CERTA STAMPA ITALIANA È IL CANCRO PIÙ DIFFICILE DA ESTIRPARE! GENTAGLIA SPREGIUDICATA E VISCIDA DISPOSTI A TUTTO SENZA DIGNITÀ E SENZA ATTRIBUTI!!! SCHIFEZZE UMANE!!!Ho tanta paura che il nostro valoroso guerriero faccia una brutta fine! Dobbiamo supportarlo in tutti i modi!

Visualizza immagine di origineQuanto è vero l’epiteto la Verità Vi renderà Liberi , siamo a buon punto almeno una parte della Popolazione lo sta comprendendo , questo miscuglio di parte è stato assoldato per fare la guerra fredda alla Democrazia , insomma più chiaro di così ? A reti unificate scelgono in accordo chi perseguitare addirittura !Gratteri parla a noi che dovremmo capire e agire, BOICOTTARE LA STAMPA BUGIARDA!!! la frase non indica indagini ma considerazioni che poggiano indubbiamente su fatti….e sottolineo “indubbiamente”. Oltre all’autorevolezza di Gratteri c’e’ il panorama dell”editoria legata a doppio filo con politica e imprenditoria….soldi e potere ! SERVE APRIRE GLI OCCHI. Ma molti li chiudono, come le orecchie e la bocca delle tre scimmiette.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "L'accusa di Milena Gabanelli: "Siamo un paese di gomma, informazione intimorita"- Se racconti la verità la tua carriera è finita!! Milena Gabanelli"

Da una testimonianza raccolta dal Giudice Gratteri, i direttori delle testate italiane più importanti, alla sera si sentono per mettersi d’accordo “sul titolo da dare il giorno dopo“.
Lo fanno perche’ hanno un padrone a cui rendere conto e, mentre tradiscono la professione e ingannano i lettori-cittadini, stravolgono il senso di democrazia nel Paese.
Alimentano il consenso verso i corrotti; sminuiscono i danni della mafia nascondendo dalle notizie i veri protagonisti degli intrecci criminali e diffondono discredito verso chi cerca di intaccare l’illecita rete.
Per questo, Nicola Gratteri ha sapientemente
detto che “bisogna pulire il Paese dai politici corrotti e dai giornalisti compiacenti”, perche’ e’ il sodalizio piu’ pericoloso, piu’ infido e piu’ infame.
Senza queste figure, la mafia si sarebbe gia’ sgretolata perche’ sono loro che la tengono in vita.
Oggi piu’ di ieri…i magistrati le leggi le devono applicare non confezionare..La mafia è un sistema parallelo e alternativo allo stato e un sistema di natura capitalista, non lo potrà mai eliminare perché è parte di se stesso! Detto questo, nel momento in cui tutte le maggiori testate giornalistiche sono finite nella sfera della Fiat, nessuno, e dico nessuno ha neanche protestato. Quando eliminarono l’Unità, voce del dissenso di sinistra, nessuno ha proferito una parola. Ed ora ci vengono a dire che i giornali sono stipendiati e non fanno informazione corretta? e lo dicono proprio i magistrati, coloro che le leggi le devono applicare? Questo è un paese in cui non cambierà mai nulla, se non con una sana e combattuta rivoluzione, ma per farla occorre una classe consapevole che non ha alternative, una avanguardia intellettuale e politica, che sappia il percorso, ed abbia idee chiare e sane. Di conseguenza non c’è nessuno dei due fattori e allora non ci resta che cercare di cambiare qualcosa ma io oramai sono scettico! PER: Sconfiggere la mafia significa, togliere dalla politica molti magistrati, togliere gli aiuti di stato a tutti i giornali, tutti i faccendieri di qualsiasi tipo, ceppo, stragrande maggioranza di avvocati e via dicendo…. insomma una cosa impossibile…. purtroppo di Gratteri ce n’è uno solo….Ma il cittadino , in realtà vuole avere la pancia piena, prima di redimersi, guardate quanto sta passando in sordina la riforma dei concorsi pubblici di Brunetta… scandalosa, ma “tiramm innanz” (tra disinteresse e luoghi comuni) su un tema tanto importante..

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Il Conte minato e dimezzato.Da quando ha lasciato Palazzo Chigi, si fa fatica a seguirne le tracce.

Visualizza immagine di origineIl Conte dimezzato.Da quando ha lasciato Palazzo Chigi, si fa fatica a seguirne le tracce.

Giuseppe Conte sembra annegato nel brodo primordiale da cui era emerso tre anni fa. Da quando ha lasciato Palazzo Chigi, si fatica a seguirne le tracce. Azzerati gli incontri pubblici, rarefatte le esternazioni. Per costringerlo a prendere carta e penna, il direttore della “Stampa” Massimo Giannini ha dovuto rimproverargli una gestione disastrosa della politica estera, con la Libia regalata ai turchi. Allora si è scosso dal suo torpore. L’altra settimana ha scambiato un po’ di chiacchiere col nuovo segretario Pd, Enrico Letta, che a tratto “Sensazioni positive” per la sua segreteia,e cercare di raccimolare forse qualco voto , ma nulla di più.

Per confermare la propria esistenza in vita, Conte si è collegato un paio di volte con i parlamentari grillini. Si aspettavano il verbo, invece è lui che se lo attende da loro. Lancerà una “campagna di ascolto” prima di tracciare la nuova rotta. “Siamo in dirittura d’arrivo”, ha promesso. Ma intanto le settimane passano, il popolo pentastellato freme e l’ex premier non mostra alcuna fretta di assumere con decisione il ruolo di capo politico che Beppe Grillo gli aveva affidato a metà febbraio. Che cosa diamine starà aspettando? Per caso il ritorno di Di Battista?

UNA SEMPLICE SPIEGAZIONE|Semplicemente perche non ha nulla da dire. non ha mai avuto nulla da dire. non ha mai avuto nulla da dire, a dispetto dell’immagine del Grande Statista che gli è stata ritagliata non ha mai avuto una posizione sua, si è sempre accodato a quella che gli consentiva di mantenere il potere, fosse quella del Movimento, della Lega o del PD. inoltre è sempre stato insofferente al confronto democratico: essendo stato piazzato lì dall’alto, non ha mai dovuto confrontarsi e dibattere con nessuno, si è sempre atteggiato a figura super partes e istituzionale. ora non c’è da stupirsi se cerca di mantenersi tale e non capisce che in una democrazia la legittimazione non deriva né dai sondaggi né dalla narrazione di Casalino, ma dal dibattito e dal confronto alla pari con le altre forze politiche.

Certo ora:La caduta fa sicuramente male,ma la vera domanda è : ha la stoffa di leader ? Ho seri dubbi.Inoltre di fronte al galeone squassato dei pirati grillini.l’impresa di farne una nave decente è assai ardua,non si sa da dove cominciare… come e con chi.E pensare che Letta ci conta….su Conte ,aggiumgiamo.Il fatto  che Conte politicamente e`una nullita. Non e` capace. Bravo dell`emettere una quantita` impressionante di banalita`, di cliche`, di retorica avvocatesca, di giri di parole, di luoghi comuni, di astrazioni, ma e` come chiamare l`idraulico perche` la casa e` allagata e sentirsi fare discorsi sulla precessione degli equinozi o sul profumo delle rose a maggio. Si nasconde semplicemente perche` non sa che pesci pigliare. Certo, bisognera` trovargli un ruolo. Lo vedrei come bibitaro in pochette al Senato. O come apritore di porte quando arrivano in visita ministri o capi di stato.

Per carità, ci siamo liberati dell’inconpetenza al potere, lasciatelo dov’è.Il piacione dalla faccia “onesta” che piace tanto alle casalinghe con bassa istruzione e affini è la mediocrità fatta persona.E tra l’altro proprio per tale mediocrità è amato, dal popolo poco istruito che ha in antipatia i “competenti”.Li stessi che appena sanno cos’è la BCE e chi era e cosa ha fatto Draghi con quel “whatever it takes”.Gente approssimativa e qualunquista che disprezzo sinceramente.

Conte serve solo al pdìoti, che necessita di un grillismo dal volto umano che purtroppo non esiste, imbrigliato com’è in un fuoco incrociato di minacce e ricatti sotto i quali chi rischia di soccombere è proprio Conte, nel suo ingrato ruolo di foglia di fico.
I cinquestelle sono destinati a sparire. Per la sfortuna del piddì ma per la fortuna dell’Italia e del mondo.
Il pdiotì se ne faccia una ragione e si cerchi da sé i propri voti.
Quelli degli uomini, possibilmente, come usava un tempo. Non quelli dei sedicenni.

 

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Denunciate Cairo e la proprieta del FalsoQ per diffamazione e stalking.Dai MEB fallo chiudere quella fogna di giornale richiedi un bel risarcimento danni che così chiude tanto non c’è Conte Tacchia che gli può prestare i nostri soldi!

Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone e il seguente testo "Noi siamo stati motore del cambio di Governo e pensiamo che sia stata una scelta giusta per il Paese MARIA ELENA BOSCHI #ITALIavIVa"Meglio mettere un velo sul nostro giornalismo, che anche per questo periodo di Pandemia, la sola cosa che ha saputo fare è diffondere il terrore sanitario fra la popolazione che nn è in grado di discernere fra il vero ed il falso. Non ti curar di lor, ma guarda e passa, diceva il sommo Poeta.Ma hai ragione Ragione ragione ragione Ragione ragione BASTA BASTA CON QUESTI CIALTRONI.Travaglio e compagnia ragliante pensano di fermare le idee e la libertà col fango, più né vomitano più si affossano e più dimostrano la loro disonestà. Le querele sono la miglior via per difendersi dalla vigliaccheria.

“Il Fatto Quotidiano apre il proprio giornale con un presunto scoop che definire ridicolo o assurdo è riduttivo.
Non ho mai parlato con la persona che Il Fatto Quotidiano oggi presenta in prima pagina, né ho risposto ai suoi continui messaggi. E del resto questa stessa persona – priva per quanto io sappia di alcun ruolo e potere – si lamentava perché neanche rispondevo alle sue considerazioni: del resto ricevo sul telefono, via email, sui social centinaia di messaggi da sconosciuti privi di alcuna credibilità sugli argomenti più disparati.
Trovo surreale che mi si attribuiscano le opinioni di chi mi scrive e che si definiscano colloqui dei messaggi senza risposta.
Quanto alle mie posizioni sul governo Conte esse sono state sempre pubbliche e ufficiali, a cominciare dai vari incontri con l’allora premier a Palazzo Chigi e dalla mia partecipazione alla delegazione ufficiale di Italia Viva nelle consultazioni al Quirinale con il Presidente Mattarella prima e poi nelle consultazioni con i presidenti Fico e Draghi. Quello che pensavo della crisi l’ho detto in tutte le sedi istituzionali e nelle numerose interviste rilasciate.
Confondere le allucinazioni con gli scoop significa che alcuni organi di informazione vivono purtroppo una crisi profonda che mi dispiace, come cittadina e come sostenitrice di una informazione di qualità. Mi riservo, ovviamente, di tutelare la mia immagine nelle forme e nelle sedi più opportune.

MA LA REALTA ! ED E QUELLO CHE A QUESTI NON GIORNALISTI E PERO PERSONE PICCOLE  DANNO UN FASTIDIO IMMENSO E CHE ITALIA VIVA “Noi siamo stati il motore del cambio di Governo Conte/Draghi e pensiamo che sia stata una scelta giusta per il Paese. Basta vedere la reazione dei mercati all’arrivo dì Draghi: il valore delle nostre aziende in Borsa è aumentato e lo spread è sceso facendoci risparmiare soldi pubblici. Non c’è dubbio che con Draghi ci sia stato un cambio di passo sulle vaccinazioni rispetto al governo Conte con il quale abbiamo accumulato ritardi. Ora però, se i dati continuano a migliorare, dobbiamo pensare alle riaperture non solo delle scuole ma anche di ristoranti e teatri. Mi auguro che il cambio di passo visto sui vaccini, si veda anche sull’economia a cominciare dal sostegno alle imprese” E LE PERSONE IN MALAFEDE DISONESTE INVIDIOSE LASCIAMOLE ROSICARE,  Maria Elena Boschi

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Arriva la sentenza mortale sul reddito di cittadinanza

LaPresse

È uno degli effetti collaterali più sottaciuti e meno discussi del Reddito di Cittadinanza che, oltre a collezionare fallimenti come misura in sé, si sta traducendo sempre più in una bega da gestire per i Comuni. Come dimostrano i Progetti utili alla collettività (PUC).

Gli aiuti che avrebbero dovuto “abolire la povertà”, è bene ricordarlo, nascono con lo scopo di erogare un sostegno temporaneo a cittadini in cerca di occupazione (o almeno in parte) i quali, grazie al supporto dei navigator e dei Centri per l’Impiego, dovrebbero trovare un lavoro, vero, nel giro di alcuni mesi, 18 mesi, rinnovabili fino a 36. I condizionali sono tutti d’obbligo, poiché, il Reddito grillino continua a inanellare tragicomici disastri. Dalla totale assenza di selezione dei profili con effettiva necessità che ha comportato l’erogazione di soldi pubblici a migliaia di persone che oltre a non averne diritto sono “già impegnate” in attività tutt’altro che legali (e di nuovi casi ne emergono con cadenza quasi quotidiana), ai misteriosi navigator pagati dalla collettività che sono diventati “pienamente operativi” con oltre un anno di ritardo, fino all’effettiva carenza di posti di lavoro che rendono di fatto impossibile collocare i percettori di reddito.

La pandemia non ha certo aiutato (anzi, durante l’emergenza Covid i percettori del RdC sono aumentati del 12%), vista l’emorragia occupazionale che sta colpendo centinaia di migliaia di attività e che per molti versi non potrà far altro che peggiorare. Ma che il Reddito di cittadinanza si stia rivelando un colossale, dispendioso e prevedibile fallimento lo certificano i numeri, con le sole 220mila tra offerte di lavoro e opportunità formative fornite dai navigator a fronte di circa 1,23 milioni di maggiorenni tenuti a rispettare il Patto per il Lavoro firmato con i Centri per l’Impiego. Già, perché ovviamente non tutti coloro che incassano l’assegno statale sono effettivamente “impiegabili”, anche se di mansioni ne fioccassero. I firmatari del Patto, infatti, sono tutti i componenti maggiorenni delle famiglie percettrici che non siano già occupati e che non frequentino un corso di studio. Gli altri (come over 65, o persone con problemi di salute di varia natura, o genitori soli etc.) sono comunque inglobati nella misura pur non essendo impiegabili.

Per provare a negare la natura totalmente assistenziale ed elettorale del Reddito, durante il Governo Conte I è stata approvata una misura integrativa, quella dell’attivazione dei Progetti utili alla collettività, appunto, che sono a carattere comunale. Si tratta di iniziative “socialmente utili” da svolgere in favore della comunità come la pulizia dei parchi, o l’assistenza a persone fragili, o la sorveglianza nei pressi delle scuole, o il contributo al decoro urbano etc. I criteri per la realizzazione di questi progetti sono stati fissati dal Conte II (con decreto ministeriale 22 ottobre 2019), ma dopo un anno e mezzo su un totale di oltre 8mila Comuni italiani ne sono stati attivati in meno di 1500. A inizio del 2021 risultavano in fase di svolgimento meno di 5000 progetti, 3,5 in media a Comune tra quelli che li hanno avviati. Le persone impiegate sono una manciata: 5/6mila al massimo.

Ora i sindaci stanno dando via a una corsa contro il tempo per attivare più PUC possibile, ma è evidente che si tratti di un modo come un altro da parte del Ministero del Lavoro (oggi è Andrea Orlando, ma la genialata spetta a Luigi Di Maio) per scaricare le incombenze sugli enti locali. Perché per un Comune si tratta di un onere spaventoso, sotto diversi punti di vista: ideazione dei progetti, profilazione dei candidati, (altre) risorse da spendere in modo diretto o indiretto avvalendosi di cooperative, impiego di personale comunale che dovrebbe assistere direttamente alle attività e soprattutto riportare le eventuali criticità (infortuni, assenze, problematiche di varia natura).

Inoltre, se da un lato l’intento dei PUC sarebbe quello di offrire ai percettori del Reddito pentastellato la possibilità di potenziare le proprie capacità, professionali e umane, molti dei progetti che risultano attivi al momento consultando la piattaforma GePI sono praticamente equiparabili al volontariato, col piccolo particolare che a partecipare a progetti simili i Comuni possono già schierare: firmatari del “Patto per l’Inclusione Sociale”, richiedenti asilo, membri del Servizio Civile Nazionale, ex percettori di ammortizzatori sociali, ex detenuti e cittadini ammessi a misure alternative alla detenzione.

Senza peraltro il contributo del Terzo settore, che il decreto ministeriale definisce “auspicabile”, vista anche la natura dei progetti, ma al momento totalmente assente. Le organizzazioni per il sociale, difatti, sommano lo scetticismo per le collaborazioni con la pubblica amministratore, non fosse altro per via della montagna di burocrazie necessarie, alla percezione che le realtà impegnate socialmente possano essere considerate in modo del tutto strumentale.

Così, a doversi occupare di programmazione, raccordi con i nuclei familiari, predisposizione di bandi, stipula di convenzioni e assicurazioni, formazione, tutoraggio, acquisto dei dispositivi di protezione, predisposizione di schede e via di seguito restano i singoli assessori alle politiche sociali, caricati di attività che necessitano non solo di personale e fondi, ma che vanno spesso a sottrarre risorse ad altri compiti. Il Reddito di cittadinanza quindi, oltre ad essere già costato 9 miliardi di euro, col tassametro che continua a correre, non sta affatto risolvendo il problema della disoccupazione né tantomeno quello della povertà. Perché i poveri aumentano, i posti di lavoro diminuiscono e tutto ciò che si sta creando è un esercito di nuovi lavoratori socialmente utili.

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Draghi, la Turchia la Libia e i cantori della realpolitik.

Draghi, la Libia e i cantori della realpolitik

L’italia e tutti i paesi europei hanno la difesa della vita ed il rispetto della dignità umana nelle loro costutuzioni. Anche per questo tanti vogliono venire da noi. Dobbiamo cercare di rispettare questi valori ma non possiamo farli rispettare in tutto il mondo… il problema dei migranti non ha una soluzione immediata. L’unica cosa dignitosa da fare sarebbe subordinare la collaborazione con i regimi nordafricani ai loro investimenti in scuole, ospedali, acquedotti, fognature etc. E poi un progetto condiviso per far uscire l’africa dalla guerra e dalla povertà. Purtroppo tanti paesi che si dicono democratici supportano ancora oggi guerre e gruppi armati vari per poter accedere alle risorse del continente africano. Basta vedere cosa accade in libia… Perché non si chiede di pagare i costi per dotare gli africani di acquedotti fogne ospedali e scuole ai paesi che hanno destabilizzato e rifornito di armi i paesi africani per poi prenderne il gas, petrolio, metalli ed altre risorse??

Ma altolà. Iniziamo proprio dalla Turchia: non mi pare affatto che stia “contenendo” la Russia, anzi l’esatto contrario. Dagli acquisti militari agli interessi in Siria, Russia e Turchia sono MOLTO, troppo vicine. In realtà la Nato non caccia i turchi a pedate proprio per paura che Putin inizi ad installare basi sotto la Grecia, altro che! Per quanto riguarda l’Europa, che sembri non gradire affatto, vi inviterei a prendere ad esempio il marketing e le grandi fusioni aziendali degli ultimi vent’anni. CHI SI UNISCE SOPRAVVIVE. Chi si divide è meno efficace. Pensare di affrontare le sfide globali (come la competizione con l’Oriente) con il potere contrattuale dei singoli Stati significa essere molto, molto più sognatori del sottoscritto.

PERCHE!La Turchia di imponente ha solo la fanteria. In un conflitto serio con i russi (o francesi o britannici ecc.) durerebbero meno di un cerino acceso sottovento. Erdogan “si serve della Nato”? Erdogan è un ganassa che ruba un po’ di formaggio, e nulla più. Ecco perchè andrebbe STRIGLIATO a dovere, cosa che prima o poi non è escluso succeda visto  che Donald Crodino Trump ora è fuori dai piedi. Per l’economia UE: ha fatto bene Draghi e concordo. Ma il marketing parla chiaro. Se Disney e Marvel si fondono, se Renault e Nissan si fondono, se Banca Intesa agglomera gli Istituti minori, se i Paesi GCC fanno branco è perchè UN GRUPPO ha sempre più influenza di un singolo. Con buona pace dei sognatori POPULISTI e sovranosti che sognano geopolitiche vecchie di cent’anni.

SI: C’è molto, davvero molto da lavorare. L’Europa degli ultimi vent’anni, dominata dalla destra liberale che in Italia ha visto ben QUATTRO presidenze Berlusconi (applausi a chi l’ha votato) ha perseguito quasi esclusivamente obiettivi economici… del resto, hanno fatto gli interessi della categoria che rappresentavano. Sarebbe invece il caso di riprendersi il suo ruolo POLITICO, con annesse le responsabilità: – accordi bilaterali per i rimpatri, – rilocalizzazione della produzione industriale, – indipendenza energetica, – mozione di espulsione della Turchia dalla Nato, – potenziamento del coordinamento europeo nella lotta al crimine (soprattutto organizzato). MA E SOGNARE, PURTROPPO.

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Italia Viva ci ha tolto di mezzo Giuseppi e la sua corte dei miracoli. Al suo posto è venuto Draghi. Che non è esattamente uno qualsiasi. Quindi nel cambio l’Italia ci ha guadagnato. Il resto sono insinuazioni di bassa lega.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 2 persone e il seguente testo "LANOTIZIA 11 APRILE 2021 "Un milione di voti se cacciate quel cretino di Conte". Report e i messaggi alla Boschi dell'e tesoriere della Lega Ferramonti SCANDALOSO"È vergognoso confondere il delirio di uno sconosciuto che manda messaggi sui social della Boschi e scambiarlo come una notizia, il Fatto Quotidiano che l’ha lanciato si vergogni di fare questa disinformazione spazzatura! Se va avanti così è destinato a chiedere! 

SENTITE COSA DICONO! IO HO VERGOGNA A POSTARLE,MA LE POSTO UGUALMENTE,PER SEMPLICE INFORMAZIONE,E CHE LA GENTE FORSE RIESCE A CAPIRE CHE TIPO D’INFORMAZIONE ABBIAMO IN ITALIA.
BRAVISSIMA la Nostra Mitica M E B ! QUERELA GIA INNOLTRATA

E, ricordo, si era detto “colpo su colpo” …..Quanto improvvidamente e strumentalmente espresso dal pseudo-giornale merita una immediata querela!     PS: La domanda sorge spontanea.Come può essere che una persona tiene un pacchetto di VOTI pari ad un MILIONE? Chi crede che il VOTO sia libero, è un illuso? Perché non si smette di parlare con la cattiveria e si incomincia a dire cose vere e serie?Denunciali!!! Non la devono passare liscia. È un giornale che vive di falsità, rancoroso e giustizialista…

DICONO: Le anticipazioni sulla puntata di Report sono a dir poco esplosive.

Secondo il servizio che andrà in onda domani, l’ex tesoriere della Lega Gianmario Ferramonti avrebbe detto a Maria Elena Boschi che se “buttavano questo cretino di Conte, magari gli davano una mano”. Che tipo di aiuto? “Qualche milione di voti”.

La Boschi, ovviamente, nega. Ma allora come mai Italia Viva, ora che è andato via Conte, non chiede più il MES? Sui ristori, prima chiedeva di accelerare, poi li ha bloccati per tre mesi con Draghi; sul Recovery Plan prima si impuntava, oggi accetta praticamente il testo di partenza scritto da Conte; sulle task force, prima ha attaccato Conte, oggi invece non fiata quando Draghi fa le stesse e identiche cose? Queste incoerenze di Italia Viva sollevano fortissimi dubbi. E sulla vicenda dovrà essere fatta chiarezza.

Ma questa si chiama ossessione !!!E finitela !!!! Quanto devono pagare ancora , queste persone , per essere giovani , brillanti e competenti ? Siamo alla persecuzione più abietta.Si inventano di tutto per continuare a smerciare la loro merda quotidiana, si faccia per una volta sentire la magistratura, in ogni caso querelare sempre!!! Denunciare, denunciare, denunciare! E chiedere grosse somme! Capiscono solo questo! E speriamo che siano ai titoli di coda, che finalmente gli manchi l’ossigeno per respirare. Buttano fango e discreditano pure la stragrande maggioranza di giornalisti che svolgono con onestà il loro lavoro.E vorrei sentire l’indignazione..di qualche giornalista.autorevole.. Buon lavoro M. E. B.per un’altra denuncia. Perche io credo che non si debba permettere ad un giornale di continuare a offendere e a diffamare persone politiche celandosi dietro la liberta di stampa…..questa non è libertà di stampa è libertinaggio è diffamazione e non bastano le querele..ci vuole una presa di posizione dall’organismo dell’associazione giornalisti e prendere in esame la radiazione di tale pseudo giornalaio in virtu delle numerose menzogne continuative e delle numerose querele perse per cui l’editore sta pagando…potrei dire con soldi non suoi visto che ha chiusto 2 mln al governo.OK! Vero e’ che la stampa e’ potere ma quando Si utilizza in modo “sbagliato” per denigrare qualcuno e’ PERICOLOSO NON INTERVENIRE. Liberta’ di INFORMAZIONE NON significa scrivere falsita’ o peggio gratuite cattiverie.BISOGNA INTERVENIRE ATTRAVERSO ORGANISMI ISTITUZIONALI. LE DENUNCE ( TANTE!) SI ACCUMULANO E NON ELIMINANO ALLA RADICE IL ” BUBBONE”.

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Il rischioso gioco ad incastro che tiene sulle spine il governo

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "" Il Governo sta cercando di recuperare suI ritardi del passato: troppi errori nei mesi scorsi, ma adesso dobbiamo pensare solo a correre sui vaccini, il resto verrà affrontato a tempo debito. oTeo Buss @matteorenzinews"Zero polemiche politiche: sono troppi i fronti aperti del governo, su tutti vaccinazione e Recovery, per pensare ad altro. Sarà così fino al 30 aprile.

La tregua è stata sancita nel faccia a faccia di venerdì scorso fra Letta e Salvini: la fase è troppo delicata perché a qualcuno convenga mettere sotto pressione il governo Draghi dall’interno. E se lo dicono i due principali leader che sostengono l’esecutivo, anche gli altri devono adeguarsi.

I prossimi venti giorni saranno decisivi. Con tre fronti a intrecciarsi, e tutti i partiti che rischiano di giocarsi la faccia se qualcosa andrà storto. Il primo fronte è la campagna vaccinale, dove l’obiettivo del mezzo milione di iniezioni al giorno non è affatto facile da raggiungere, e soprattutto da mantenere, in assenza di un regolare afflusso di vaccini da somministrare. Speranza, Figliuolo e lo stesso Draghi rischiano la faccia, se non sapranno garantire i rifornimenti e l’organizzazione per distribuirli.Non a caso stanno cercando di imporre scelte drastiche nella scala delle priorità, stoppando tutti gli under 60 e concentrandosi su anziani e deboli, anche per ridurre il numero ancora troppo alto di decessi. Le regioni sono avvertite: le maglie dell’ultima ordinanza del generale commissario si sono strette, ma non troppo. In presenza di ulteriori furbate, scatterebbe un giro di vite. Il comportamento della Puglia, che apre indiscriminatamente a tutti gli over 60 che si presenteranno, buttando nel cestino il meccanismo delle prenotazioni, è  già sotto osservazione.

Secondo fronte caldo di questo momento è quello delle riaperture, con la piazza che comincia a premere sul governo. Draghi è stato chiaro: il miglior ristoro sarebbe costituito dalla possibilità di riavviare commercio, intrattenimento, turismo. Ma bisogna agire con cautela, basarsi su dati certi. E, guarda caso, persino Salvini si è fatto più guardingo e ripete come un mantra che fra lui e il premier c’è identità di vedute, e che si comincerà a riaprire non appena sarà possibile.

Non c’è ancora un calendario, ma in settimana potrebbe tornarsi a riunire la cabina di regia per verificare se qualcosa possa essere anticipato agli ultimi giorni di aprile, magari i ristoranti a pranzo dove il contagio arretra e le vaccinazioni avanzano. Almeno per dare un segnale, mentre in parlamento si varerà l’ennesimo scostamento di bilancio, onde consentire quel vigoroso “decreto imprese” su cui si sono trovati a parlare la stessa lingua il leader leghista e il segretario del Pd.

Mercoledì è attesa la trasmissione al Parlamento del Documento di economia e finanza, il Def, comprensivo delle indicazioni sullo scostamento di bilancio fra i 30 e i 40 miliardi. Il voto è programmato per il 22 aprile. Ma si tratta solo dell’antipasto della madre di tutte le partite, il Recovery Plan. È la missione per cui il governo Draghi è nato, vietato fallire. La scadenza inderogabile è quella del 30 aprile, entro cui il Piano nazionale di ripresa e resilienza andrà spedito a Bruxelles. Sotto l’occhio vigile del Quirinale, che non ammette sbandamenti, la corsa contro il tempo è iniziata, e gli uffici governativi (soprattutto Palazzo Chigi e via XX Settembre) lavorano giorno e notte a riscrivere dalle fondamenta ciò che Conte e i suoi fedelissimi avevano partorito. Un documento considerato, a Roma come a Bruxelles, carente e lacunoso.

Per quanto le cifre in ballo siano imponenti, sono necessarie scelte drastiche, per puntare su progetti che corrispondano agli obiettivi imposti dal Piano Next Generation Eu, in primis transizione ecologica in campo energetico e spinta alla digitalizzazione. Servono progetti concreti, cantierabili in poco tempo e serve poi mettere in piedi strutture in grado di seguirli e rendicontarli. È una sfida titanica, e nessuno se lo nasconde. Il braccio di ferro fra le differenti sensibilità si preannuncia serrato, ma si giocherà più nei confronti riservati che non con polemiche pubbliche. In gioco c’è l’Italia di oggi, ma anche quella di domani, a 5 o 10 anni.

Quindi, all’interno della variegata coalizione che ha scelto di sostenere Draghi la parola d’ordine è quella di mettere la sordina alle polemiche, almeno sino alla presentazione del Recovery Plan, attesa alle Camere per il 26 e il 27 aprile. Solo dopo quel passaggio i partiti avranno gli elementi per valutare se sostenere Draghi sia stato o no una buona scelta.

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Si chiama Ferragni l’antidoto più efficace al michelamurgismo

Si chiama Ferragni l’antidoto più efficace al michelamurgismo.Conflitto di interessi dichiarato, femminismo sbugiardato, disintermediazione al servizio della mediazione. La forza di Chiara: essere non solo un’icona della moda ma anche un totem dell’antimoralismo

Dici Chiara Ferragni e pensi a mille cose insieme. Pensi alla forza di un nome, pensi alla forza di un’idea, pensi alla forza di un progetto, pensi alla forza di un brand, pensi alla forza di un business e pensi alla forza di un palinsesto costruito negli ultimi tempi quasi esclusivamente su una pagina Instagram. Chiara Ferragni significa mille cose tutte insieme e non c’è praticamente nulla che non si sappia della sua storia: è l’influencer più famosa d’Italia (22 milioni di follower su Instagram), è una delle influencer di moda più importanti del mondo (ogni post pubblicato e sponsorizzato le rende circa 60 mila dollari e solo 64 persone al mondo vengono pagate più di lei per un post), è il personaggio pubblico italiano che vanta il più alto numero di interazioni sui social (l’insieme dei suoi post arriva a sommare qualcosa come 74 milioni di interazioni), è a capo di un piccolo conglomerato di aziende che nel complesso vale circa 36 milioni di euro (Serendipity, proprietaria del marchio Chiara Ferragni Collection, prevede di arrivare nel 2025 a 15,4 milioni di euro di ricavi, con un Ebitda del 44 per cento e un utile netto di 4,4 milioni).

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Nuovo look: Pfizer, AstraZeneca e il tempismo perfetto delle aziende che fanno rebranding

Cambiare logo, immagine e altri dettagli importanti è una strategia che le società possono usare per gestire nuove acquisizioni, creare economie di scala o muoversi in un nuovo segmento di mercato e attrarre nuovi target di consumatori. Oppure, magari, anche per ripulire la propria immagine da qualcosa che non piace.

Le due aziende più chiacchierate del momento sono due colossi del mondo farmaceutico come Pfizer e AstraZeneca. Da mesi, l’attenzione pubblica si concentra soprattutto su di loro e sui loro vaccini. È curioso però che proprio in queste settimane i vertici di entrambe le società abbiano deciso di cambiare qualcosa.Nel caso di AstraZeneca il cambiamento è più contenuto, molto parziale. La multinazionale anglo-svedese, pochi giorni fa, ha deciso di dare un nuovo nome al suo vaccino, Vaxzevria, che in realtà un nome ancora non l’aveva mai avuto: trovare un nome per un farmaco non è necessariamente l’operazione più semplice del mondo – tra valutazioni che devono tener conto di somiglianze con altri farmaci e dei nomi delle sostanze attive che lo compongono e che non deve essere ingannevole rispetto alla composizione e così via.

È logico pensare che nella corsa a cercare la formula giusta, a produrre il farmaco e infine a distribuirlo, l’azienda si sia concentrata solo in un secondo momento sul nome.

Nel caso di Pfizer, invece, la scelta è stata ancora più netta. Lo scorso gennaio, l’azienda ha deciso per un vero e proprio rebranding settant’anni dopo l’ultima volta: la pillola azzurra che inglobava il nome “Pfizer” è stata sostituita da un’elica simile a quella del Dna, posta alla sinistra del nome. E l’operazione è stata lanciata con il messaggio «Science Will Win», che in questo particolare momento suona tanto come se dicesse: «Se vuoi salvare gli esseri umani dalla malattia, chiedi alla scienza».

Il rebranding era in cantiere da un po’, ma l’azienda (probabilmente consapevole della grande attenzione che avrebbe avuto su di sé) ha scelto di cambiare veste proprio a gennaio. «Con il crescente impegno di Pfizer per una scienza rivoluzionaria, per noi è arrivato il momento di aggiornare la nostra identità», ha detto l’amministratore delegato Albert Bourla.

Sally Susman, chief corporate affairs officer di Pfizer ha detto al Wall Street Journal che «è un momento particolare per l’azienda e per il settore e quando si fa un cambiamento d’immagine è importante farlo da una posizione di forza».

Le scelte di Pfizer e AstraZeneca dicono molto del processo che si nasconde dietro un’operazione di rebranding per un’azienda. «È vero che il caso di AstraZeneca è particolare, ma questi due cambiamenti aiutano a distinguere due grandi categorie di rebranding, una più radicale e una più soft», dice a Linkiesta Sandro Castaldo, professore di Trade marketing & Channel management alla Bocconi.

«I rebranding più radicali», dice Castaldo, «di solito si fanno quando c’è un’acquisizione di un marchio. Gli esempi sono quelli delle grandi catene di supermercati o delle compagnie di assicurazione, o anche dei fondi d’investimento. Operazioni che aiutano a creare economie di scala per marketing e comunicazione: è molto più semplice investire in un solo brand».

In altri casi un’azienda decide di cambiare la sua immagine relativamente a un singolo prodotto o a una linea o per riposizionarsi su un nuovo segmento di mercato. Nel settore dolciario lo ha fatto ormai diversi anni fa un’azienda storica come Galbusera, che da tempo ha incorporato nel suo marchio il tema della salute, da quella del consumatore a quella dell’ambiente.

Anche in questo caso, il tempismo è stato fondamentale: «Hanno intuito in anticipo che il mercato del frollino tradizionale era sempre più affollato, mentre quello bio era in crescita. Il fatto di arrivare prima permette a un’azienda di posizionarsi meglio: è il cosiddetto vantaggio di prima mossa che ti rende il riferimento in quel settore», spiega Castaldo.

In ogni manuale di marketing c’è scritto che una grande azienda fa rebranding per raggiungere nuovi consumatori, riposizionarsi, allontanare il proprio marchio dalla concorrenza o tracciare una linea di discontinuità con il passato.

Sono motivazioni che si possono ritrovare, in parte, anche nell’operazione di rebranding messa in atto da Tim nel 2016. Anche una società di telecomunicazioni solida e con un’identità ben definita ha bisogno di aggiornarsi: «L’obiettivo era semplificare l’architettura del brand e l’esperienza del cliente. Inoltre si voleva sia ottimizzare gli investimenti media sia valorizzare il potenziale della convergenza in uno scenario di mercato che vedeva sempre di più la crescita del mobile e dei servizi OTT», dice a Linkiesta Sandra Aitala, responsabile communication & brand development che opera all’interno della direzione Brand Strategy, Media & Multimedia Entertainment di Tim guidata da Luca Josi.

«La sfida», prosegue Aitala, «era quella di riposizionare il brand, conservando le caratteristiche distintive e l’affidabilità di Telecom Italia e valorizzando il portato di modernità di Tim. Alle nostre spalle il percorso di altri grandi operatori Tlc europei: Deutsche Telekom (T Home, rete fissa, e T Mobile entrambe sotto il brand umbrella T), France Télécom con Orange (un solo brand per fisso e mobile) e Telefónica con Movistar».

Ovviamente un’operazione di questo tipo nasconde dei rischi, anche per un colosso come Tim: «In primo luogo il disorientamento della clientela, particolarmente alto nel target di età più avanzata, la perdita di riconoscibilità e lo spaesamento del pubblico interno. Poi la sfida di indirizzare il processo di rebranding in pochi mesi su un numero enorme di touch point e su obiettivi molto eterogenei tra loro; infine, la delicata integrazione tra diversi territori di brand. Tutte queste criticità sono però state risolte con successo e i risultati sono stati molto positivi», dice Aitala.

In alcuni casi il rebranding può essere una strategia per tagliare i ponti con un passato negativo, con una brutta immagine. Lo ha fatto ad esempio nell’aprile del 2017 la compagnia aerea United Airlines, dopo che un passeggero di origine asiatica era stato trascinato con la forza fuori da un loro aereo prima del decollo dalle forze dell’ordine. Il video di quel momento divenne virale e la United scelse di cambiare look poco dopo.

Ma il miglior esempio in materia lo rappresenta probabilmente McDonald’s. Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila la compagnia di fast food divenne il simbolo del junk food, del cibo spazzatura, e il nome dell’azienda sinonimo di uno stile di vita poco salutare.

Da lì nacque l’idea di abbattere e ricostruire da zero l’immagine di McDonald’s, facendo soprattutto una scelta cromatica radicale: lo storico rosso che accompagna il logo è stato sostituito in più parti – soprattutto sulle tovagliette, sulle insegne all’esterno dei locali e in altri punti strategici – con il verde, che invece è associato a un cibo salutare, sano, nutriente.

Poche settimane fa ha fatto una scelta simile il competitor Burger King, al primo rebranding completo dopo oltre vent’anni. L’idea stavolta nasce dalla necessità di coniugare lo stile di vita sano – che magari si traduce solo nella rimozione dalle voci del menu di coloranti, aromi e conservanti e altre sostanze artificiali – con un progetto digital-first, che ridisegna il logo e tutte le immagini del brand per renderle più spendibili sulle diverse piattaforme digitali.

Quando nel 2017 lo fece Asics, il marchio giapponese di articoli sportivi, il rebranding fu una scelta di mercato. Tutto di quell’operazione doveva servire a intercettare una nuova categoria di consumatori: dalla nuova tavolozza di colori – rosa, giallo, verde, viola – del logo a un font più moderno e semplice.

«Volevamo attrarre un pubblico più giovane, ma anche trasmettere la gioia di praticare sport. Altri marchi tendono a essere piuttosto oscuri e intensi, trasmettono un senso di competizione e vittoria. Questo è un antidoto, trasmette una sensazione di divertimento», ha detto Chris Braden, direttore creativo di Bruce Mau Design, lo studio che ha curato l’operazione.

La strategia di Asics va contro il concetto di attenzione al dettaglio tecnologico e ingegneristico del prodotto, e guarda di più a una platea più ampia, al segmento lifestyle, al concetto di mens sana in corpore sano.

A proposito di sport, il rebranding riguarda anche i club professionistici. Negli ultimi anni è capitato più di una volta anche con le società della Serie A di calcio. Anche se, come spiega il professor Castaldo, «nel caso di una squadra di calcio è un concetto diverso di rebranding, in quanto non è legato esclusivamente alla vendita di un prodotto fisico, ma piuttosto al legame con i tifosi, con gli appassionati di calcio in generale e con l’idea di attrarre un pubblico diverso».

A gennaio 2017 la Juventus aveva svelato il suo nuovo logo. Lo aveva definito «un segno forte, essenziale e inconfondibile». Il nuovo simbolo della Juventus si è evoluto in chiave moderna secondo una linea di semplificazione, con una rinuncia ai segni grafici tradizionali e al simbolo della città di Torino.

«È un logo sviluppato con i principi con cui si costruisce un’icona globale per questi tempi: capace cioè di esprimersi con forza in qualsiasi contesto fisico o digitale. Soprattutto, è un logo che si lascia con coraggio alle spalle i conformismi degli stemmi calcistici», avevano spiegato dal club bianconero.

Ha fatto lo stesso il mese scorso l’Inter, che ha presentato al mondo il suo nuovo brand “Inter Milano”, con il logo “IM”, che gioca sia sulla contrazione inglese “I’m” sia sulla forza della città, che rappresenta di per sé un brand riconoscibile e spendibile in tutto il mondo.

Anche in questo caso il messaggio della società è stato chiaro, con la volontà di esplorare nuove vie di mercato, cercare di stabilire un contatto con nuove fasce di spettatori e arrivare in ogni angolo del globo. Che dopotutto è, proprio come nel caso dei rivali di sempre della Juventus, una mossa di mercato indispensabile per qualsiasi club di calcio che vuole raggiungere l’eccellenza.

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Correnti non coerenti. Porti chiusi, taxi del mare, no vax e altri punti di riferimento fortissimi che il Pd non dovrebbe ignorare

Visualizza immagine di origineLa riflessione sul futuro della sinistra sembra dimenticare le notizie di cronaca che in questi giorni ci ricordano cosa è stato il governo gialloverde e cosa sono, tuttora, i Cinquestelle.

È primavera, stagione in cui a sinistra, ovunque si posi lo sguardo, si può vedere sbocciare, se non un nuovo partito, come minimo una nuova corrente, che ovviamente «non sarà una corrente», semmai «un’area di pensiero plurale» (come da ultimo ha ripetuto ieri al Corriere della Sera Goffredo Bettini, a proposito della sua, che sarà battezzata dopodomani). Area di pensiero cui si accompagnerà perlomeno, potete scommetterci, un nuovo manifesto, capace di suscitare – e all’occorrenza resuscitare – un largo dibattito, un’ampia riflessione, un confronto di idee, naturalmente anch’esso ricco e plurale.Le grandi questioni del nostro tempo che saranno al centro di tale sforzo di pensiero, con cui si misureranno certamente politici autorevoli e intellettuali di chiara fama, meritano attenzione da parte di tutti, specialmente in quella decisiva giuntura in cui la grande questione del nostro tempo interseca, sollecita e giustifica la concreta scelta politica del loro partito.

Pertanto, come piccolo contributo alla maturazione di tale importante riflessione collettiva, che intende ovviamente guardare al futuro, mi permetto di segnalare certi piccoli problemi del presente.

Breve riassunto di alcune vicende di cronaca accadute negli ultimi giorni.
Prima notizia. La settimana scorsa il ministero della Giustizia guidato da Marta Cartabia ha inviato gli ispettori alla procura di Trapani, dove a chiusura dell’inchiesta sulle Ong e sulle loro attività di salvataggio in mare (inchiesta in corso da ben quattro anni) sono state depositate pagine e pagine di intercettazioni di giornalisti, nessuno dei quali indagato, mentre erano a colloquio con le loro fonti, e in un caso persino di una giornalista che parlava col proprio avvocato.

Per farla breve, si tratta di una delle tante inchieste, finora sempre finite nel nulla, tese a dimostrare la teoria che per comodità potremmo riassumere nello slogan a suo tempo coniato da Luigi Di Maio: «Ong taxi del mare».

Come infatti capita spesso in Italia – non so se ci avete mai fatto caso – certe campagne partono come inchieste giornalistiche e proseguono come inchieste giudiziarie, al tempo stesso alimentate e strumentalizzate dalla politica, pure quando, essendo basate sul nulla dal punto di vista fattuale, finiscono nel nulla anche dal punto di vista giudiziario (sarebbe interessante sapere dai numerosi e inconsolabili sostenitori di sinistra del governo Conte, convinti che il passaggio al governo Draghi abbia segnato una drammatica svolta a destra, se pensano che Alfonso Bonafede, Guardasigilli nel precedente esecutivo, sarebbe stato altrettanto sollecito nell’intervenire, e in quale direzione).

Seconda notizia. La procura di Catania – quella di Carmelo Zuccaro, altro protagonista delle inchieste contro le Ong, beniamino del Movimento Cinque stelle e del Fatto quotidiano – dopo avere proposto più volte l’archiviazione con analoghe motivazioni, ha sostenuto in parole povere che sul caso Gregoretti Matteo Salvini non può essere accusato di sequestro di persona perché avrebbe agito di concerto con l’intero governo, a cominciare dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte (ovviamente ai tempi del governo gialloverde).

Terza notizia. Dopo settimane di martellamento da parte dell’infaticabile Luciano Capone sul Foglio, che gliene chiedeva giustamente conto, il procuratore Nicola Gratteri ha spiegato sabato a Repubblica che la sua prefazione a un libro intitolato “Strage di Stato: le verità nascoste della Covid-19“ nasceva «da un abstract non del tutto corrispondente» al contenuto del volume, e in cui «non c’era nessun riferimento ai vaccini, né a un complotto internazionale a matrice ebraica, secondo categorie culturali utilizzate da negazionisti e no vax, di cui tra l’altro nel libro non c’è traccia».

Replica degli intervistatori: «Si parla di un colpo di Stato globale, di riprogrammazione sociale possibile grazie al Covid. Di nuovo ordine mondiale gestito da Gates, Soros, Rockefeller. Lei si dichiara estraneo a queste tesi?». Risposta: «Certamente: la mia prefazione è assolutamente neutra, sarebbe bastato leggerla per escludere ogni collegamento».

Se capisco bene: sarebbe bastato leggere la prefazione per escludere ogni collegamento con le tesi contenute nel libro che la prefazione presentava, a cominciare, si direbbe, da quella contenuta nel titolo: «Strage di Stato». E va bene, escludiamolo. Restano ben evidenti i collegamenti tra le teorie sopracitate dei due autori del libro, tra i quali un magistrato, e tutto il noto circuito politico-editoriale che sul Movimento Cinque stelle, e su simili magistrati, fa perno.

E solo chi abbia passato gli ultimi dieci anni in qualche altro Paese può ignorare come siano stati proprio i grillini, molto prima e molto meglio dell’estrema destra, a portare al successo in Italia tutta la delirante paccottiglia no vax, le teorie cospirazioniste di matrice razzista-antiglobalista (tipo piano Kalergi), il complottismo anti-Soros e anti-ong, cioè anti-migranti (e antisemita), senza mai dimenticare la diffusione online dei Protocolli dei Savi di Sion da parte di un loro senatore, Elio Lannutti (il quale, dopo lo scandalo e la conseguente denuncia da parte della comunità ebraica, è stato dai Cinquestelle proposto, fortunatamente senza successo, per guidare la commissione Banche).

Quarta notizia. Il consiglio di presidenza del Senato non ha potuto votare la proroga del vitalizio (leggi: assegno pensionistico) a favore di Ottaviano Del Turco, perché Lega e Movimento Cinque stelle hanno fatto mancare il numero legale, pur di impedire un provvedimento richiesto «per motivi umanitari», considerate le drammatiche condizioni di salute di Del Turco.

Al riguardo i componenti Cinquestelle hanno dichiarato in un comunicato: «Si era deciso di sospendere la revoca fino a che non fosse arrivata la nomina dell’amministratore di sostegno, cosa che è avvenuta il 18 marzo scorso. Non c’è alcuna ragione perché si faccia eccezione rispetto a quanto previsto dalle regole vigenti, le quali stabiliscono che di fronte a una sentenza definitiva di condanna il vitalizio viene revocato. La solidarietà umana, che condividiamo appieno e che non deve mancare mai, non c’entra nulla con l’osservanza di quanto disposto da una delibera».

Ha scritto in proposito Luigi Manconi in una lettera al Foglio: «La motivazione, ridotta all’osso, dell’accanimento contro Del Turco va letta come l’affermazione di un deforme e perverso “principio di uguaglianza”. E questo la dice lunga sulla sostanza schiettamente populista e reazionaria della cultura del M5s e della Lega (ricordate le nequizie del governo giallo-verde?)».

Nel caso in cui a sinistra qualcuno se le fosse dimenticate, magari anche per l’eccessivo affaticamento delle meningi, in questa stagione di grandi riflessioni su destini e strategie delle forze democratiche, mi auguro che le notizie qui riportate aiutino a recuperare la memoria. Non tanto per ricordarci chi sono i Cinquestelle (ce lo ricordano continuamente loro, come si vede), quanto per ricordarci chi siamo, o dovremmo essere, noi.

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