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Boschi: “È la crisi la priorità, non la legge elettorale”

Onorevole Maria Elena Boschi perché avete cambiato idea sul proporzionale, che era il primo punto dell’accordo firmato il 7 ottobre 2019 dai capigruppo di maggioranza, quindi anche da lei?
«Noi siamo da sempre per il maggioritario a doppio turno. È una battaglia che facciamo fin dalla prima Leopolda ed era uno dei punti cardine della discussione sul referendum del 2016. Dunque noi non abbiamo certo cambiato idea, il documento cui lei si riferisce era una richiesta del Pd per accettare di votare il taglio dei parlamentari. Oggi però la priorità dovrebbe essere la lotta alla disoccupazione. Pensiamo ai posti di lavoro, non ai collegi».

Renzi tuttavia un paio di giorni fa sul Germanicum ha aperto: significa che il testo, in dirittura d’arrivo in Commissione, si può votare in Aula prima del referendum? Zingarettl e Di Maio dicono che i tempi ci sono…
«L’apertura di Renzi è un gesto di buona volontà da parte di Italia Viva: noi vogliamo concentrarci sull’economia da rilanciare, non sulla legge elettorale. In Commissione tuttavia non è stato adottato ancora il testo base. E chi conosce i lavori parlamentari sa che questo rende difficile votare in Aula prima del 20 settembre».

C’è chi dice che se avete mutato opinione è perché i sondaggi di lv sono deludenti e l’obiettivo è abbassare la soglia di sbarramento dal 5 al 3%. È quel che volete?
«Esattamente il contrario. Se pensassimo al nostro interesse sposeremmo il proporzionale. Noi chiediamo il maggioritario, pur essendo un partito stimato ancora basso nei sondaggi, perché per noi prima viene l’interesse dell’Italia, poi l’interesse di Italia Viva. A ogni modo, continuare a fare politica pensando solo ai sondaggi è il segno del trionfo populista. Noi abbiamo cinquanta parlamentari e ci presentiamo alle elezioni in sei regioni tra un mese. Scommetto che avremo un risultato decisamente migliore delle attuali rilevazioni».

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Rosato: “Una nuova legge elettorale sarebbe una forzatura. La priorità sono i soldi alle aziende”

In vista del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, il dibattito sulla riforma della legge elettorale si fa sempre più accesa, ma per il capogruppo di Italia Viva alla Camera, Ettore Rosato, «non è la priorità».

Onorevole Rosato, la discussione sulla legge elettorale sembra in una fase di stallo, dettata anche dai tentennamenti di Italia Viva. Che succede?
La verità è che stiamo lavorando su una legge elettorale che servirà nel 2023. Mettersi a farla oggi durante la più grande crisi economica che sta caratterizzando i nostri tempi è una cosa che risulta incomprensibile fuori dalle mura dei palazzi. È una discussione molto divisiva ma vale la pena mettersi a litigare davanti al paese su una legge elettorale che dovrebbe entrare in vigore nel 2023? Io penso di no. Ci troviamo per la prima volta dopo anni su una legge elettorale che non trova nessun pezzo dell’opposizione, neanche piccolo, consenziente.

Beh ma Forza Italia, con Renato Brunetta, ha fatto delle aperture anche importanti. Come le giudica?
L’apertura di Forza Italia è un bene. Tuttavia le parole del presidente Brunetta non rispecchiano il voto di Forza Italia in commissione. Sono parole che apprezziamo perché il dialogo con Forza Italia e con altri pezzi dell’opposizione è positivo ma la loro posizione è esattamente il contrario di quanto dimostrato nei fatti.

È d’accordo sul fatto che con il sì al referendum l’effetto delle attuali regole del gioco creerebbe un vulnus costituzionale?
No, anzi mi sono stupito di fronte a queste obiezioni. Le leggi elettorali si cambiano con una maggioranza semplice e se una legge elettorale per il 30% maggioritaria, come il Rosatellum, mette in discussione la nostra democrazia a causa del taglio dei parlamentari, allora non bisognava tagliare i parlamentari. Qualsiasi maggioranza politica può cambiare la legge elettorale e ricordo che proprio il Rosatellum è stata la legge elettorale che a voto segreto ha avuto il più largo consenso della storia repubblicana. Cambiarla con una legge votata solo da una ipotetica risicata maggioranza è veramente una forzatura. Ribadisco che il nostro modello elettorale è il maggioritario, che dà certezze alle istituzioni a prescindere dal numero di parlamentari. Posto che abbiamo questa preferenza, sul resto discutiamo con serenità.

State cercando di prendere tempo per ottenere posti in più in un ipotetico rimpasto di governo? Magari con un ministero importante per Maria Elena Boschi…
Abbiamo 18 senatori, il Pd ne ha 35. Noi abbiamo due ministri e un sottosegretario, il Pd ha nove ministri e una ventina di sottosegretari. Nonostante questo non abbiamo mai chiesto un rimpasto e certo non avremo bisogno di una discussione sulla legge elettorale per chiederlo. Il rimpasto non è nel nostro linguaggio, siamo ahimè preoccupati quando vediamo alcune azioni di governo poco incisive. Non ho intenzione di dare pagelle, anzi quando il governo fa male siamo coinvolti anche noi, e la mia è un autocritica perché a volte vedo che non riusciamo a far valere alcune buone ragioni sulle quali ci intestardiamo. A marzo, ad esempio, dicevamo che sarebbe stato opportuno riaprire le scuole a maggio, come hanno fatto tutti. Noi abbiamo riaperto qualsiasi cosa e solo le scuole sono state chiuse. Non è stata una buona cosa.

Ora vi preparate a varare il decreto “Agosto”. Qual è la misura più urgente?
Ci aspettiamo liquidità per le imprese per pagare le tasse, quindi serve uno slittamento delle scadenze e un’analisi se un pezzo di queste tasse debba essere cancellato. Vorrei che non ci fosse troppa ideologia nella discussione sul lavoro: io sono favorevole a ragionare sul blocco dei licenziamenti ma ci vuole consapevolezza che non possiamo bloccare i fallimenti. Un’impresa che non può licenziare deve avere gli strumenti necessari per andare avanti. Se gli impediamo di licenziare dobbiamo aiutarla a sopravvivere, altrimenti fallisce.

Tornando sulla legge elettorale, c’è chi dice che il vostro obiettivo sia abbassare lo sbarramento sotto il 5% previsto dal patto di governo, come peraltro auspicato anche da Leu. È la verità?
Bisogna dare ragione a Leu quando rivendica che negli accordi presi alla nascita del governo lo sbarramento era al 3%, non al 5. Tuttavia io credo nello sbarramento al 5% perché i progetti politici si costruiscono sulle leggi elettorali e uno sbarramento del genere dà la possibilità di costruire partiti più grandi e più solidi. Insomma, non siamo spaventati, anche perché presto avremo il primo dato vero su Italia Viva, grazie alle regionali.

A proposito di regionali, come vi state preparando all’appuntamento del 20 e 21 settembre?
Ci presentiamo con uno sguardo coerente che si occupa dei diversi territori. Abbiamo dialogato dove era possibile il dialogo con il centrosinistra, o meglio con i candidati del centrosinistra. Dove il centrosinistra è andato con proposte poco credibili o deboli abbiamo preso la nostra strada. Al populismo di Emiliano che si contrasta con il populismo di Fitto, ad esempio, abbiamo preferito un’altra strada.

Che è quella dell’alleanza con Azione e +Europa. Crede che il progetto in futuro possa allargarsi anche sul territorio nazionale?
C’è una voglia di aggregazione al centro che vogliamo favorire, ma certamente dobbiamo allontanare i personalismi e puntare al progetto. Dal 21 settembre cominciamo a smettere di parlare di sondaggi e parleremo di voti.

Che risultato si aspetta?
Temo che faremo meno del 50%.

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Renzi: “Sergio Zavoli è stato tante storie in una sola storia”

Visualizza immagine di origineLe parole di Renzi, in Aula, in ricordo del grande giornalista, che condivido in tutto.

Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, Sergio Zavoli è stato tante storie in una sola storia. Lo ha ricordato il presidente Casellati e il ministro Franceschini e alle loro parole ci associamo con commozione. Per me bambino il primo ricordo di Zavoli è il presidente della RAI Sergio Zavoli: sembrava una frase tutta attaccata nei TG di allora.

Poi l’ho scoperto nella libreria di casa, autore di alcuni volumi che evidentemente erano importanti tanto da avere un posto significativo. Poi abbiamo imparato a conoscerlo – come veniva ricordato da ultimo anche dal collega Bressa – come il grande narratore di storie, non soltanto delle storie epiche. Intervistava la maglia nera del Giro d’Italia e il cannibale Merckx; era cioè capace di raccontare l’umanità dentro la battaglia sportiva. Poi, ancora, c’è l’amicizia con Federico Fellini e c’è un’immagine bellissima (non la conoscevo, l’ho imparata in queste ore rileggendola sui giornali), quella in cui Zavoli dice che loro da piccoli sognavano a colori. È un’immagine fantastica: gli altri sognavano in bianco e nero e loro sognavano a colori. È bello nella tragedia che questo 2020, anno del centenario di Federico Fellini, li riavvicini come saranno vicini per sempre nella loro Rimini, terra alla quale era attaccato.

Quando scoprì che nel mio sangue c’è un quarto di sangue romagnolo cambiò sguardo verso di me. Da allora mi salutava dicendo «auguri romagnoli». Aveva accettato la sfida del giornalismo e della qualità, ma poi aveva accettato la sfida della politica. Ha fatto bene il ministro Franceschini a ricordare Vittorio Veltroni, ma credo che sia altrettanto giusto ricordare come il suo impegno nella cosa pubblica sia arrivato sulla base di una richiesta di Walter Veltroni, a cui va il nostro ringraziamento.

Un impegno che lo ha portato ad assumere posizioni rilevanti all’interno della Commissione di vigilanza RAI, ma anche dentro l’Aula del Senato, perché lo ha portato (perlomeno per quello che mi riguarda) a vivere alcune pagine che resteranno per sempre nella mia memoria personale. Dopo lunghe notti di discussione parlamentare – se lo ricorderanno anche gli amici che allora stavano all’opposizione con ostruzionismo – il nostro Gruppo lo vedeva praticamente sempre presente in Aula e noi per primi, dai banchi del Governo, ci preoccupavamo di Sergio e della sua resistenza. Allora quando, dopo un passaggio particolare, il 14 ottobre del 2015, lui si presentò in Aula dopo una notte di discussioni e dopo tanto ostruzionismo, gli mandai un bigliettino; una delle cose belle di questo tempo – lo dico al ministro Franceschini, che ricordava giustamente la differenza tra i tempi – è che gli sms passano, ma i bigliettini di carta rimangono.

Dai banchi del governo gli mandai un bigliettino per ringraziarlo e dirgli quanto gli fossimo debitori per la sua dedizione, indipendentemente dal voto che aveva espresso in quella vicenda della riforma. Lui mi ha scritto delle parole che resteranno con me per sempre: «Caro Presidente, alla mia età, se non faccio più il mio dovere posso solo dimettermi da me stesso. Grazie per quello che mi scrivi. Auguri a te forti romagnoli». Disse: posso solo dimettermi da me stesso. Allora, nel chiudere il ricordo, vorrei che tentassimo di apprendere qualcosa, io per primo in quest’Aula.

Sergio Zavoli è stato il giornalista che per definizione è il contrario delle fake news. Era l’anti-fake news per definizione. Era l’uomo che cercava la verità. E quanto sarebbe bello che la Commissione parlamentare che dedicheremo alle fake news nelle prossime settimane e nei prossimi mesi lo ricordasse dedicandogli spiritualmente i lavori. Si dedicano le stanze, si dedicano le Aule; sarebbe bello che dedicassimo i lavori di quella Commissione esattamente a un maestro come Zavoli. Quanto sarebbe bello per chi fa politica che nell’Aula in cui ascoltiamo il Primo Ministro e tutti i Ministri ci ricordassimo di qualche maestro.

Sì, perché il latino ci insegna che «maestro» vale più di «ministro»: maestro viene da magis, mentre ministro viene da minus. Se saremo in grado, anche nel prosieguo della legislatura, di ricordare un maestro quale Sergio Zavoli, credo che avremo fatto un passo importante nella strada di testimoniare la fedeltà alla memoria di un uomo che è stato un secolo di civiltà per tutti noi.

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Un bambino di 3 anni ha capacità logico-deduttive incomparabilmente migliori del più illuminato dei sovranisti. Ok e malato e forse l’ha colpito dove batte il sole ma non va compatito va estromesso e fatto curare!

Visualizza immagine di origineDoppia preferenza di genere, la teoria di Calderoli: “Il maschio è infedele e si porta il voto di quattro signore”

“La doppia preferenza di genere danneggia il sesso femminile perché normalmente il maschio è maggiormente infedele”. È la tesi sostenuta dal vice presidente leghista del Senato Roberto Calderoli, in Aula a Palazzo Madama. “Il maschio solitamente si accoppia con quattro-cinque rappresentanti del gentil sesso, cosa che la donna solitamente non fa. Il risultato è che il maschio si porta il voto di quattro-cinque signore e le signore non vengono elette”, ha aggiunto, tra qualche segno di protesta che arrivava dai banchi dell’opposizione.

Roberto Calderoli interviene sulla doppia preferenza alle elezioni regionali in Puglia per manifestare la sua preoccupazione sull’infedeltà dei maschi, che si “accoppieranno con le femmine” per non farle eleggere.

Alle elezioni regionali in Puglia ci sarà la doppia preferenza per garantire la parità di genere durante le consultazioni elettorali. Il disegno di legge è passato con 149 sì e 98 astenuti al Senato e sarà legge a seguito di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Il senatore Roberto Calderoli, uomo della Lega e padre della cosiddetta “porcata” (o porcellum, secondo la definizione di Giovanni Sartori) come egli stesso auto definì la sua legge elettorale approvata in senato il 14 dicembre del 2005, è intervenuto dall’alto della sua competenza in materia di leggi elettorali per mettere in guardia dall’esito che avrà la doppia preferenza in Puglia.

“…Chi la conosce sa che in collegi che hanno a disposizione un numero di candidature che va da due a sette, quindi piuttosto piccolo, la doppia preferenza di genere danneggia il sesso femminile, perché normalmente il maschio è maggiormente infedele della femmina”, afferma Calderoli.

Al Senato si sollevano non poche voci di dissenso ma Calderoli chiede al presidente di turno di poter terminare il suo discorso prima di tacersi.

“Il maschio solitamente si accoppia con quattro o cinque rappresentanti del gentil sesso, cosa che la donna solitamente non fa. Il risultato è che il maschio si porta i voti di quattro o cinque signore e le signore non vengono elette”.

Quindi l’appello finale.

“Le donne si mettano in lista come abbiamo fatto noi in Umbria”, dice Calderoli riferendosi alle candidature femminili della Lega presentate in varie Regioni per le elezioni passate, tra cui anche l’Emilia Romagna dove però ha vinto la sinistra.

Anche in Toscana la candidata alla presidenza della regione del centrodestra è una donna.

 PS: Ecco spiegato il mistero del perché Andreotti aveva sempre tante preferenze! Ma anche Cicciolina non se ne è fatte mancare. Questi esempi provano l’esistenza della parità di genere al di là di ogni ragionevole dubbio.

Commento sessista ed inutile, basti pensare che può verificarsi il contrario ed incassare quattro o cinque voti di spasimanti di sesso maschile.

Calderoli non conosce la logica. Se un uomo va con 4/5 donne anche la donna farà altrettanto. Visto che il numero delle donne non e’ 4/5 volte superiore a quello degli uomini.Ecco spiegato il mistero del perché Andreotti aveva sempre tante preferenze! Ma anche Cicciolina non se ne è fatte mancare. Questi esempi provano l’esistenza della parità di genere al di là di ogni ragionevole dubbio.

Se gli elettori hanno il coraggio di votare un simile personaggio, come si fa poi a respingere i pregiudizi che altri paesi europei nutrono nei confronti della nostra classe politica. Calderoli è solo un penoso caso individuale? Calderoli e un esponendo di quel mondo che gira intorno a Bossi il ladruncolo (lo si può chiamare perché ha una condanna in via definitiva) queste persone offendevano noi del sud e si facevano vedere con il cappio nel parlamento poi pero sotto sotto si e scoperto che anche loro sono mariuoli in fatti la regione Lombardia ha messo in bilancio 2 milioni di euro per fatture varie in somma si sono fregati 2 milioni di euro è i lombardi pagano questi mariuoli.

 

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UN PAESE DA LICENZIARE – I SINDACATI MINACCIANO LO SCIOPERO GENERALE SE IL BLOCCO DEI LICENZIAMENTI NON SARÀ ESTESO PER TUTTO IL 2020

 

cassa integrazione

UN PAESE DA LICENZIARE – I SINDACATI MINACCIANO LO SCIOPERO GENERALE SE IL BLOCCO DEI LICENZIAMENTI NON SARÀ ESTESO PER TUTTO IL 2020 – L’ALLUNGAMENTO POTREBBE ARRIVARE SOLO PER LE AZIENDE CHE UTILIZZERANNO LA CASSA INTEGRAZIONE. PER TUTTE LE ALTRE IL PROVVEDIMENTO, FINORA PREVISTO FINO AL 17 AGOSTO, POVREBBE SCADERE INVECE A METÀ OTTOBRE – NANNICINI: C’È UNA PENTOLA A PRESSIONE CHE POI SCOPPIERÀ. RISCHIAMO DI CREARE UNA BOMBA SOCIALE NEL 2021, QUANDO NON CI SARANNO PIÙ SOLDI DA SPENDERE…”

SCONTRO SUI LICENZIAMENTI PRESSING PER IL RINVIO LUNGO.Scontro sul blocco dei licenziamenti con i sindacati che minacciano lo sciopero generale se lo stop non verrà prorogato per tutto il 2020. Il governo resta diviso e il braccio di ferro sull’estensione della misura varata insieme agli altri provvedimenti di sostegno alle imprese e ai lavoratori per l’emergenza Covid è ancora in corso. L’allungamento potrebbe arrivare solo per le aziende che utilizzeranno la cassa integrazione. Per tutte le altre il provvedimento, finora previsto fino al 17 agosto, potrebbe scadere invece a metà ottobre, quando terminerà anche lo stato di emergenza sanitaria.Ma la norma è ancora in discussione e si potrebbe tornare alla proroga per tutti, come chiedono con forza i sindacati. In una bozza del decreto Agosto, si prevede che per le aziende il divieto di mandare a casa i dipendenti venga prorogato fino al 31 dicembre di quest’ anno ma «le preclusioni e le sospensioni non si applicano, a partire dal 15 ottobre 2020, ai datori di lavoro che non hanno in corso sospensioni o riduzioni dell’orario di lavoro connesso all’utilizzo di ammortizzatori sociali per far fronte all’emergenza da Covid 19».

Tra le eccezioni la norma prevede, oltre a cessazioni e fallimenti, anche gli accordi per esodi volontari. Ma anche questa mediazione non ha convinto. E di sicuro la minaccia dei sindacati si è fatta sentire. «Se il Governo non prorogasse il blocco dei licenziamenti sino alla fine del 2020, si assumerebbe tutta la responsabilità del rischio di uno scontro sociale», hanno sottolineato i segretari di Cgil, Cisl e Uil Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Pierpaolo Bombardieri. I tre leader sottolineano di avere già indetto un’iniziativa per il 18 settembre, che potrebbe diventare uno sciopero generale.

«Dipenderà solo dalle scelte del Governo e della Confindustria», è l’avvertimento. «È inaccettabile» la mancata proroga del blocco, ha rincarato Landini. «Credo che sia utile che il Governo si renda conto che questo è il momento della coesione sociale: non può stare assieme il fatto di dare sgravi contributivi, non fare pagare le tasse e dare poi la libertà di licenziare», ha aggiunto il capo della Cgil.«Chi pensa di anticipare quella data alla fine dello stato di emergenza dimostra di non avere cognizione delle elementari dinamiche del mercato del lavoro e di non preoccuparsi delle condizioni di centinaia di migliaia di lavoratrici e di lavoratori», sono ancora le parole dei sindacati.Contro la proroga del blocco si schiera invece Confindustria, che invita i sindacati a «progettare insieme la ripresa» invece di invocare lo sciopero: «Se l’esecutivo intende ancora protrarre il divieto dei licenziamenti, il costo per lo Stato sarà pesante – hanno sottolineato gli industriali -. Il divieto per legge assunto in Italia, unico tra i grandi paesi avanzati, non ha più ragione di essere ora che bisogna progettare la ripresa. Esso infatti impedisce ristrutturazioni d’impresa, investimenti e di conseguenza nuova occupazione. Pietrifica l’intera economia allo stato del lockdown».

LE DIVISIONI.Nel governo comunque la partita non è chiusa e le divisioni restano. Al Tesoro c’è chi teme che un ulteriore proroga del blocco per tutto il 2020 possa poi provocare all’inizio dell’anno prossimo una ondata di centinaia di migliaia di licenziamenti. Oltre a scoraggiare nuove assunzioni, visto che poi sarebbe impossibile mandare via i nuovi arrivati. A favore dello stop lungo invece il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, che ha garantito la misura ai sindacati, e i 5 stelle. Ma anche il Pd e Leu, mentre Italia Viva punta alla scadenza breve. «Proprio perché siamo di fronte ai primi segnali di ripresa e alla previsione di crescita del Pil nel primo trimestre del 2021, dobbiamo aiutare le imprese a salvare l’occupazione», ha spiegato Marco Miccoli, responsabile Lavoro dem. «Nei giorni scorsi molti esponenti del governo sono stati chiari – ha proseguito -: blocco dei licenziamenti e cassa integrazione fino al 31 dicembre. Incertezze e misure parziali creerebbero solo preoccupazione e produrrebbero tensioni inutili».

TOMMASO NANNICINI: «RISCHIAMO LA BOMBA SOCIALE A GENNAIO ORA È IL MOMENTO DI RIFORMARE IL WELFARE» «Rischiamo una bomba sociale a gennaio prolungando un blocco dei licenziamenti generalizzato. E rischiamo anche di sprecare tutte le risorse disponibili in aiuti a pioggia, per poi non averne più da impiegare in un riforma del welfare, che in questo momento è fondamentale». Tommaso Nannincini, economista e senatore del Pd, è tra coloro che sono preoccupati per la possibile estensione fino a fine anno del divieto di licenziare, che scade tra una decina di giorni.

L’emergenza non è ancora finita e molto imprese sono in stato di profonda difficoltà, perché è sbagliato dare una tutela ai lavoratori? «Una misura di questo tipo era comprensibile durante la fase del lockdown, quando molte aziende erano effettivamente ferme. Però nonostante il divieto in vigore e nonostante il sostanzioso ricorso alla cassa integrazione, abbiamo pagato un costo molto alto, con 500 mila occupati in meno, persone in carne e ossa che non hanno un lavoro e che invece l’avrebbero avuto senza la crisi».

Chi sono queste persone? «Lavoratori autonomi, dipendenti con un contratto temporaneo, precari. Ma anche giovani che avrebbero potuto trovare lavoro ma non ce l’hanno fatta per via dell’emergenza. Non li chiamiamo licenziamenti perché in senso stretto non lo sono, ma il concetto è sempre quello: qualcuno avrebbe potuto essere occupato e ora non lo è».

Però si potrebbe obiettare: il fatto che loro siano senza lavoro non è un buon motivo per farlo perdere anche ad altri. «Non si tratta di far perdere il lavoro a nessuno ma di riuscire a crearlo. Se si congela tutto, l’effetto sarà che nessuno assume. Dobbiamo fare come in altri Paesi europei, che non hanno imposto un blocco assoluto. Serve gradualità, non dico di passare dal divieto al liberi tutti. Il licenziamento deve essere precluso a chi usa la cassa integrazione o aiuti alla liquidità. In quel caso è giusto, perché le aziende ricevono soldi dallo Stato».

 Invece cosa accadrebbe a suo avviso con un blocco ancora prolungato fino a fine anno? «C’è una pentola a pressione che poi scoppierà. Perché dopo Natale arriva la Befana. Rischiamo di creare una bomba sociale nel 2021, quando non ci saranno più soldi da spendere perché li avremo consumati tutti. Perché, tra l’altro, per far accettare alle aziende il blocco dei licenziamenti bisogna offrire aiuti a pioggia, prima sotto forma di cassa integrazione anche per chi non ne aveva bisogno, ora con una decontribuzione sganciata dall’assunzione di nuovi occupati. La decontribuzione andrebbe fatta soprattutto per chi assume giovani e donne».

Invece come dovrebbero essere usati quei soldi? «Riformando il welfare per offrire una protezione forte a chi non ha lavoro. Il momento per farlo è adesso. Sto parlando di rafforzare la Naspi, dando un salario di formazione, un reddito vero: cosa che naturalmente sarebbe costosa. E di realizzare politiche personalizzate per la formazione, che al momento non esistono».

Il tema non è nuovo ed era stato affrontato anche nella scorsa legislatura, quando lei ha avuto anche incarichi di governo. Cosa è mancato? «Potrei addentrarmi in spiegazioni molto lunghe, ma essenzialmente sono mancate due cose. Innanzitutto non abbiamo messo abbastanza soldi. Il disegno c’era ma non siamo riusciti a finanziarlo a sufficienza. E le riforme a costo zero non esistono. Poi resta da risolvere il problema del rapporto tra Stato e Regioni. Non è possibile che quando si parla di diritti, questi siano declinati in modo diverso da una Regione all’altra. Come per la salute, cosa che ormai è sotto gli occhi di tutti. Questa dovrebbe essere la battaglia di un partito di sinistra: lavoro, formazione, salute, con diritti uguali e forti in tutto il territorio nazionale».

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IL DIVIETO DI LICENZIARE È INCOSTITUZIONALE

 

TITO BOERI

‘’IL DIVIETO DI LICENZIARE È INCOSTITUZIONALE’’ – TITO BOERI: “QUANDO È PROTRATTO OLTRE LA STRETTA EMERGENZA ALLONTANA IL RITORNO ALLA NORMALITÀ. MA È FORSE È PROPRIO QUESTO CHE SI VUOLE: TENERE VIVA L’EMERGENZA PER IMPORRE “UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO” (SAREMO GRATI A MAURIZIO LANDINI COSA INTENDE) CHE SUONA COME LA CONDANNA DI CHI OGGI VORREBBE ENTRARE NEL MERCATO DEL LAVORO – BENE INVECE IMPORRE IL DIVIETO DI LICENZIAMENTO ALLE SOLE IMPRESE CHE FRUISCONO GRATUITAMENTE DELLA CASSA INTEGRAZIONE”

LICENZIAMENTI BLOCCATI FINO AL 15 OTTOBRE AL DECRETO AGOSTO MANCA UN MILIARDO.Altolà manca un miliardo, ovvero le richieste per il decreto agosto ammontano a circa 26 miliardi contro i 25 messi a disposizione dal recente scostamento di Bilancio approvato dal Parlamento. Mentre si profila una intesa, ancora non definita, sulla proroga del blocco dei licenziamenti in scadenza il 17 agosto: la spunterebbe il Tesoro, linea sulla quale anche Conte si starebbe convincendo, con una proroga del blocco fissata al 15 ottobre, in concomitanza con la fine dell’emergenza.Diversa invece la posizione della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo che puntava ad un mantenimento del blocco fino al 31 dicembre di quest’ anno. Il braccio di ferro comunque continua. Ad alimentare il dibattito attorno alla necessità di prorogare o meno il divieto ha contribuito anche il commento a firma di Tito Boeri pubblicato ieri sul sito di Repubblica che metteva in luce le conseguenze di una simile decisione – se il divieto fosse stato prorogato fino al termine dell’anno – sull’economia del Paese e sull’occupazione. 

PERCHÉ PROIBIRLI NON È UNA BUONA IDEA.Tito Boeri Il governo sta in queste ore discutendo se prorogare o meno il divieto di licenziamento e per quanto tempo. La bozza di decreto agosto entrata ieri in preconsiglio dei ministri prevedeva l’estensione del divieto per tutto il 2020, ben oltre l’emergenza. Con la prospettiva di metter l’esecutivo di fronte a scelte molto difficili a fine anno.La prospettiva di un’ondata di licenziamenti a inizio 2021 avrebbe spinto per un’ulteriore proroga del divieto o addirittura qualche escamotage per rendere strutturale un provvedimento che impedisse di licenziare, come in Nord Corea prima delle riforme economiche del 2014.Bene invece allinearsi al più presto alle scelte fatte negli altri paesi europei, imponendo il divieto di licenziamento alle sole imprese che fruiscono gratuitamente della Cassa Integrazione. Vigente il blocco dei licenziamenti per tutte le imprese, quelle che vivono una stagione di grande incertezza sul loro futuro e, ancor più, quelle costrette a ridurre i loro volumi di attività, finiscono per congelare le assunzioni e non rinnovare i contratti a tempo determinato alla scadenza. Senza quella valvola di sfogo molte più imprese falliscono lasciando a casa i propri dipendenti.Per non parlare delle imprese che potrebbero lasciare il nostro paese per sfuggire ad un divieto incostituzionale quando protratto oltre la stretta emergenza e che non ha corrispettivi nell’area Ocse. Sono tutti licenziamenti anche questi, gonfiano anch’ essi, come abbiamo visto in questi mesi, i numeri della disoccupazione anche se, spesso con ipocrisia, ci ostiniamo a non chiamarli con il loro vero nome.Per non parlare del mancato avvio di nuove imprese. Mettetevi nei panni di chi sta cercando a fatica di aprire una nuova attività: come potreste mai assumere dei lavoratori sapendo che, nel caso le cose andassero male, non potrete licenziarli? La bozza di decreto agosto, in aggiunta all’estensione del divieto di licenziamento, prevede anche una decontribuzione totale fino a dicembre per le imprese che smettono di utilizzare la Cassa Integrazione, indipendentemente dal fatto che stiano assumendo dei lavoratori. Combinata con il blocco dei licenziamenti, questa misura senza precedenti (gli sgravi contributivi concessi negli ultimi anni erano sempre vincolati a nuove assunzioni) è un regalo inaspettato alle imprese che avrebbero comunque smesso di utilizzare la Cassa.Come documentato da Inps e Banca d’Italia, sono molte le aziende che hanno utilizzato la CIG anche in presenza di fatturato stabile o in espansione. Ora queste imprese, che hanno di fatto approfittato della crisi per abbassare il costo del lavoro, si vedranno riconosciuto un ulteriore bonus senza fare nulla.

Le aziende che vivono, invece, un calo del loro fatturato, vigente il blocco dei licenziamenti, non potranno mai rinunciare alla Cassa Integrazione e quindi non avranno lo sgravio. La combinazione di Cassa Integrazione, decontribuzione e inevitabile estensione della durata dei sussidi di disoccupazione, redditi di emergenza e di cittadinanza per chi viene per legge tenuto fuori dal mercato del lavoro dal divieto di licenziamento sono destinati a imporre un ulteriore salasso ai contribuenti futuri.Fino alla metà dell’ulteriore scostamento di bilancio di 25 miliardi richiesto dal governo sembra destinata a finanziare queste operazioni che mettono in piedi un quadro normativo ancora più complicato, se possibile, di quello attivato nel periodo dell’emergenza. Questa decretazione è l’esempio perfetto di come si costruisce burocrazia dopo aver promesso semplificazioni. E sappiamo già come andrà a finire.

Di fronte ai ritardi nell’applicazione di norme complicatissime (cosa vuol dire smettere di utilizzare la CIG? rinunciare alle autorizzazioni già ottenute? come? fino a quando?), saranno gli stessi autori di queste mostruosità normative a prendersela con le burocrazie. Il tutto senza che le norme abbiano alcun effetto sui saldi occupazionali perché “abolire” i licenziamenti significa abolire le assunzioni, anche in presenza di incentivi alle assunzioni. Se si vuole davvero ridurre la disoccupazione, cosa si aspetta a far partire subito i concorsi per le assunzioni nel pubblico impiego sulla base di test standardizzati che possono essere svolti localmente rispettando le norme di distanziamento?Abbiamo bisogno di immettere al più presto giovani qualificati nella pubblica amministrazione anche per migliorare la qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le imprese italiane stanno faticosamente cercando di tornare alla normalità. Come ha certificato l’Istat qualche giorno fa, le ore settimanali lavorate pro capite sono passate da 23 in aprile a 29 in maggio a 32 a giugno (molto vicino al livello strutturale di 34 ore).

Gli occupati assenti dal lavoro perché in Cassa Integrazione o in congedo sono passati dal 34% di aprile al 16% di maggio, all’8% di giugno. Il livello fisiologico è vicino al 4%. Ogni prolungamento del divieto di licenziamento allontana questo graduale ritorno alla normalità. Ma è forse è proprio questo che si vuole: tenere viva l’emergenza per imporre “un nuovo modello di sviluppo” (saremo grati a Maurizio Landini quando spiegherà cosa intende concretamente con questa espressione da lui utilizzata nel chiedere il blocco totale dei licenziamenti) che suona allo stato attuale come la condanna di chi oggi vorrebbe entrare nel mercato del lavoro e un fervido invito ai giovani a lasciare il nostro paese.

 

 

 

 

 

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Non convegni, ma scelteIl Partito democratico deve essere il perno di una costituente progressista, dice Maurizio Martina

L’ex segretario del Pd, che partecipa al dibattito nato dopo la lettera di Goffredo Bettini: «Rivendico la decisione di costruire l’attuale maggioranza per rispondere ai rischi della deriva del Papeete. A distanza di un anno da quel passaggio, vede bene i limiti di questa esperienza ma ne riconosco anche i pregi per l’Italia»

Il dibattito sulla prospettiva del Partito Democratico  merita di essere seguito perché ricco di spunti, cercherò anch’io di offrire qualche ulteriore riflessione. Dico subito che non mi convincono i ragionamenti “piegati” esclusivamente sulla manovra tattica delle alleanze. Non che non serva anche questo, ci mancherebbe. Ma manca davvero qualcosa. Innanzitutto io penso che dovremmo domandarci se, dopo tutto quello che è successo in questi mesi che hanno sconvolto letteralmente il mondo, le ragioni fondative del Partito Democratico siano più urgenti e necessarie oppure no.

E la mia risposta non può che essere affermativa. Dopo la pandemia e nel pieno di una cambiamento radicale come quello che stiamo vivendo, le ragioni che hanno portato alla fondazione di questo partito come soggetto unitario dei progressisti e dei riformisti italiani sono più necessarie che mai. Anziché discutere di coalizione a due o tre gambe, sentirei il bisogno di ripartire innanzitutto da questa consapevolezza. Perché proprio ora il Paese ha bisogno di una grande forza unitaria del centrosinistra, capace di caricarsi sulle spalle le responsabilità dei cambiamenti che gli italiani dovranno affrontare nel nuovo tempo che viviamo, con la crisi più pesante dal dopoguerra e le tre grandi transizioni – demografica, tecnologica e ambientale – che stanno già modificando la nostra vita. È troppo? Beh, io dico che sarebbe davvero troppo poco non riflettere a partire da qui.

Tocca al Partito democratico aprire questa discussione anche per gli altri, perché così si misura la differenza tra un grande partito e altre formazioni. Servirebbe un rilancio ora sul terreno del progetto politico. Chiamatela come volete, costituente o cantiere, ma ciò che conta è la capacità di portare fuori dagli anfratti difficili delle forze del centrosinistra per come le conosciamo, una proposta di partecipazione e impegno che si rivolga ai tanti che stanno aspettando la possibilità di poter dare una mano a costruire un nuovo impegno dei progressisti e dei riformisti. Il contrario dell’autosufficienza. Un passo che rimetta in discussione gli attuali assetti cristallizzati, che spiazzi tutta la politica, anche a destra, e che diventi “la novità” come ce ne sono state altre nella nostra storia, quando abbiamo avuto il coraggio di muovere in avanti le scelte e di non fermarci a fotografare gli equilibri dati.

Questo è quello che servirebbe oggi. “Se non ora, quando” mi viene da dire. E non si pensi che sia un parlar d’altro rispetto al paese reale. Perché se non vogliamo che la crisi sanitaria si traduca automaticamente in crisi economica e sociale e magari poi anche in crisi democratica, l’idea di una forte novità dal lato del progetto politico può spezzare questa catena rischiosa e restituire al centrosinistra la capacità di guidare i processi.

Io rivendico la scelta di un anno fa di costruire l’attuale maggioranza per rispondere ai rischi della deriva del Papeete spaccando l’asse che aveva dato vita alla prima esperienza giallo-verde. A distanza di un anno da quel passaggio, vedo bene i limiti di questa esperienza ma ne riconosco anche i pregi per l’Italia, prima di tutto nel quadro del confronto europeo. Perché sarebbe andata molto diversamente poche settimane fa a Bruxelles se al posto di questo Governo ci fosse stata ancora l’opzione giallo-verde. E la differenza non è certo di poco conto. Ciò detto, vedo anch’io che il percorso di cambiamento del Movimento Cinque Stelle non si è ancora completato e fa fatica a muoversi. Allo stato attuale delle cose questa maggioranza è un cartello di forze ma non è una coalizione e questo rende tutto più difficile e faticoso. Ma è anche per questo che dico che il Partito democratico dovrebbe muovere dal lato di una sua forte riprogettazione politica. E alzare l’asticella innanzitutto a partire da sé.

Anche perché pure noi non bastiamo di fronte a ciò che è accaduto. Troppo spesso siamo autoreferenziali. Ancora oggi ci facciamo dettare le scelte da logiche correntizie fini a se stesse, che spesso fanno scomparire il merito e il ragionamento politico. Non va bene. Siamo anche troppo romanocentrici, pensiamo che quasi tutto inizi e finisca nei palazzi dentro il Raccordo Anulare quando invece, specie al nord, servirebbe ora un grande impegno in particolare verso le forze produttive del lavoro e dell’impresa. Quello dovrebbe essere il cuore della nostra iniziativa insieme al più importante investimento in sapere e formazione permanente mai realizzato nella storia del Paese.

Non convegni, ma scelte. Come quella avanzata qualche giorno fa da Ruffini e rivolta al lavoro autonomo per superare definitivamente il meccanismo degli acconti e dei saldi d’imposta per pagare effettivamente su quello che si incassa. Come il taglio strutturale del costo del lavoro per chi assume stabilmente donne e giovani. Come la proposta di un salario di formazione universale per supportare chiunque perda il lavoro insieme a un pacchetto di servizi garantiti per la propria riqualificazione.

O come la traduzione pratica del nostro sostegno all’utilizzo del Mes per farci capire e non rimanere appesi a ragionamenti astratti: quelle risorse devono servire, ad esempio, per realizzare in tutti i tremila piccoli e medi comuni troppo distanti dagli ospedali una rete tecnologica avanzata di telemedicina mai realizzata fino a qui. Insomma, per discutere della nostra prospettiva bisogna tenere i piedi per terra ma occorre anche alzare le sguardo. Proviamoci sul serio. Perché meno di questo sarebbe davvero troppo poco.

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Pd, caccia al nuovo segretario. Per Zingaretti, Viminale o sindaco di Roma

Pd, caccia al nuovo segretario. Per Zingaretti, Viminale o sindaco di RomaIl segretario dei Dem si sente escluso dalle decisioni, da una parte c’è chi lo spinge ad entrare nell’Esecutivo dall’altra chi lo vorrebbe in Campidoglio.

Pd, caccia al nuovo segretario. Per Zingaretti, Viminale o sindaco di Roma

Il Pd medita sul suo futuro. Paradossamente è il segretario Nicola Zingaretti, che è anche il presidente della Regione Lazio a cercare una poltrona. Il leader dei Dem paga – si legge sul Fatto Quotidiano – il non avere un ruolo centrale nell’Esecutivo e di non avere il controllo sui suoi parlamentari, perchè i gruppi non rispondono a lui. Raccontano, inoltre, che Zingaretti abbia preso particolarmente male la classifica stilata dal Sole 24 Ore a inizio luglio, nella quale è ultimo nell’indice di gradimento dei presidenti di Regione.

Fosse per lui, il voto sarebbe la soluzione migliore. Tanto è vero che, dicono i suoi, in caso di elezioni anticipate lascerebbe la presidenza della Regione Lazio, candidandosi in Parlamento. Lo scenario, però, non è a disposizione. L’opzione di andare al governo è sul tavolo. Lo spingono non solo quelli che vogliono rafforzarlo, ma anche chi – a cominciare dal suo vice, Andrea Orlando – immagina un futuro alla guida dei Dem. Tra le varie collocazioni che si studiano per Zingaretti – prosegue il Fatto Quotidiano – c’è pure quella a sindaco di Roma: lui in passato ha sempre detto no. E i vertici del Nazareno stanno ancora cercando di convincere Franco Gabrielli (che sinora ha rifiutato, anche pubblicamente). Ma le situazioni sono in evoluzione e la gestione è complessa.

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Il Comitato del No.La battaglia contro la disinformazione dei cittadini sul taglio dei parlamentari

«Se si chiede a un cittadino per strada cosa voterà a settembre, la risposta sarà un’altra domanda: perché si vota? Oggi l’antipolitica è salita di rango ed è diventata riforma costituzionale», dice il deputato di Forza Italia Simone Baldelli, autore del libro “Il coraggio di dire no al taglio della nostra democrazia”

«Un referendum tra politica e demagogia». Descrive così il senatore di Forza Italia Andrea Cangini il referendum sul taglio del numero dei parlamentari in programma il 20 e 21 Settembre. Il forzista è intervenuto nella conferenza stampa organizzata da Simone Baldelli, deputato di Forza Italia e autore del libro “Il coraggio di dire no al taglio della nostra democrazia”, a margine di un incontro tenuto con la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Il tema dell’incontro è stato proprio il discusso taglio dei parlamentari. «Fondamentalmente abbiamo presentato alla presidente del Senato, così come faremo con il presidente della Camera, un problema che riguarda tutti: il diritto dei cittadini ad essere adeguatamente informati su una consultazione referendaria che ha a che fare con la dignità della politica in senso lato e con il futuro delle istituzioni e della democrazia rappresentativa» spiega Cangini. Come il collega Riccardo Magi di +Europa, presente all’incontro, Cangini e Baldelli fanno parte del Comitato del no (assieme a Tommaso Nannicini del Partito democratico) che in questi mesi si è impegnato a sensibilizzare, partiti e cittadini, sul voto referendario di settembre.

«Del merito del referendum non si parla in maniera assoluta, e il nostro obiettivo, oltre alla speranza che prevalga il no, è che si possa svolgere una campagna referendaria completa, per informare i cittadini. Sappiamo che questa riforma è stata voluta esclusivamente da un partito: il Movimento 5 stelle. Gli altri lo hanno accettato più o meno per debolezza politica» continua Cangini. «Nessuno è riuscito a giustificarla nel merito – aggiunge il forzista -, e non si è sentito un costituzionalista sostenere che a taglio avvenuto il parlamento funzionerà meglio. La politica nonostante tutto è una cosa seria, e siamo di fronte a un attacco delle istituzioni e a una sistematica deligittimazione della politica».

Il focus dell’appuntamento di ieri, oltre a rimarcare le posizioni di molti deputati e senatori contrari al taglio, è stata anche la tempistica del voto. Troppo a ridosso dell’emergenza sanitaria e soprattutto quasi per niente pubblicizzata. «Se si chiede a un cittadino per strada cosa voterà a settembre, la risposta sarà un’altra domanda: perché si vota? Oggi l’antipolitica è salita di rango ed è diventata riforma costituzionale» aggiunge Baldelli. Che conclude con un appello: «Salite a bordo!» dice rivolgendosi ai colleghi parlamentari.

Rispetto al dibattito degli ultimi giorni, in merito ai rischi sollevati dal Partito democratico che corre la Costituzione, Magi aggiunge ironico: «Dopo essersi reso responsabile in buona parte di questa situazione ora dibatte sui rischi che correrebbe la Costituzione. Così passa ad essere il “Partito dei correttivi”: si inseguono i danni delle scelte politiche fatte cercando dei correttivi che non possono esserci».

È poi la volta di Nazario Pagano, senatore di Forza Italia e vice Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato. «Può apparire semplicisticamente che i parlamentari che sono qui e stanno difendendo il ruolo e l’importanza del parlamento lo stiano facendo per conservare la loro poltrona. È follia pura. La vera ragione è quella che stiamo combattendo una battaglia simbolica contro l’antipolitica. Una battaglia di civiltà e per la rappresentanza dei territorio, nella quale dobbiamo chiedere ai cittadini di non pensare allo stipendio del parlamentare e di capire che meno esponenti ci sono peggio è, non il contrario» assicura Pagano.

Quanto al risparmio economico che secondo i promotori del referendum si andrebbe a ottenere con il taglio dei rappresentati, il comitato del no ricorda: «Questo non è un provvedimento contro la casta, come qualcuno osa affermare – dice Pagano -, ma contro gli italiani. Perché proposto solo per risparmio economico, non per la funzionalità dell’ente». Anche Cangini sottolinea la mancanza dell’ipotetico risparmio che sta alla base del referendum: «I costi sono stati stimati da Carlo Cottarelli nello 0,007 per cento di risparmio della spesa pubblica, l’equivalente di un caffè all’anno per ciascuno italiano».

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Il pedaggio.Di Maio e Conte faranno pagare agli italiani il pasticcio sulle autostrade

Secondo Atlantia, il valore di Autostrade deve essere deciso dal mercato, non da bizantini aumenti di capitale dettati dal governo, ed ecco perché la società che gestisce la rete autostradale intende metterla all’asta e guadagnare molto di più. Se lo Stato vorrà andare fino in fondo e rilevarla difficilmente riuscirà a farlo con soli 3 miliardi, come promesso.

Si complica il pasticciaccio brutto di Autostrade e non per colpa dei Benetton, ma di quel mercato che l’ineffabile ministro degli Esteri Luigi Di Maio è convinto di avere beffato. Sono i tanti soci esteri di Atlantia e Autostrade per l’Italia (Aspi) a bloccare l’esproprio della rete autostradale auspicato dal trio Conte-Di Maio-De Micheli il 14 luglio scorso. Il punto del contendere è semplice: secondo Atlantia, il valore di Autostrade deve essere deciso dal mercato, non da bizantini aumenti di capitale dettati dal governo. Mentre i Benetton se ne stanno defilati, i soci esteri di Atlantia e Aspi (Allianz, HSBC, fondo Glc di Singapore, TCI) si sono imposti e ora propongono al governo due strade per determinare il valore di Autostrade: una vendita attraverso un processo competitivo internazionale, con advisor neutrale, o una scissione fino all’88 per cento di Aspi mediante la creazione di un veicolo beneficiario da quotare in Borsa. Procedimenti limpidi, logici, inattaccabili sotto il profilo giuridico dinnanzi a qualsiasi Corte.

Il non piccolo problema è che se il valore di Autostrade viene determinato dal mercato e non dalle veline di Rocco Casalino, l’operazione porterebbe nelle tasche dei Benetton e dei soci stranieri non i 3-4 miliardi ipotizzati dal governo, ma molti miliardi in più. Miliardi che dovrebbero essere pagati da Cassa Depositi e Prestiti, che è del Tesoro, quindi dagli italiani.

Un capolavoro!

Ripetiamo: la pretesa di Atlantia di far valutare il valore di Autostrade dal mercato è inattaccabile e vincerebbe davanti a qualsiasi tribunale italiano o comunitario. Ma il problema drammatico è che la posizione del governo prescinde, anzi è opposta a questo dato di fatto. La sintesi della posizione dell’esecutivo giallorosso è stata enunciata da Di Maio la notte del 14 luglio: «Abbiamo sottratto un bene pubblico alla logica del mercato». È il bis di «abbiamo sconfitto la povertà», la summa del Di Maio-pensiero. Non populismo sociale, come si illude l’ottimo Goffredo Bettini, ma totale inadeguatezza. 

Solo un sprovveduto, pericoloso per sé e per gli altri, può pensare che un sistema colossale come quello delle autostrade italiane possa essere gestito, comprato o venduto fuori dalle regole del mercato. Ma così è.

In questo modo, la caparbia volontà dei 5 Stelle e di Conte – i «keynesiani de noantri», secondo la definizione di Angelo Panebianco – di farla pagare ai Benetton prima del giudizio della magistratura sul crollo del ponte Morandi avrà un esito scontato: riempirà di miliardi, miliardi nostri, degli italiani, le tasche dei Benetton e dei loro soci.

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