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Un tempo si diceva: “Il malato ha preso un brodo”.

Regionali, Zingaretti: "Pd primo partito, ora aprire tre cantieri: riforme, Recovery fund e sanità"Zingaretti: “Pd primo partito, ora aprire tre cantieri: riforme, Recovery fund e sanità”

Il segretario dem sulla Val D’Aosta: “Disponibili a governare con autonomisti”. E sottolinea: “Sommate le percentuali, le forze di maggioranza arrivano al 48,7%, il centrodestra è al 46,5%”. Rilancia lavoro, scuola, green economy, infrastrutture: “Abbiamo le risorse, ora bisogna passare ai fatti”

Lo spavento è stato tanto..ma in una nazione di vecchi difficile cambiare la testa nelle roccaforti,dove c’è una storia da raccontare ,e quindi tanto di cappello a quel 40% della Toscana destra….Resta comprensibile dopo la strizza,l’esaltazione che corre oltre la realtà….Primo partito?,,,si va beh ma io parlo a tutti perchè i grillini intendano..e poi ci sono quelli che già mi scavano la fossa…dovete capirmi…primo? beh..secondo..Ma mi pare di vedere un entusiasmo ingiustificato. i numeri vanno presi con le molle ci sono liste civiche (vedi Zaia e Toti) che spostano di molto i dati dei partiti. Detto questo sicuramente Zingaretti e il PD escono rafforzati da questo voto.S Zingaretti esce rafforzato da queste elezioni pur avendole formalmente perse, ma tutto ciò sarà ben presto dimenticato. il Paese si aspetta che il Governo fornisca agli Italiani dei risultati concreti e percepibili, si aspetta che i soldi di RF e probabilmente del MES siano spesi oculatamente per far ripartire il Paese e per ammodernarlo nei settori in cui ha accumulato ritardi rispetto ad altri partner europei e mondiali. In politica i festeggiamenti durano un massimo di due o tre giorni. Perciò.Non posso dire bravo a Zingaretti fintanto che non vi saranno fatti concreti che vanno in direzione del miglioramento della vita degli Italiani. Il PD, se vuole tornare ad essere un grande partito, deve dare il suo contributo nel Governo di cui fa parte per il popolo e non piegarsi a novanta gradi verso i demagogici grulli, Il non aver troppo perso non è un elemento che mi motiva troppo.

 

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Di Maio nasconde la batosta dei 5 stelle alle regionali dietro il risultato del Referendum.

L'immagine può contenere: una o più persone, il seguente testo "flussi coNNessi Riformismi Digitali FUNERALE POLITICO PER STELLE. GIOIA e RIVOLUZIONE Gruppo fb dei Riformisti digitali"

“Uno vale uno, no TAP, no TAV, no Trivelle, referendum sull’Euro, abbiamo sconfitto la povertà(!!!), mai col PD, Bibbiano-Bibbiano, di Salvini ci si può fidare(!!!), no oltre i 2 mandati(!!!), ogni casalinga potrebbe fare il Ministro meglio dei ministri”… In politica estera il MoVimento 5 Stelle è passato  dalla vicinanza con i gilet gialli  a Di Maio ministro degli Esteri (e ho detto tutto)… queste e altre belle amenità alla prova dei fatti si sono sciolte come neve al sole. Ora nel MoVimento imperversa la guerra fra bande, sotterranea e nascosta, che è l’antitesi della casa di vetro promessa da Grillo e compagnia. La si faccia finita di trattare gli Italiani da poveri decerebrati, scegliete chi e cosa volete essere . Un po’ di coraggio: fate il Congresso e contatevi, perché il “non siamo di destra né di sinistra” oramai ha fatto il suo tempo.

Un Suggerimento per i dirigenti M5S. Smettete di consultare i soli iscritti, quando volete dargli le responsabilità delle vostre scelte. Una delle ragione per cui avete perso 8 milioni di voti, sta nel fatto che, quando eravate opposizione, per avere quei voti, avete promesso tutto ed il suo contrario, a tutti.  Ma quando poi si governa, si deve  scegliere. A quel punto anche gli elettori che avete deluso, hanno scelto di non votarvi. Questo per dire che, non si devono fregare gli elettori. Ma si devono convincere. Ora fate le vostre scelte politiche e sottoponetele all’elettorato e non solo a quei 4 iscritti che avete. Dopodiché alcuni elettori andranno, ma  a quelli che arriveranno dovete dimostrare d’essere disposti a collaborare con altri, se volete contare. E non solo contare poi, i milioni di voti persi.

PS:Certe cose bisogna dirle prima che gli eventi precipitino. M5S è stato dato in mano ad un suo miracolato dal PD che, nella precedente legislatura, nonostante il puerile ed arrogante rifiuto di qualunque dialogo, aveva omaggiato il Movimento con una Vice-presidenza alla Camera dei Deputati, dandogli una grande visibilità. Messo alla prova dell’esperimenta governativa ha mostrato tutti i suoi limiti in termini di preparazione e capacità politica permettendo a Salvini di sottrargli elettori, una vera cannibalizzazione.Del resto M5S non poteva non pagare il prezzo del passaggio, dal vergognoso insulto e dalla comoda protesta, al Governo, senza contare i vari momenti in cui ha tradito le sue stesse parole d’ordine,  a partire dal “mai alleanze”  per andare a fare un Governo con la Lega.

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Illusioni ottiche.Tutti dicono di aver vinto, ma l’unico che sorriderà fino al 2023 è Giuseppe Conte

Illusioni ottiche.Tutti dicono di aver vinto, ma l’unico che sorriderà fino al 2023 è Giuseppe Conte.

Di Maio esulta per un Sì scontato, il Partito democratico salva la Toscana, e Meloni si prende le Marche. Ma l’Italia del 21 settembre 2020 è sempre stra-divisa e ciascun partito ha le sue ferite da leccarsi. Ecco perché l’esecutivo demogrillino può galleggiare tranquillo.

Come al solito tutti dicono di aver vinto: Luigi Di Maio porta a casa un Sì scontato, la destra prende una regione in più, il Partito democratico sventa l’attacco alla Toscana ed è ben messo in carreggiata, Giorgia Meloni si prende una regione (Marche), a Silvio Berlusconi va bene tutto, persino Matteo Renzi festeggia il suo amico Eugenio Giani.

Poi vai a vedere meglio e capisci che nei dati ci sono diverse illusioni ottiche. In generale, l’Italia del 21 settembre 2020 è sempre stra-divisa e ciascun partito ha le sue brave ferite da leccarsi: che è esattamente la ragione per cui il governo di Giuseppe Conte può galleggiare tranquillo, visto che la spallata della destra proprio non riesce e che Pd e M5s stanno benissimo accucciati nei loro divani, e se il governo non ce la dovesse fare sarà solo per colpa sua e non per il protagonismo dei partiti. Il quadro politico è dunque destinato a restare fermo per non dire stagnante, al netto delle possibili diatribe sul rimpasto.

Il Partito democratico ha certamente mostrato una capacità di resistenza che non si prevedeva, dopo mesi e mesi di scarsa iniziativa politica autonoma. Nicola Zingaretti ha retto molto bene anche grazie a una efficace drammatizzazione della situazione in cui è arrivato persino a evocare il pericolo del fascismo creando un clima che ancora risveglia antichi riflessi.

Ma a dirla tutta il Pd si prende Campania con un Vincenzo De Luca venato di caudillismo e soprattutto la Puglia con un Michele Emiliano che davvero con la storia del Pd non ha da tempo nulla da spartire. Resta che la leggendaria “alleanza strategica” con il M5s o non esiste o dove esiste va maluccio, come in Liguria: dalla buona performance del Pd si ricava semmai che la strada giusta sarebbe quella di lavorare su stesso, mantenendo fede alle promesse fatte illo tempore dallo stesso segretario, «cambierò tutto». Ecco, adesso che abbiamo la dimostrazione della sua esistenza in vita, al Pd corre l’obbligo di aprirsi, rinnovarsi, prepararsi a guidare uno schieramento riformista in grado di battere la destra alle prossime elezioni. Se invece si siederà sugli allori di una relativa vittoria, accontentandosi della nuova solidità della sua segreteria, continuando a sperare negli errori degli altri e coltivando il potere per il potere avrà perso una occasione storica.

La destra perde smalto. Al netto della valanga-Zaia (la cui lista personale surclassa quella della Lega), balza agli occhi che Matteo Salvini non vince più. Come abbiamo già scritto, dal Papeete in poi assomiglia sempre più a un loser: fallita la spallata in Emilia, gli è andata malissimo anche in Toscana. L’unico governatore in più che va alla destra è della Meloni. Al Sud continua a non toccare palla. Questo “fattore S” (Salvini) può diventare una palla al piede: e scommetteremmo che Meloni, e anche Berlusconi, glielo faranno votare. Si è aperta dunque una competizione per la leadership del centrodestra, in una coalizione che resta forte ma con qualche evidente segno di precoce logoramento.

I grillini come partito sono in crisi. Evidentissima. Forse oggi il M5s è più vicino al 10 che al 15%. Sono una cosa sempre più evanescente, se non fosse per una certa confidenza con il potere. Ma è probabile che debbano cedere qualcosa (il Meccanismo europeo di stabilità?) e che il tempo dell’egemonia nel governo è alle spalle.

Loro s’intestano la vittoria del Sì al referendum, primo tassello di uno svilimento dell’istituto parlamentare secondo il disegno allucinato di Gianroberto Casaleggio e invece raccontato da Di Maio e Zingaretti come tappa iniziale di un serio processo riformatore. Il popolo ha detto Sì a questo impianto e poco importa stabilire quanto abbiano giocato in questo la pancia e la demagogia. Ma va evidenziato che il No ha combattuto a mani nude una bella battaglia e quasi un italiano su tre l’ha riconosciuta come valida. È una base per costruire qualcosa di nuovo.

Anche il riformismo ha di che riflettere: le performance di Italia viva e +Europa sono tutt’altro che esaltanti. C’è tutta un’area che fatica a ritrovarsi nei partiti attuali e attende una nuova offerta politica. È un percorso non facile e probabilmente non breve. Ma al momento è l’incognita a regnare su quest’area.

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Italia, casamatta dei demagoghi.La favolosa sconfitta del No e la battaglia antipopulista che continua

Accedere al Mes è più conveniente dei buoni del tesoro proposti da Salvini  - Linkiesta.itItalia, casamatta dei demagoghi.La favolosa sconfitta del No e la battaglia antipopulista che continua.

Di Maio festeggia, Conte e Zingaretti hanno passato la nottata, Salvini non potrà dare la spallata al governo, i liberal democratici escono con le ossa rotte. Non ci sarà nessuna stagione di riforme e non saranno rispettate le promesse sui decreti sicurezza e sullo ius culturae. La sfida adesso è non sprecare il piano Marshall europeo ideato dai pochi leader lungimiranti dell’Unione, in attesa che qualcuno riesca a rappresentare quelli che resistono al declino.

Come previsto, il Sì antipolitico ha stravinto il referendum costituzionale per la riduzione dei parlamentari anche se con un margine meno plebiscitario rispetto alle condizioni di partenza, grazie anche a una vivace campagna social del No e alla palese vergogna che provavano quelli del Sì ad argomentare un’iniziativa nata in ambienti eversivi per scatenare la rabbia e il risentimento verso i partiti.

Le regionali sono state una specie di pareggio tre a tre, a quanto sembra, tra coalizioni squinternate che ricordano le squadre colabrodo del maestro Zeman. Il governo è salvo, Conte e Casalino hanno passato la nottata. Zingaretti temeva il cinque a uno e invece ha portato a casa un buon risultato, sia pure con presidenti come Emiliano e De Luca che non sono esattamente dei suoi. Salvini non potrà dare l’agognata spallata e il fronte liberal democratico è uscito con le ossa rotte in Puglia, così come – ed è la seconda volta dopo l’Umbria – l’alleanza strategica Pd-Cinquestelle in Liguria. 

Luigi Di Maio è l’unico che può legittimamente fare il giro d’onore del campo di gioco, assieme a Marco Travaglio, con lo scalpo dei politici da poter offrire in dono alla folla assatanata di vendetta. Il Pd & The Reformists ora finalmente potranno dedicarsi a quello che hanno promesso di fare un anno fa, ma che hanno sempre rinviato alla settimana successiva, come si fa con la dieta senza carboidrati, e cioè potranno porre i famosi correttivi alla legge elettorale e ai regolamenti parlamentari, pena la tenuta, come dicono loro stessi, della democrazia rappresentativa, e poi naturalmente abolire i decreti sicurezza di Salvini, più la Quota cento e infine far diventare italiano chi è nato, ha studiato, vive e lavora nel nostro paese. Sono passati oltre trecento giorni da quelle promesse, ma c’è stata la pandemia e le priorità politiche comunque erano comunque quelle dettate da Fofò Dj di farci diventare la Germania dell’Est con le intercettazioni e i trojan, il Venezuela con panettoni, abiti e rete digitale di Stato, e provincia di Rousseau decurtando il Parlamento dei suoi rappresentanti. 

Tutte le altre cose, dalla prescrizione alla spazzacorrotti a tutte le altre porcate da mozzorecchi, possiamo darle per perse, ma avendoci fatto cabasisi di una notevole dimensione sull’accelerazione riformista che il taglio dei parlamentari avrebbe avviato nel paese in teoria ci dovremmo aspettare una stagione di riforme bellissime, il sequel dell’anno bellissimo promesso non ricordo più se dal Conte uno o dal Conte due, come se ci fosse una differenza sostanziale tra Conte e Conte. 

Naturalmente non ci sarà nessuna stagione di riforme, figuriamoci, e forse è anche meglio così perché conoscendoli potrebbero fare danni ulteriori dopo la mutilazione del Parlamento e l’abolizione della prescrizione, magari del genere di quelli preannunciati su Twitter dal responsabile economico del Pd, Emanuele Felice nel paese delle meraviglie, secondo il quale il reddito di cittadinanza è una figata pazzesca che non va criticato ma semmai ampliato ed esteso anche alle famiglie numerose e agli immigrati (forse intendendo per immigrati gli extracomunitari o magari i clandestini, vai a sapere, in ogni caso auguri). 

Nonostante la favolosa sconfitta di chi ha provato a difendere la politica, anche quella analfabeta, la battaglia contro il declino populista dell’Italia non può e non deve fermarsi. C’è da difendere le fondamenta del nostro paese, arrivato causa Covid al capolinea delle sue contraddizioni: adesso abbiamo una sola possibilità per evitare il default economico e sociale e non possiamo sprecare il piano Marshall europeo preparato dai pochi leader lungimiranti e non nazionalpopulisti dell’Unione per sostenere la ricostruzione post pandemica delle infrastrutture, per la transizione green e digitale del sistema produttivo e per il ripensamento della sanità pubblica grazie al Mes. 

In attesa che qualcuno riesca a rappresentare quel trenta-quaranta per cento di italiani che quattro anni fa hanno provato a riformare il paese e fino a ieri hanno cercato di attenuare l’assalto populista alla democrazia rappresentativa.

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L’analisi sul Referendum, nelle periferie ha vinto il sì e in centro e al Nord il no: divisi gli elettori Pd

Referendum taglio parlamentari. L'analisi di Luciana Cusimano e Marcello  Catanzaro a sostegno del NO - Castelbuono .OrgI risultati del referendum raccontano un’Italia divisa esattamente in due, di lungo e in largo. Lo evidenzia un report dell’Istituto di studi e ricerche Cattaneo.

NORD E SUD – Al Nord l’affluenza è stata maggiore, ancora di più in quei comuni in cui si è votato sia per il referendum sia per le Regionali. I numeri parlano del 63,7% di affluenza dove si votava anche per le regionali, 48,2% per quelli in cui si votava solo per il referendum. Per il No hanno votato soprattutto il Nord e le grandi città, nonostante il taglio penalizzasse la rappresentanza in parlamento soprattutto del Sud.

CITTA’ E PERIFERIE – Il fronte del No ha vinto soprattutto nelle grandi città, mentre nei piccoli centri il sì è andato per la maggiore. Il sì ha vinto anche a Roma, Milano, Torino, spinto soprattutto dalle immense periferie, ma il centro storico delle città ha premiato il No. Nei tre capoluoghi infatti il No spopola nei centri storici e nei quartieri più borghesi, sebbene il Sì abbia vinto.

NEI PARTITI – Nelle grandi città gli elettori del M5s si sono dimostrati compatti sul sì, invece l’elettorato PD si è scisso tra sì, no e astensionismo ma il Sì ha convinto addirittura un elettore su due, al contrario dello scenario immaginato dai dirigenti che prevedeva una base dilaniata. Anche gli elettori di centro-destra hanno sostenuto la riduzione dei parlamentari, tranne quelli di Forza Italia. Anche Fratelli d’Italia e Lega si sono espressi a favore della riduzione dei parlamentari. I due terzi dell’elettorato leghista ha votato sì: solo un elettore su sei del Carroccio si è opposto alla modifica della Costituzione. Hanno votato sì anche gli elettori del partito di Giorgia Meloni. Forza Italia, invece, è il più incerto: dubbi tra il no e il non-voto. Sono stati pochi o addirittura nulli gli elettori che hanno votato sì. A Napoli, Torino e Brescia il 50% dei berlusconiani si sono rifugiati nel non-voto.

REFERENDUM 2016 E 2020 – Ci sono altre differenze sostanziali anche tra gli ultimi due Referendum costituzionali: quello del 2016 targato Renzi-Boschi e quello 2020 targato M5s. Chi aveva bocciato la proposta del 2016 ha in larga parte aderito alla riforma per la riduzione dei parlamentari. Al contrario, la maggior parte di chi aveva appoggiato il cambiamento della Costituzione voluto da Matteo Renzi ha in gran parte bocciato il taglio dei parlamentari. Chi si era astenuto quattro anni fa tendenzialmente si è nuovamente astenuto.

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E ADESSO? PANNA MONTATA Un gran rumore, ma novità zero.

francescodegregori #rumorediniente #degregori #cantautore #musica #rumore  #niente #domenica | Modi di dire italiani, Citazioni casuali, Citazioni  sarcastiche
Fuffa. Panna montata. Bolla mediatica. Per settimane, martellante, ossessiva …
Poi però si contano i voti e si scopre che, per modificare davvero la realtà, fortunatamente ci vuole di più che un coro di baccanti che elevano peana (mi perdoni il sommo Gianni Brera …).
Giani in Toscana ed Emiliano in Puglia (Regioni in bilico, testa a testa, all’ultimo voto, elezione-fine-di-mondo, …) vincono con 7-8 punti di vantaggio sulle destre. Più o meno come Bonaccini in Emilia-Romagna a gennaio. Con o senza sardine.
 
Ma la prossima volta sarà uguale. E poi ancora, fino a quando però capita che la bolla scoppia e il mondo si becca un Donald Trump.
Giochi pericolosi, sulla pelle della democrazia e soprattutto sulla pelle dei cittadini che ambirebbero (non tutti, ne sono conscio) a poter scegliere liberamente, senza essere martellati né talvolta subornati dai maestri palesi o occulti della comunicazione.
La democrazia è un oggettino delicato, fragile, non adatto ad essere sballottato di qua e di là. Richiede coscienza, informazione ed anche un po’ di formazione, altrimenti diventa una riffa selvaggia, dove il più furbo vince tutto il cucuzzaro.
Capisco che è illusorio, che la realtà vera è dura da digerire, ma in fondo i cittadini che pensano non sono pochissimi, e a loro spetta la responsabilità di tenere viva la fiammella delle libertà civili, della democrazia, del riformismo. Sono élite? Può darsi, ma se si parla di qualche milione di persone, allora è proprio una bella élite… da curare, da proteggere, da sviluppare. Non è aristocrazia, non è solo una congrega di fumosi intellettuali, è popolo. Sarà pure minoranza, ma non è una riserva indiana.
Il problema, come al solito, è andare al potere, trovare le parole per convincere qualche altro milione di persone che si può fare, si può cambiare strada. Bisogna costruire una proposta ampia. Il riformismo non è solo roba da convegni …!
 
Il M5S canterà vittoria per il referendum e Di Maio si sentirà come Giulio Cesare che torna dalle Gallie: ma che altro possono fare? Se fossero onesti, se fossero…, capirebbero che la loro proposta anticasta non è affatto diventata “senso comune”. Molti milioni di persone (gli oltre sette del NO più almeno una metà dei SI, che hanno votato per disciplina di partito o nella speranza di avviare un ben più profondo processo di riforme, e siamo in tutto a più di quindici) non si bevono le loro panzane sulle “poltrone” occupate da parassiti di Stato.
Nelle regionali i grillini hanno preso una batosta incredibile, sono ridotti a percentuali da una cifra; non ne parleranno, loro e i loro corifei, glisseranno, ma lo sanno, eccome se lo sanno che è così. Si aggrapperanno al 70% del referendum (diciassette milioni) e sarà divertente vedere quanti esimi e severi commentatori “indipendenti” si rifiuteranno di dar loro corda su questa ennesima panzana …
 
Il centrosinistra può tirare un respiro di sollievo, ma breve, tenue, non di più, perché i problemi sono ancora tutti lì.
Senza un raggruppamento, che sia una coalizione ampia o un Partito ampio, non si vince. Il 2023 non è dietro l’angolo, ma guai a non capire adesso che bisogna prepararsi in tempo.
Il PD deve essere capace di avere altre ed alte ambizioni, Italia Viva deve capire che può fare il grillo parlante (cosa che Renzi e i suoi fanno indubbiamente molto bene), ma deve inserirsi in un discorso più ampio, e così Calenda, Bonino, Speranza, Verdi, e cespugliame vario. Come è del tutto evidente da almeno vent’anni, o si vince (e poi si governa ordinatamente) insieme o si perde. E si perde di brutto di fronte alla destra più scalcagnata ed improponibile che si sia mai vista in Europa. Roba da vergognarsene per l’eternità.
 
Sursum corda! Alla faccia dei catastrofisti, questo tornante è passato senza catastrofi: ben altri problemi ora ci attendono. Non perdiamoci d’animo: non siamo soli nell’universo Italia: qualcuno aspetta, spera, lavora, si sbatte per andare avanti. È ora di riprendere un incitamento passato un po’ in disuso. En marche!
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GRILLINI IN FILA DIETRO IL LORO FERETRO .Già ora non contano più niente, ma il destino già scritto è quello di sparire, tutti.

La notte in cui è morto il M5S | Elezioni Umbria 2019I due maggiori perdenti sono Salvini e la piattaforma Rousseau. Il primo era convinto di  fare un gran botto, forse aveva già pronto, ben stirato, l’abito scuro per salire a palazzo Chigi, invece dovrà starsene su qualche piazza a mangiare panini che nemmeno un elefante. Doveva conquistare la Puglia e la Toscana, ma ha fallito. Zaia, governatore del Veneto, ben più misurato e educato, gli è passato davanti cinque volte e gli insidia la leadership. Questa elezione doveva essere la consacrazione di Salvini. Invece sembra il suo funerale.

L’altro grande sconfitto, si diceva, è la piattaforma Rousseau. Si tratta di una sorta di demenza infantile, concepita da Casaleggio padre e abbracciata dal figliolo. In breve: un server al posto del parlamento. Il Parlamento si scolora, poca gente e quattro soldi. Al loro posto un bel server (magari piazzato nella  cantina dello stesso Casaleggio: volete aumentare l’Iva o l’IRPEF?  La gente risponde e si decide.

E’ un’idea talmente geniale che non è mai venuta a nessuno. La più grande democrazia del mondo (gli Stati Uniti) andrà a votare nei prossimi giorni e lo farà nei modi tradizionali: seggi, elettori che arrivano, schede nell’urna, conteggio. E via.

Adesso a elezioni fatte, il server di casa Casaleggio può servire ai bambini per giocare. E la politica sarà quella solita, colloqui appartati in ristoranti fuori  mano, contrattazioni (un sottosegretario in cambio della presidenza Alitalia?).

Il destino dei grillini, al di là delle fantasie, è questo. Esattamente come la vecchia kasta.

Con un peso in più: tutti sanno che stanno morendo. In media nazionale hanno meno del 10 per cento, li ha superati persino la Meloni, che molti ritenevano un’anticaglia, un relitto dei tempi passati. In realtà, sono già morti i grillini: stanno seguendo, compunti e disciplinati, un funerale, ma ignorano che dentro la bara ci sono loro. Grillo, orgogliosamente, l’elevato fino a qualche giorno fa, se ne sta in villa e fa finta di non sapere niente. Più che altro consulta gli avvocati per una causa miliardaria che gli ha intentato Renzi e dove è soccombente.

Su tutto questo insieme di pasticci il premier Conte regna e governa fino a quando lo vorrà.P.S.= Qualcuno mi ha chiesto un giudizio sulla performance elettorale di Italia Viva, cioè di Renzi. La stessa domanda fu posta, molti anni fa, agli scissionisti del Psi, che avevano appena preso il 3 per cento, e erano molto contenti. La risposta del saggio fu: si tratta di vedere se è un massimo o un minimo. In quel caso era un massimo. E il Psiup è sparito. Renzi? Si vedrà nei prossimi mesi.

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Una bella notizia.

Una bella notizia.
La Polizia Postale ha identificato e denunciato l’essere ignobile che da un profilo falso aveva insultato Lucia Annibali su Facebook, definendola “misera infame” e complimentandosi con l’ex fidanzato della donna condannato a 20 anni di carcere per averla sfregiata con l’acido.

Il minchione che che si vergognava della propria identità (come dargli torto) è un uomo di 53 anni resistente a Roma e ora passerà un sacco di guai.

Bene così.

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Scendiamo per un attimo sul piano ignobile del politicantismo borghese e andiamo a vedere cosa sta combinando l’indegno ceto politico con questo referendum che si sta dimostrando sempre di più come un vero capolavoro di demagogia

 

Appunti sparsi sulla demagogia populista che ci sommerge – La Voce di New  York

Scendiamo per un attimo sul piano ignobile del politicantismo borghese e andiamo a vedere cosa sta combinando l’indegno ceto politico con questo referendum che si sta dimostrando sempre di più come un vero capolavoro di demagogia. Se vince il SÌ vince il governo perché vincono i partiti che lo sostengono, ma vince anche la cosiddetta “antipolitica” che altro non sarebbe che la prosecuzione dell’ordinaria politica parlamentare borghese per mezzo di figuranti-urlatori privi di qualsiasi progetto politico ma del tutto assoggettati alle necessità di sopravvivenza del capitale. Se invece vince il NO, prevale la difesa dell’attuale assetto del parlamento facendo prevalere una linea di maggiore continuità istituzionale, anche se questo questo indebolirà ulteriormente il governo a favore delle opposizioni della destra sempre estrema e fanatica. Non è un caso che destra e sinistra borghesi si intreccino e adottino posizioni politiche dettate dalla mera contingenza e dalla accanita ricerca di consensi in un’opinione pubblica imbonita da media ultrareazionari. Il risultato di questa prassi seguita da tutti i partiti parlamentari senza alcuna eccezione è una radicalizzazione cumulativa verso destra. L’establishment borghese si rivela sempre più come un partito unico borghese diviso in tante correnti. Questo spiega come ormai da qualche decennio si parli genericamente di “politici” senza connotarli in base all’orientamento politico. Un tempo riferirsi al ceto politico parlando di “politici” connotava chi usava questo termine come un qualunquista privo di cultura politica. Oggi è diverso perché i luoghi in cui si esprime la massima incultura politica sono proprio quelli in cui è più presente il ceto politico, cioè i “politici” prodotto e fattore del qualunquismo borghese.

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NEMMENO QUESTA VOLTA MI AVETE STUPITO.

Albert Einstein: 132 frasi celebri - Avere SuccessoNEMMENO QUESTA VOLTA MI AVETE STUPITO.

Se non vado errato le proporzioni del referendum hanno rispecchiato la percentuale di analfabeti funzionali in Italia. Nonostante questo la percentuale dei NO è solo merito nostro, i partiti, anche quelli per il NO, si sono vergognati di prendere posizione, solo +Europa era per il NO.

Ancora una volta niente di nuovo sotto il sole del bel paese, tutto come avevamo previsto, i dispiace solo per quei tanti che ancora credono alle favole e che Babbo Natale porta i regali.

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