. Come può un liberale essere contrario alla cooperazione economica con realtà importanti come la Cina e la Russia? Libertà è anche non voler intrattenere relazioni con chi si comporta in maniera sleale cercando di destabilizzare e sottomettere il suo partner: il prezzo del libero scambio non può essere la crisi di quell’Occidente che del liberalismo è patria. Quindi, avanti tutta e speriamo bene.

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IL PUBBLICO MINISTERO DA EDUCARE ALLA LEGALITÀ

Il pubblico ministero da educare alla legalitàLo premetto subito: Fabio De Pasquale, procuratore aggiunto di Milano e il suo collega Sergio Spadaro credo proprio non abbiano per nulla dolosamente occultato la registrazione che, se depositata in atti, sarebbe stata un aiuto per i difensori dei dirigenti Eni, accusati di corruzione internazionale in Nigeria. Eppure, per questa omissione entrambi sono indagati dalla Procura di Brescia.

Orbene, allo stato non abbiamo prove di un loro comportamento intenzionalmente scorretto e preordinato a danneggiare le difese. Tuttavia, il fatto rimane certo e indubitabile: è assodato cioè che quella registrazione è rimasta nei cassetti della Procura mentre avrebbe dovuto transitare nel fascicolo del Tribunale chiamato a decidere il caso. Infatti la sentenza del Tribunale, mandando assolti tutti gli imputati, ha definito “incomprensibile” quella omissione.

Che dire allora di fronte alla giustificazione dei due pubblici ministeri, i quali – sorpresi dalle critiche ricevute – hanno candidamente affermato di non aver ritenuto quella registrazione rilevante dal punto di vista processuale? Da dire c’è una cosa di rilevantissima gravità politica e istituzionale: oggi in Italia diversi pubblici ministeri (non tutti ovviamente), in perfetta buona fede, si comportano con assoluta spregiudicatezza, ritenendo di essere i soli depositari della verità e che perciò loro possono tutto e il contrario di tutto.

Ma non è colpa loro. Appena vinto il concorso e ancor prima di assumere le prime funzioni, essi vengono letteralmente bombardati in modo continuo e crescente da ammonimenti, insegnamenti, lezioni, esemplificazioni, indicazioni, tutti senza eccezione destinati a far loro intendere che loro, e soltanto loro, sono i difensori della legalità e della compagine sociale contro la criminalità e che a questo compito devono rimanere fedeli a qualunque costo. Se a questo bombardamento pseudo-pedagogico si aggiunge la sovraesposizione mediatica di alcuni di essi – complice una stampa ed una opinione pubblica che, seguendo i fatti di cronaca nera come si trattasse di un film, non vede l’ora che i “buoni” arrivino a punire i “cattivi” – allora si capisce dove si possa giungere.

Si giunge ad una sorta di ipertrofia dell’ego – di cui essi neppure si rendono conto – in forza della quale, costoro (lo ripeto, non tutti, per fortuna) si sentono investiti di una funzione più sacra che profana – in quanto salvifica – e perciò tale da giustificare ogni abuso, anche quello di non far conoscere alla difesa elementi ad essa favorevoli. E se lo fanno, quando lo fanno, il bello è che neppure ne sono consapevoli, infarciti come sono di idee come quelle sopra esposte, a scorgere l’assurdità delle quali basterebbe una sola considerazione. Il loro ministero, infatti, non è privato, ma “pubblico”: ciò vuol dire che essi non sono al servizio di nessuno – neppure dello Stato – ma unicamente della giustizia e che perciò son tenuti a tutelare egualmente la posizione delle persone accusate. Questo nelle leggi vigenti viene precisato, ma nella realtà accade rare volte. Tanto che, quando si vede che il pubblico ministero in mancanza di prove chiede l’assoluzione dell’imputato, ci si stupisce, avvezzi come si è ad un atteggiamento ostinatamente e pregiudizialmente a lui avverso.

Che fare allora? Un’opera di autentica educazione alla legalità verso costoro pare indispensabile da condurre, anche se paradossale: chi si comporta in modo troppo spregiudicato, come fosse il padrone delle leggi, ha perso il senso stesso dell’identità del proprio ruolo. Anche perché l’origine storica della figura del pubblico ministero risiede nella necessità di offrire un presidio al cittadino contro possibili abusi da parte della Polizia giudiziaria in ambito investigativo. Ma se colui che deve proteggere dagli abusi li commette lui stesso, e per giunta in buona fede, cioè senza neppure avvedersene, siamo messi davvero male. Che ne dice il ministro Marta Cartabia?

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I CHIERICI DI SINISTRA GENERANO SUPREMATISMO E RAZZISMO ANTI-OCCIDENTALE

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I MERITEVOLI

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 4 persone e il seguente testo "1 Giugno 2018. Tre anni fa nasceva il governo conte Salvini Di Maio. Oggi c'e il Governo Draghi. Tutta un'altra storia, meno male. Viva l'italia MateoToum ALTERNATIVARIFORMISTA"Dunque, dopo il “mandato zero” – quello che non si conta; quello, come dicono i bambini dopo aver sbagliato un lancio di dadi, che “rifò” – ecco il terzo mandato per meritevoli e competenti.

Tralasciata l’insormontabile difficoltà nel coniugare il concetto di competenza con gli eletti del Movimento 5 Stelle, c’è da chiedersi quale sarà il parametro di valutazione della meritevolezza. Le parole utilizzate descrivono e qualificano chi le pronuncia, c’è poco da fare; soprattutto quando ad utilizzarle è (guarda caso) proprio colui che, seppure non da solo, esprimerà il giudizio.

Vediamo un po’: è meritevole chi ha detto che il delitto da doloso si fa colposo? Competente non è di certo; meritevole, forse. È meritevole chi voleva l’impeachment del capo dello Stato che faceva uso delle sue prerogative costituzionali? Incompetente, di sicuro; meritevole anche, ma di una pernacchia.

Mi fermo qui. Per amore di Patria. Non prima di avere detto che non è vero che i grillini sono come tutti gli altri. Sono peggio(ri). Sono imbarazzanti.

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IL CONTISMO IN POLLOLE: Per l’ex avvocato del popolo il nuovo Per l’ex avvocato del popolo il nuovo Movimento 5 Stelle sarà tutto e il contrario di tutto. Ovvero il nulla.Movimento 5 Stelle sarà tutto e il contrario di tutto. Ovvero il nulla.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "Il Contismo in pillole: -non saremo né un partito né un movimento, ma avremo una razionalità organizzativa -non siamo né garantisti né giustizialiÈti, ma eticamente rigorosi non avremo ne mandato zero ne il limite dẹi due mandati: premieremo i meritevoli. Martino Loiacono ATALIA riformista"

Per l’ex avvocato del popolo il nuovo Movimento 5 Stelle sarà tutto e il contrario di tutto. Ovvero il nulla.

Praticamente piano piano cercheremo di essere un partito, oppure un movimento oppure qualche cosa che somigli ad un partito e un movimento, e poi se quei coglioni degli italiani abboccano va bene se no ci inventeremo un altra presa per il POSTERIORE. Questa è la strategia di Giuseppi. Un film tragicomico messo in atto da un comico e il suo apprendista stregone . Povera Italia che misera fine con queste carogne al governo.Come quando guidava (si fa per dire ) il paese . Poche idee e tutte confuse . Un bluff….questo o quello per me pari son…e infatti disinvoltamente ha governato (si fa per dire) prima con la Lega e poi con il PD? È “bravo” a parlare e non dire niente, ottimo a fare “fumo con la manovella”.In pratica nessuna strategia politica. Il nulla assoluto. Parole al vento! Lo ha descritto pure il Conte senza accorgersi e volerlo, il nulla del Movimento 5 stelle del futuro. Se lo dice lui nel suo stile ci crediamo. Tutto si azzera negli opposti, anche in natura e in matematica quindi non c’e’ speranza. Si fottano.Chi più ne ha più ne metta chiacchiere tante fatti pochi e niente.

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La risposta straordinaria di Isabella a Giuseppe Conte. I bolognesi non sono cavie, sono persone per bene!

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "Per Conte la nostra città è solo un banco di prova per equilibri nazionali. Ma i bolognesi non sono cavie. Siamo un popolo di persone per bene che scelgono con saggezza la migliore proposta per Bologna. ISABELLA CONTI"Bravissima ottima risposta, mi continuo a meravigliare del PD ma come si può essere così idioti!  Ahi ahia ahia Giuseppi, hai capito? Le persone non sono cavie sono esseri umani ed i bolognesi sono un popolo superbo che non si lascia abbindolare da quattro chiacchiere seppure forbite. Ma sono solo parole vuote. Capito, avvocato? Questo va bene per gli stolti.

Le persone per bene, competenti, educate provocano solo l’orticaria ai populisti grillini che sono specializzati nei vaffa e…..la colpa è sempre degli altri!  Con la Conti non si fanno verifiche ne cavie, si promuove un programma che deve essere poi messo in campo e non a fronte di una coalizione sperimentale che a rimetterci potrebbero essere i cittadini. Era chiaro il messaggio. Ovvio che poi scelgono gli elettori.BOLOGNESI: Non vi immischiate con Conte e i 5stelle e PDIOTI per favore…difendete Bologna senza compromesso al ribasso, basta pregare i PDIOTI 5stelle …Mi chiedo che senso ha partecipare alle primarie se la logica è quella delle epurazioni. Non è più logica la conta direttamente alle amministrative.

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